'68 l'eros ai tempi della rivoluzione
di ALBERTO PAPUZZI
La Stampa, 7 febbraio 1998, pag. 23
Prima vengono i ricordi. Perché creano l'atmosfera. I ricordi dell'occupazione, i ricordi dei compagni che magari si sono persi di vista, i ricordi degli amori, i ricordi delle case dove ci si rifugiava lasciata la famiglia. Nell'ombra dei ricordi il Sessantotto sembra più abbordabile, meno impegnativo, e scioglie gli animi fra cinque amici, protagonisti della contestazione: Anna Bravo, Alberto Collo, Laura De Rossi, Massimo Negarville ed Eleonora Ortoleva, che si sono incontrati attorno al tavolo d'una cena torinese, trent'anni dopo la loro stagione rivoluzionaria, e hanno ritrovato i modi di fare, l'affetto, le contrapposizioni dialettiche, la leggerezza, il gusto della provocazione, di quando parteciparono all'occupazione di Palazzo Campana.
I ricordi di quel campeggio senza istruttori che era l'occupazione, secondo un'immagine di Anna Bravo. Quella notte che Collo e un amico, in onore alla rivoluzione, decisero di tinteggiare di rosso gli interni di Palazzo Campana, solo che biacca e additivo diedero un colore da vomito, «ricordo che il mattino dopo vennero i leader a vedere, Guido Viale ridacchiava ma Luigi Bobbio mi fece il culo, disse che erano goliardate e non mi parlò per due settimane». O quando durante uno sgombero, portati fuori a braccia, si misero tutti a cantare a squarciagola
Mamma, solo per te la mia canzone vola.
«Chissà a chi venne in mente di intonarla - dice Negarville - uscii per primo, vidi fra gli studenti di destra Rossi di Montelera che mi urlava ''Stalin! Beria!'' e gli mollai un ceffone».
Quindi vengono i problemi legati alle scelte di vita che fecero dell'intreccio fra pubblico e privato, fra politico ed esistenziale, il vero carattere di una stagione che coincideva in tutti i sensi con l'impeto della giovinezza. Due sono i fenomeni che segnarono gli aspetti privati della contestazione sessantottina: i conflitti all'interno della famiglia e la libertà nei rapporti di coppia. Il cuore di tutto è l'idea e il desiderio di una vita diversa, più autentica, di uno strappo con le convenzioni, con i riti e i tabù. «Noi volevamo sperimentare un modo diverso di vivere - dice Eleonora -. Non avevamo una teoria. Il nostro sperimentalismo andava al di là dei libri. Spesso nelle nostre famiglie c'erano cose che ci sembravano ridotte a pure convenzioni sociali». Ma non era solo una questione ideologica, dice Collo: «C'era uno scontro su comportamenti che le nostre famiglie non tolleravano: andare in giro con l'eschimo, fare tardi la notte, e la libertà nei rapporti sessuali».
«Ingessature vuote», dice Anna Bravo delle famiglie di allora, convinta che molte rotture si fossero determinate già da tempo. «Non ho avuto rotture con la mia famiglia - eccepisce Laura -, però in una recente discussione sul film
Gioventù bruciata
, si è ipotizzata l'idea, a mio parere calzante, che James Dean rappresentasse la ribellione contro un padre che non faceva il padre. Voglio dire che dentro le rotture non c'era solo il bisogno di libertà, ma anche quello di ricostruire e ricompattare strutture di sicurezza, attraverso i legami della comunità o della tribù». Ma Alberto Collo confessa di essersi scontrato con un padre capace di trasmettere valori positivi. Massimo: «Lo riconosci solo oggi o lo capivi anche allora?». Alberto: «Allora non ero in grado di capirlo». Non manca un pizzico di ironia affettuosa, quando Anna gli domanda: «In che cosa credi di assomigliare a tuo padre?» e, prima che Alberto possa rispondere, si sente la voce di Laura: «Nella veemenza, naturalmente».
Alla rottura con le famiglie fece da contraltare la trasgressività sessuale. «I rapporti di coppia erano del tutto liberi come non sono più stati - dice Negarville -. Si viveva in una specie di famiglia allargata e capitava di avere simpatie per persone diverse da quelle con cui si conviveva senza che questo provocasse troppi traumi. Almeno questa era la percezione che ne avevamo allora». Icastico il commento di Laura De Rossi: «In realtà era un carnaio». Massimo: «No, ti confondi con dopo. Ti confondi con il '72. Prima non c'è stato nessun carnaio». Però anche Anna dice: «C'era una finzione di libertà. Era proibito
non
essere liberi». Incalza Laura: «Era proibito essere emotivi». Non ci sta Negarville: «No, questa mi pare una menzogna». Eleonora Ortoleva si schiera con lui: «Forse certe cose non le rifarei, ma non rinnego niente. E' vero che si andava a letto di qua e di là perché vigeva per le ragazze una specie di doverismo, nel senso che bisognava mostrarsi libere. Però faceva parte della sperimentazione liberamente accettata».
Questo è stato il nodo d'una rottura che nella sfida trasgressiva non riusciva a rimuovere differenze di ruolo profondamente radicate nel costume sociale e nei comportamenti di genere, palese contraddizione fra pubblico e privato. Sulla festosità dei ricordi si allunga l'ombra indocile d'una sconfitta: «Pur avendo partecipato al carnaio, io mi sono difesa bene perché ero un po' ''bigotta'' - dice Laura -, ma ho passato serate sui pianti delle ragazze, perché la gelosia era proibita, perché non bisognava essere possessive, perché non era tollerato il malessere, perché bisognava essere all'altezza». E Anna Bravo: «C'era il rischio perenne che la libertà delle donne venisse misurata sulla disponibilità sessuale». Negarville: «Ma non c'era alcun ricatto!». Eleonora: «Era l'ideologia che si va a letto con chi ti pare». Anna: «Non proprio. Il più delle volte andavi a letto non con chi pareva a te, ma con chi pareva a lui». Allora Massimo: «Non nego che le ragazze ci abbiano rimesso più di noi. Ma anche gli uomini hanno sofferto».
Entrano fatalmente in scena i rapporti con le tematiche femministe. Eleonora: «Io dico che se adesso ci sono ragazze di vent'anni più forti e capaci di scegliere, questo accade anche perché noi abbiamo loro aperto la strada. Che cosa si sapeva della sessualità al femminile, prima che noi cominciassimo a interrogarci?». Ancora Laura: «Non è vero. Questo è avvenuto con il femminismo, che ha avuto delle origini al di fuori del Sessantotto: altre donne sono state per noi un riferimento». Negarville: «D'accordo, però il femminismo non ci sarebbe stato senza la trasgressività sessantottina. Le donne che mi hanno fatto il culo nel '73 e '74 erano assolutamente libere». Ed Eleonora: «Il femminismo ha raccolto anche la nostra esperienza». Massimo: «La rivincita femminista si è fondata sulla liberazione sessuale sessantottina». Ma su ciò la contrapposizione è netta.
«No - replica Anna Bravo -. Gli aspetti anche fascistoidi del processo pubblico che le femministe, negli Anni Settanta, fecero ai maschi riflettevano se mai l'aggressività di chi si era trovato a vivere la condizione del più debole. A me, più vecchia, faceva rabbia il conformismo di molte ragazzine: gli uomini del Sessantotto non hanno capito che ci voleva più coraggio da parte nostra a dire di no che di sì. Anche nel sistema di famiglia allargata ideologizzato dal Sessantotto l'uomo restava anche un nemico. Era ideologia che fossero venuti meno gli aspetti di antagonismo, se mai più difficili da riconoscere in quell'autentica esplosione di affettività collettiva».
Laura: «Infatti non c'era nessun eros, perché l'eros riguardava la comunità non i rapporti fra le persone. La libertà non è quella del sesso ma dei rapporti. Io ho vissuto tutto ciò come una violazione, perché la sessualità è un fatto serio, delicato e problematico, fa male se la si gestisce così, dal di fuori. Per gli uomini, invece, quella è stata un'illuminazione epocale: che le signorine la dessero, voglio dire. Cresciuti in genere nel clima vittoriano del S. Giuseppe o del D'Azeglio, vedere improvvisamente le donne togliersi la cintura di castità è stato come vedere la madonna».
Fra liberazione e oppressione, gli sbocchi restano sfuggenti quando è in gioco la soggettività. Tutto durò qualche mese. Tutto ciò che chiamiamo il Sessantotto. «Nel '69-70 era già finito&», dice Collo. «Però Torino nel '69-70 è il cuore della rivolta operaia», obietta Negarville. «Sì, ma questo assorbe tutto», dice Alberto. «Già, tutti per gli operai, tutti a Mirafiori», riconosce Massimo. Le rivendicazioni del Sessantotto, spostate sul piano della lotta politica e del conflitto sociale, contribuirono a cambiare la realtà italiana, con l'instaurazione di condizioni meno disuguali e una più equa distribuzione di diritti fondamentali come il lavoro e l'istruzione, ma il movimento degli studenti si svuotò dei suoi contenuti originari e della carica trasgressiva. Ripensato trent'anni dopo, con qualche ruga, con qualche delusione, come in una scena del
Grande freddo
, il privato del Sessantotto, con la sua carica di sfide e di rotture, appare un episodio remoto ed elitario.
«Una stagione così effervescente nessuno di noi l'ha più ritrovata - dice Eleonora Ortoleva -. Ciascuno di noi è più solo e non ci sono élite intellettuali capaci di interpretare quello che sta accadendo». Anna Bravo conclude con uno dei suoi aforismi: «E' vero che il Sessantotto ha rilegittimato la soggettività, solo che adesso la soggettività è un talk-show». Per Alberto Collo, «la libertà di comportamento di tutti si è allargata ma i mondi possibili si sono ridotti». Massimo Negarville, il politico del gruppo: «La rivolta era bella e sacrosanta. Per quello che è avvenuto dopo, negli anni della sinistra extraparlamentare, noi abbiamo fatto l'autocritica e ci siamo detti: se avessimo vinto sarebbe stato peggio». E' il nuovo conformismo, l'appiattimento di valori, l'interrogativo di Laura: «Mi domando per quanto dovremo vivere in un mondo dove tutto è indifferente e Jim Morrison vale Dante Alighieri. Per quanto tempo dovremo vivere senza Goethe?».
www.media68.com | febbraio 1998
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Il «grande freddo» dopo occupazioni, femminismo,
sfide ai tabù di coppia e famiglia: cinque amici si incontrano a Torino
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