La strage di Città del Messico
2 ottobre 1968. Una data che emozionò il mondo. Ecco l'anatomia della strage fatta da una Commissione presieduta
nel '93 dallo scrittore Paco Ignacio Taibo II
di GIANNI PROIETTIS
il manifesto, 2 ottobre 1998
San Cristobal, Chiapas
Il Consiglio nazionale degli studenti in lotta, lo storico Consejo nacional de huelga, aveva deciso, la mattina di mercoledì 2
ottobre, di limitare la manifestazione indetta per il pomeriggio a un semplice comizio nella Piazza delle Tre Culture, a Tlatelolco,
dove si sarebbe annunciato l'inizio di uno sciopero della fame degli studenti arrestati due settimane prima. Con questa decisione si
rinunciava al corteo verso il Casco de Santo Tomás, un complesso studentesco occupato dalla polizia il 19 settembre.
Nell'assemblea della mattina si era concordato, seguendo le abituali misure precauzionali, che potessero accedere alla tribuna solo
gli oratori e gli organizzatori e che tutti i membri del Consejo non assistessero o rimanessero mischiati tra il pubblico. Non si diede
alcun peso alle voci che parlavano di camion con agenti armati della Dirección federal de seguridad diretti verso la zona della
manifestazione. Gli annunci allarmisti erano frequenti e non si fece caso neanche al fatto che ai funzionari e agli impiegati del
ministero degli esteri, che dà sulla piazza di Tlatelolco, era stato dato il giorno libero.
Molte testimonianze coincidono nel ricordare vari interventi di studenti "radicali", che insistevano sulla necessità che il movimento si
armasse, come risposta alle aggressioni poliziesche. Ma i dirigenti del movimento credevano fermamente nella linea pacifica e di
massa. La decisione di reprimere brutalmente la manifestazione del 2 ottobre venne presa dal presidente Díaz Ordaz almeno il 30
settembre, se non prima, per "dare una lezione" al movimento studentesco, che si stava comportando come un guastafeste delle
imminenti Olimpiadi.
Le stime della Comisión de la verdad parlano di circa ottomila effettivi presenti a Tlatelolco, fra soldati, granaderos, polizia
urbana, polizia a cavallo, agenti segreti, polizia giudiziaria e federale, membri del batallón Olimpia, creato appositamente per
vigilare sulle installazioni sportive. Si contarono 300 veicoli militari, fra tank, blindati, jeep armate. Gli ordini per la mobilitazione di
queste forze vennero dati almeno 24 ore prima e, mentre l'esercito aveva istruzioni di intervenire in caso di "disturbi", il battaglione
Olimpia, la polizia giudiziaria e gli agenti del Dfs ricevettero l'ordine di creare i "disturbi". Il battaglione Olimpia dipendeva
direttamente dallo Stato maggiore presidenziale. Le loro istruzioni erano precise: dovevano assistere alla manifestazione in abiti
civili e con un guanto bianco alla mano sinistra come segno di riconoscimento. I federales ricevettero lo stesso ordine, più la
proibizione di portare documenti di identità.
Il battaglione Olimpia aveva l'ordine di bloccare l'edificio Chihuahua, che era stato scelto come tribuna per le sue lunghe balconate
e che si affacciava sulla piazza; arrestare i membri del Consejo studentesco; prendere il secondo e terzo piano dell'edificio e
sparare sulla folla.
Alle 6 e 10 della sera, quando i principali oratori avevano già parlato e il raduno stava per terminare, si produsse una serie di eventi
in rapida successione. L'arrivo di camion di paracadutisti che circondano la piazza. Un elicottero (militare?) sorvola la
manifestazione. Dalla torre del ministero degli esteri vengono sparati due bengala, uno verde e uno rosso. L'esercito avanza verso
la folla. Dal microfono della tribuna risuona l'appello: "Non correte, compagni! E' una provocazione!". Dall'edificio Chihuahua
risuonano i primi spari. Molte testimonianze concordano sul fatto che un uomo in borghese, vestito con un impermeabile, fu il primo
ad aprire il fuoco con una pistola contro la folla. A quel punto i "civili" con il guanto bianco - alcuni con un semplice fazzoletto
arrotolato a una mano - generalizzano la sparatoria, tirando indiscriminatamente su donne, bambini, studenti e granaderos. Anche
dalla torre del ministero degli esteri si sparano sulla piazza raffiche di mitragliatrice pesante. I soldati in uniforme irrompono dalle
varie entrate della piazza sparando anche loro sulla gente e caricano con le baionette innestate. Un nugolo di poliziotti e agenti del
battaglione Olimpia preende d'assalto il terzo piano dell'edificio Chihuahua, dove era istallata la tribuna, con le pistole in pugno,
cominciano a picchiare e arrestare tutti gli studenti e i giornalisti presenti, circa 300 persone. La folla, che cerca di ripiegare verso
l'edificio Chihuahua, viene affrontata da agenti in borghese, che, dal pianoterra, sparano all'impazzata. I colpi non risparmiano
nessuno. Dei soldati, dal balcone dell'edificio, comunicano concitatamente con un walkie-talkie: "Non sparate, battaglione
Olimpia!". Dal cielo, l'elicottero mitraglia indiscriminatamente, utilizzando anche pallottole traccianti.
Per un'ora e cinquanta minuti si spara, da tutti gli angoli, contro una moltitudine inerme. Secondo dati ufficiali, vengono sparati 15
mila colpi d'arma da fuoco, inclusi quelli dei cannoni dei blindati. Secondo il primo rapporto della Croce Rossa, che agì con grande
coraggio ed ebbe sei portantini feriti, la maggioranza dei morti riconosciuti dalle autorità, fra cui un bambino, fu uccisa a colpi di
baionetta. Ci sono testimonianze di comportamenti "anomali" fra i soldati: alcuni militari, nel primo quarto d'ora della sparatoria,
permisero agli studenti in fuga di uscire dalla piazza, voltandosi dall'altra parte. Ma non mancano gli episodi di ferocia estrema:
alcuni dei 700 feriti ricoverati negli ospedali cittadini furono letteralmente strappati dalle mani dei chirurghi mentre si trovavano sul
tavolo operatorio. Di loro non si è saputo più nulla.
Il caos della sparatoria non risparmiò neanche le forze repressive. Tre soldati morirono, e sette, fra cui un generale, vennero feriti.
Non si è mai chiarito se si sia trattato di incidenti dovuti alla confusione o se ci fosse un piano predeterminato per far apparire la
strage come il risultato di uno scontro a fuoco. Di fatto, l'allora ministro della difesa, generale García Barragán, cercò di
accreditare la versione di "guerriglieri che avevano provocato l'esercito". Alcuni giorni dopo, la polizia mostrò un "arsenale"
sequestrato agli studenti: sette pistole di piccolo calibro e due fucili da caccia. Ma nessuno dei calibri corrispondeva con i proiettili
estratti ai feriti.
La cortina del silenzio che scattò dopo il massacro fu quasi totale. Solo la scrittrice Elena Poniatowska (il cui articolo pubblichiamo
nelle pagine centrali di questo inserto speciale) e la giornalista italiana Oriana Fallaci, anch'essa ferita a Tlatelolco, aprirono uno
squarcio sulla natura e sulle reali dimensioni della strage. Ma a tutt'oggi non si sa con precisione quante persone - certamente più
di 200 - persero la vita quel 2 di ottobre.
Dieci giorni dopo l'eccidio si diede l'annuncio dell'apertura delle Olimpiadi.
Oggi una stele ricorda quel massacro, sulla Piazza delle Tre Culture. La potete vedere in questa pagina. La fotografia è di Mario
Boccia.
www.media68.com | febbraio 1998
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La ricostruzione più attendibile, almeno fino ad oggi, della strage del 2 ottobre 1968 a Città del Messico è stata fatta nel 1993
da una apposita Comisión de la verdad, che sintetizzò una miriade di testimonianze, alcune ancora anonime malgrado fossero
passati venticinque anni dai fatti. Il segretario e relatore della Commissione era lo scrittore Paco Ignacio Taibo II.
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