Trent'anni fa il massacro.
Oggi il Rapporto della Commissione speciale del Congresso
Una Commissione speciale d'inchiesta, l'esercito che nega i suoi archivi. Il nevrotico dibattito su Tlatelolco è una
domanda sul Messico di oggi, dominato dallo stesso potere di allora, che come allora si rende colpevole di stragi, ad
esempio Acteal di PIERLUIGI SULLO
il manifesto, 2 ottobre 1998
Questa mattina i giornali messicani pubblicheranno le conclusioni della Commissione speciale del Congresso istituita un anno
fa e incaricata di indagare sul massacro del 2 ottobre '68 nella Piazza delle Tre Culture. Perciò oggi sarà anche il momento di
massima crisi di nervi nazionale, anche perché il rapporto è rimasto monco dei documenti contenuti nell'archivio della Secretaria
de defensa nacional, l'esercito, che ha rifiutato di fornire ai deputati una sola informazione sul massacro di Tlatelolco. L'esercito,
ha detto il presidente di turno della Commissione, Gustavo Espinosa Plata, "occulta" gli archivi per "proteggere personaggi coinvolti
nella strage". Ma l'attuale ministro degli interni, Labastida Ochoa, ha qualche giorno fa messo la sua pietra tombale sulla questione:
aprire o no gli archivi, ha dichiarato, è "un affare dell'esercito", e ha aggiunto nel suo solito modo sprezzante (è il solo politico
messicano che cita il subcomandante Marcos come el senor Guillén, nome presunto del portavoce zapatista) che "in tutti i paesi
ci sono documenti classificati cpme segreti e riservati".
Testimoni della strage
Perciò, la commissione, che era già stata presa in giro, al suo esordio, dal predecessore di Labastida nel '68, Luís Echeverría, che
in seguito sarebbe anche divenuto presidente del Messico, il quale aveva convocato i deputati per poi rifiutarsi di ripondere, potrà
fornire molte cose, tranne quel che l'esercito conserva nelle sue memorie blindate. Ma il lavoro dei deputati è stato comunque
enorme: sono stati consultati i documenti dell'Archivio generale della nazione, archivi personali, del Fbi, della Cia (che invece,
curiosamente, ha "declassificato" i suoi documenti proprio una settimana fa), dell'esercito Usa, e ha raccolto la testimonianza di 19
leader del movimento studentesco e di molti altri testimoni dei fatti, tra i quali la giornalista italiana Oriana Fallaci, che ha risposto
per iscritto attraverso la nostra ambasciata. Particolare curioso, l'ultimo testimone ad essere ascoltato è una cittadina italiana che
nel '68 abitava un appartamento che affaccia sulla piazza del massacro.
La controversia sui fatti del '68 non è però solo storica, per quanto sapere quanti studenti e insegnanti furono effettivamente uccisi,
se 30 o 40 come dicono gli ex responsabili militari o 200 come dice un rapporto della Cia o "almeno 500", come sostiene Oriana
Fallaci, non è affatto secondario. La strage della Piazza delle Tre Culture, che si trova nel quartiere di Tlatelolco (dove fu
combattuta l'ultima battaglia tra gli aztechi guidati dal re Cuauhtémoc e gli invasori spagnoli) non solo uno degli eventi salienti del
'68 mondiale; è uno spartiacque tra il Messico narcotizzato dal dominio di un partito, il Partido revolucionario institucional, e il
paese che cominciò a cercare la sua democrazia, e ancora la cerca.
Non è affatto casuale che la Conferenza episcopale messicana abbia, attraverso il suo presidente, dichiarato che "esigere la verità
sui fatti del '68 è tanto lecito quanto chiedere che si chiarisca il massacro di Acteal". O che, in un dibattito pubblico molto
partecipato, un noto intellettuale come Luís Javier Garrido abbia detto che "Acteal è la Tlatelolco di Ernesto Zedillo, che a
differenza di Gustavo Díaz Ordaz (presidente nel '68, ndr.) non si assume le sue responsabilità, ma cerca in modo vile di
scansarle". E Raúl Jardón, che nel '68 era il rappresentante di un dipartimento della mitica università di Città del Messico, la Unam
(Universidad nacional autónoma de México), nel Consiglio nazionale di sciopero, l'organismo che dirigeva il movimento
studentesco, abbia detto che "l'obiettivo generale della lotta studentesca non si è realizzato: ottenere piene libertà democratiche per
tutti i messicani".
E tutti pensano all'oggi, all'occupazione militare del Chiapas zapatista, ad esempio, quando viene rivelata l'esistenza di un film di soli
tre minuti, inedito, nel quale si vedono chiaramente i soldati prendere posizione attorno alla piazza e attaccare alla baionetta. O
quando un membro della Commissione, il deputato Pablo Gómez, rivela: "Io stesso fui testimone di come un capitano dell'esercito
sparò per primo, con una pistola, dal terzo piano dell'edificio Chihuahua", che incombe sulla piazza, e lo dice per rafforzare il
ricorso che il Congresso ha annunciato alla Corte costituzionale contro il rifiuto dell'esercito ad aprire i suoi archivi.
Tlatelolco e Acteal
"Questa storia - ha detto lo scrittore Joel Ortega - arriva fino ai nostri giorni, con la complicità con i gruppi paramilitari colpevoli di
Acteal o della politica di repressione contro le comunità indigene negli stati di Oaxaca, di Guerrero e dello stesso Chiapas".
Né è accademica la domanda che tutti si pongono: chi è il colpevole? Le autorità civili, cioè il presidente Díaz Ordaz e il ministro
degli interni Echeverría, o l'esercito? Il sindaco di Città del Messico, e fondatore del Prd (Partido de la revolución democratica),
opposizione di sinistra e primo partito ad aver violato il monopartitismo, ha sorpreso tutti, in un dibattito all'università
Iberoamericana, dicendo che la responsabilità ricade tutta sul presidente, che è colui che dà gli ordini, e non sull'esercito. Giudizio
che ha molto sollevato, ad esempio, Alfonso Corona del Real, ex generale che oggi ha 96 anni, secondo il quale l'esercito aveva
solo ordine di tenersi nei pressi della piazza, all'erta, perché vi erano informazioni su arsenali di armi e bombe in mano agli studenti.
"E' come se dicessimo che l'esercito cileno - ha commentato Joel Ortega - è estraneo a tutta la repressione e che tutto si riduce
alla responsabilità di Pinochet". "L'esercito - ha controbattuto l'ex capo di stato maggiore presidenziale nel '68, Gutierrez - non è il
male, obbedisce solo agli ordini del presidente". E ha aggiunto, con un lapsus significativo: "Lo stesso succede in Chiapas".
C'è invece chi, come l'ex leader del '68 e oggi deputato della sinistra Marco Rascón, giudica (lo ha scritto sulla Jornada) che
"Cárdenas non ha aperto la porta a una riconciliazione con i responsabili della repressione del '68, ma favorito il fatto che le
correnti di pensiero progressista, i difensori di un nazionalismo aperto e includente, riprendano di nuovo a lavorare per il
cambiamento nelle università, nelle organizzazioni sociali, nell'esercito, nei partiti democratici e nello stesso governo". La tesi di
Rascón è che lo stesso potere che ha massacrato gli studenti agitando il pericolo di una "congiura internazionale", e cioè in nome
dell'integrità nazionale, oggi fa lo stesso in nome dell'ineluttabilità della globalizzazione: "L'idea di cambiamento sorta nel '68 - ha
scritto - è stata sequestrata e pervertita dall'onda neoliberista degli ultimi 16 anni, quando ha cominciato a conturre il vecchio
statalismo corporativo alla catastrofe finanziaria ed economica che oggi è il Messico integrato nella globalizzazione... Che
differenza passa tra l'atteggiamento attuale del governo verso il Chiapas e le dichiarazioni sul dialogo che facevano allora Díaz
Ordaz o Echeverría? Tutti cercano di preservare il principio di autorità: allora sventolando il nazionalismo; adesso, la
globalizzazione".
Sia come sia, il dibattito fittissimo e a tratti nevrotico ricorda a tutti, come ha ricordato il presidente della Commissione per i diritti
umani del Distrito federal (la capitale), Luis de la Barreda, che a quell'epoca "non c'era la stampa di oggi; non esisteva la libertà
di fare manifestazioni di strada; praticamente non c'erano elezioni".
La cravatta nera
E un antico giornalista televisivo, Jacobo Zabludovsy, ha raccontato come, il giorno dopo la strage, fu chiamato dal presidente Díaz
Ordaz, molto arrabbiato perché lo aveva visto, in un telegiornale, indossare una cravatta nera. Pensava fosse un gesto di lutto e di
ribellione. "Signor presidente - rispose Zabludovsky - io porto cravatte nere da anni. Non ne ho altre". Sono questi aneddoti a far
intendere alla società civile messicana che la pressione del potere, che appartiene pur sempre allo stesso partito - e l'esempio
dell'occupazione militare del Chiapas è chiarissimo - vorrebbero riportare il paese a quell'epoca. "Per quel che era in gioco - ha
scritto ancora Marco Rascón - la notte del 2 ottobre divenne martirio, terrore contro i segnali di cambiamento; e la stessa paura
spiega i più di 500 desaparecidos di questi ultimi anni, i più di 400 militanti del Prd assassinati, la strage di Acteal. La generazione
del '68 e il movimento democratico hanno tuttora da risolvere la questione per la quale era stata convocata la manifestazione nella
Piazza delle Tre Culture: scrivere la storia o vincere la battaglia definitiva contro quelli che ordinarono il massacro". Perciò,
conclude, "non possiamo dimenticare il 2 di ottobre".
www.media68.com | febbraio 1998
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Ma è come fosse ieri
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