"Sono solo corpi...", rispose il soldato
Oggi scrittrice, nel 1968 giornalista: era lì, quando tutto in messico cambiò
di ELENA PONIATOWSKA
il manifesto, 2 ottobre 1998
Il 1968 fu l'anno del Vietnam, del Biafra, dell'assassinio di Martin Luther King, di quello di Robert Kennedy (dopo quello di suo
fratello John F. Kennedy, presidente degli Stati Uniti), delle rivendicazioni afroamericane, del Black Panthers, della Primavera di
Praga, dell'invasione sovietica della Cecoslovacchia e l'eroismo di molti cechi (anche i polacchi volevano il loro Dubcek), del
movimento hippie col suo peace and love. Per il Messico, però, il 1968 ha un solo nome: la notte di Tlatelolco, il 2 ottobre, il
massacro di più di 200 giovani per mano dell'esercito messicano e di gruppi paramilitari.
Ho Ho Ho Chi Minh
Ho Chi Minh, lo stupendo leader della Repubblica democratica del Vietnam, era per gli studenti del 1968 una figura quasi
altrettanto carismatica che il Che Guevara, sebbene oggi sia un po' dimenticato. La guerra deli Stati uniti contro il Vietnam
provocò il ripudio assoluto degli studenti di Berkeley e, a partire dal 1963, le manifestazioni di protesta furono continue. I ragazzi
nordamericani non lottavano solo per il free speech (con il leader Mario Savio, di origine italiana, a Berkeley), la libertà di cattedra,
la libertà di credo, ma si rifiutavano di accettare i disegni governativi e imprenditoriali: entrare nel processo triturante del big
business (soprattutto l'industria bellica), rinunciando al futuro che gli avevano promesso.Si opposero alla poderosa macchina
statale mettendosi un fiore giallo nei capelli (che di fatto crescevano, aumentando il loro antagonismo). Di fronte all'università, i
ragazzi fioriti di Berkeley fermavano i soldati appena arruolati supplicandoli: "Don't go. This is genocide". E gli sorridevano, e
facevano la V della vittoria con due dita alzate, quelli del peace and love che facevano infuriare tanto l'establishment.
Ma i ribelli non erano solo statunitensi, i giovani di tutto il mondo alzavano la mano, alcuni con il pugno chiuso, altri facendo la V
della vittoria. Avevano molto da reclamare dalla società. Che mondo gli lasciavano in eredità i loro padri? Che avrebbero fatto una
volta laureati? Che cosa gli offriva la società del consumo? Desideravano realmente essere parte di un ingranaggio di produzione
di massa? In Europa, le prospettive della gioventù erano desolanti. Non c'era lavoro per chi usciva dall'università. Dove trovare un
impiego?
In questa situazione di inquietudine e scontento - non bisogna dimenticare che la guerra del Vietnam durò dal 1945 al 1975 - si
produsse in vari paesi del mondo il gran rifiuto dell'ordine costituito, dello status quo, dei partiti, dei governi, con un appello alla
disobbedienza civile.Nel maggio 1968, a Parigi, il generale Charles De Gaulle, il grande eroe della seconda guerra mondiale, tuonò
contro gli studenti che paralizzavano la vita quotidiana della capitale e avevano alzato barricate con i sampietrini delle strade,
dipingevano i muri della Sorbona e si rifiutavano di andare alle lezioni. Il generale disse agli studenti che non riusciva a capire come
potessero seguire un leader ebreo-tedesco, Daniel Cohn-Bendit, soprannominato "Dany il rosso". Il giorno dopo, in una delle loro
affollatissime manifestazioni, gli studenti occuparono le strade scandendo ripetutamente:
Nous-sommes-tous
Le guerre venivano dimenticate, i giovani erano uno solo, il rifiuto era di tutti. Se in Francia la mancanza di opportunità, De Gaulle
e il suo governo furono il bersaglio studentesco, in Messico il partito ufficiale, il Pri, la corruzione, il presidente e il suo governo, il
corpo poliziesco dei granaderos, gli assurdi reati di "dissoluzione sociale", "associazione delittuosa" e "attacchi alle vie pubbliche"
(di cui erano stati accusati studenti come Salvador Martinez della Rocca, "el Pino", e Luis Tomás Cervantes Cabeza de Vaca,
arrestati in luglio e agosto del 1968, due mesi prima della strage del 2 ottobre) furono il detonatore del movimento del 1968, definito
dal romanziere José Revueltas "impazzito movimento di purezza".
Che volevano gli studenti? Che chiedevano? Ad Ankara, Berkeley, Berlino, Belgrado, Roma, Madrid, Praga, Rio de Janeiro,
Tokyo, Varsavia ci furono lotte studentesche. Nessuna ebe un destino così cruento e barbaro come quella messicana, che terminò
con la carneficina del 2 ottobre 1968, nella Piazza delle Tre Culture, a Città del Messico.
Alcuni professori giudicarono molto limitate le rivendicazioni studentesche messicane. Non c'era una sola esigenza accademica,
niente per migliorare il piano di studi, per elevare il livello educativo, per fomentare la cultura e la scienza, niente sulle condizioni di
vita dei messicani, niente sullo sviluppo universitario e politecnico. Eppure, politicamente, le richieste erano molto concrete (come
la dissoluzione del corpo dei granaderos), a differenza degli interminabili raduni studenteschi all'università, dove si poteva
mangiare, dormire, complottare e perfino fare l'amore, un modo insuperabile, secondo il '68 francese, di essere rivoluzionari.
La situazione era critica. Il governo del presidente Gustavo Díaz Ordaz sentiva che il paese gli sfuggiva di mano, e proprio
nell'anno delle Olimpiadi. Per la prima volta, i Giochi Olimpici si sarebbero svolti in un paese del Terzo Mondo (un concetto coniato
da De Gaulle). A Città del Messico, la costruzione della nostra facciata olimpica prese meno di un anno: stadi, Villa Olimpica,
impianti sportivi e perfino un'innovazione, le Olimpiadi culturali, per esibire le ricchezze spirituali del Messico, con la presenza di
grandi poeti, Pablo Neruda, Evgenij Evtuscenko, Nicolás Guillén, Octavio Paz, che sarebbe venuto dall'India, dove era
ambasciatore, per dare prova del contributo intellettuale del Messico al mondo.Dietro i nuovi edifici, destinati a ospitare gli atleti, si
nascondeva la miseria, la gente scalza, i bambini col pancione, i campesinos senza cibo, la gerarchia di una società ostile ai
dimenticati per sempre, la crudeltà di un governo disposto a simulare tutto. Il Pri-governo cercava di dimostrare al mondo che il
Messico era un paese modello, che il futuro dell'America latina si concentrava nel nostro progresso e nella nostra stabilità. Per
esorbitanti che fossero, le spese per la XIX Olimpiade sarebbero tornate a nostro beneficio, perché gli investitori avrebbero scelto
il Messico - paese affidabile e stabile - per proteggere i loro soldi.
Non vogliamo Olimpiadi,
Ah, che ragazzi antipatriottici e sabotatori! I 146 giorni che durò il movimento studentesco furono febbrili. Chi partecipò non li
dimenticherà mai. L'università fu la grande protettrice degli studenti, che praticamente vivevano nelle aule e dormivano perfino nei
corridoi.L'euforia della partecipazione e del sentirsi compagni era al colmo. Uomini e donne vivevano i migliori giorni della loro vita,
niente di meglio poteva succedergli. "Unam, Universidad nacional autónoma de México, territorio libero di America", diceva
una voce giovanile amplificata dagli altoparlanti. La presa della Città universitaria da parte dell'esercito, il 18 settembre, e la
detenzione di 500 professori e studenti universitari indignò tutti. Gli studenti si strinsero attorno al loro rettore, Javier Barros Sierra,
che li difendeva affrontando personalmente il governo. Le autorità del Politecnico, invece, non diedero mai una protezione di
questo tipo ai loro studenti, che vivevano in una parte della città - la zona nord - molto più povera del quartiere universitario e
perciò molto più esposta alle detenzioni e alle razzie poliziesche.
Tutta l'euforia studentesca, malgrado gli arresti e le carcerazioni, finì nella Plaza de las Tres Culturas, il 2 ottobre 1968 alle sei e
dieci della sera, quando iniziò la sparatoria e morirono più di 250 persone, stando alla cifra data dal giornale inglese The Guardian,
ripresa da Octavio Paz nel suo libro sul '68, Posdata, e confermata recentemente dai reporter statunitensi David Brooks e Jim Cason.
Alle cinque della sera di quel mercoledì 2 ottobre 1968, quasi diecimila uomini donne e bambini si riunirono nella Plaza de las Tre
Culturas di Tlatelolco (così chiamata perché conserva il mondo precolombiano nelle rovine archeologiche, il passato coloniale nel
convento dei francescani e l'epoca moderna nell'alto e slanciato edificio del ministero degli esteri). Quando i leader studenteschi
videro il grande spiegamento di forze di esercito, polizia e granaderos, decisero di scioglere la manifestazione e, dal terzo piano
dell'edificio Chihuahua, chiesero ai partecipanti di tornarsene a casa. Uno studente di nome Voga annunciò alle 6 e 10 che il corteo
era sospeso, e in quel momento un elicottero volò sulla piazza e lasciò cadere tre luci di bengala verdi. Si sentirono i primi spari e la
gente cominciò a correre.
"Non correte compagni, non correte, sono tiri a salve, calma compagni!".
Il tumulto fu generale, tutti scappavano, molti caddero nella piazza. Il fuoco fitto e il crepitare delle mitragliatrici convertì la Plaza
de las Tre Culturas in un inferno. Secondo la corrispondente di Le Monde, Claude Kiejman, l'esercito cominciò a catturare migliaia
di ragazzi o ragazze, tenendoli con le braccia alzate sotto la pioggia.
Duemila persone vennero arrestate. I familiari rimasero senza notizie e cominciarono a vagare fra ospedali e obitori cercando i
loro figli. Da 29, il numero ufficiale dei morti dato dalla stampa messicana passò a 43. I gornali ricevettero un ordine perentorio:
"Basta con l'informazione".Al quotidiano Novedades respinsero uno dopo l'altro gli articoli che scrivevo, compresa un'intervista
con Oriana Fallaci, ferita nella manifestazione di Tlatelolco, dove era stata invitata da due leader del Consejo Nacional de
Huelga, il comitato dewgli studenti in lotta. La incontrai, indignata, in un letto dell'Ospedale Francese. Parlava al telefono con
qualche parlamentare italiano e chiedeva gridando che la delegazione olimpica italiana sospendesse il viaggio.Finalmente mi disse:
"Che cosa mostruosa! Io sono stata in Vietnam e ti posso assicurare che lì durante le sparatorie e i bombardamenti - anche in
Vietnam si segnalano i posti da bombardare con le luci del bengala - ci sono rifugi, trincee, buchi, che so io, dove correre a
ripararsi. Ma qui non c'era la minima possibilità di fuga. Al contrario. Hanno sparato su una folla inerme in una piazza che è una
vera trappola. La gente non aveva scappatoie. Io mi ero buttata per terra a pancia in giù e, quando ho cercato di coprirmi la testa
con la borsa per proteggermi dalle schegge, un poliziotto mi ha puntato la pistola alla testa dicendo: 'Non si muova'. Vedevo le
pallottole perforare il pavimento della terrazza intorno a me. Ho visto anche come i poliziotti trascinavano per i capelli gli studenti e
i giovani e li arrestavano. Ho visto molti feriti, molto sangue, finché mi hanno colpito e sono rimasta stesa nella pozza del mio
sangue per quarantacinque minuti. Uno studente vicino a me ripeteva: 'Coraggio, Oriana, coraggio'. La polizia non ha fatto alcun
caso alle mie ripeture richieste: 'Avvisate la mia ambasciata. Sono una giornalista italiana'. Si rifiutavano tutti, finché una donna mi
ha detto: 'Lo faccio io'.
Rodolfo Rojas Zea, il giovane giornalista che accompagnava Oriana Fallaci e la coprì col suo corpo al momento della sparatoria, fu
ferito anche lui a un gluteo e alla coscia da un proiettile di grosso calibro, per fortuna di rimbalzo, altrimenti gli avrebbe distrutto la
gamba. Oriana ricevette uno sparo vicino al fianco. Entrambi videro molti corpi stesi sulla piazza. Il reportage di Rojas Zea, che
scrisse un articolo malgrado fosse stato ferito, venne tagliato. I giornali non informarono come avrebbero dovuto. A parte poche
encomiabili eccezioni, la censura impose il silenzio alle coscienze. A partire da quel giorno, molti di noi si ripiegarono su se stessi,
domandandosi chi eravamo e che volevamo. Ci rendemmo conto di aver vissuto in una specie di paura latente e quotidiana che
cercavamo di cancellare ma che, all'ultimo, era esplosa. Sapevamo della miseria, della corruzione, della menzogna, sapevamo che
l'onore si compra, ma non sapevamo che il governo fosse capace di dare l'ordine di sparare sulla folla, di inseguirla con le baionette
innestate. Lì si vedevano le pietre di Tlatelolco macchiate di sangue, le scarpe perse della gente in fuga, le porte metalliche degli
ascensori dei palazzi perforate dalle raffiche di mitra, i giovani dirigenti del movimento con le vite spezzate da tre anni di carcere e
due anni di esilio in Cile, le famiglie in lutto e migliaia di messicani umiliati da un castigo spaventoso.
Subito dopo il massacro, registrai le voci dei giovani, di madri e padri di famiglia. "Sì, però cambiami il nome", "Io le racconto, però
non dica chi sono", dicevano i ragazzi. Eccetto il caso dei leader incarcerati e di alcune madri di famiglia, ho conservato i nomi ben
custoditi in fondo al cuore, a rischio di non sapere oggi, trent'anni dopo, ridare un nome a quelle voci. Molti rifiutarono di parlare.
La famiglia della giovane Regina Teuscher Kruger, la cui immagine iondelebile sulla rivista Siempre! colpì profondamente migliaia
di messicani, non volle parlare con nessun giornalista. Il padre di Regina, di origine tedesca, raccolse il cadavere di sua figlia di 21
anni con sei colpi d'arma da fuoco lungo tutta la schiena.Delle centinaia di feriti ricoverati negli ospedali, quasi tutti presentavano
ferite alla schiena, ai glutei, alle cosce, alle gambe. Mentre cercavano di scappare da quella trappola mortale, gli spararono alle
spalle.
Questa tragedia provocò una scissione nella vita di molti messicani: prima o dopo il 2 ottobre. Il 1968 fu un anno che ci ha marcato
a fuoco e sangue. Il 1968 è l'anno della protesta dei giovani di tutto il mondo. Ci sono stati altri movimenti studenteschi, nessuno
con un finale così violento come il nostro. Il fuoco intenso durò 29 minuti, come in una battaglia, e uccise persone che si
affacciavano appena alla vita.
Uccidere un giovane è uccidere la speranza.
Oggi, nel 1998, a trent'anni dal movimento studentesco, sono finiti gli spari? Sicuramente non in Chiapas, occupato dall'esercito. Né
nelle strade di Città del Messico, dove spadroneggia la violenza. Il movimento studentesco del 1968 è stato la punta di lancia di altri
"impazziti movimenti di purezza" nel nostro paese. Lo provano il subcomandante Marcos e l'esercito degli indios zapatisti, gli uomini
e le donne del Chiapas.
Nel 1968 si incolpò la Cia, la sinistra irresponsabile, i politici astiosi, i rossi; si parlò di una congiura comunista ordita da Mosca.
Ancora oggi, trent'anni dopo, non si sono aperti gli archivi dell'esercito e corre voce che non si apriranno prima del 2007.
Probabilmente non sapremo mai il numero esatto dei morti della notte di Tlatelolco. Però, ancora per molti anni, risuonerà nelle
nostre orecchie la breve spiegazione di un soldato al giornalista di El Día, José Antonio Del Campo:
"Sono corpi, signore...".
www.media68.com | febbraio 1998
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Díaz Ordaz, chin, chin, chin
des-juifs-allemands
Siamo tutti ebrei tedeschi
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vogliamo rivoluzione!
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