Praga era sola
di TOMMASO DI FRANCESCO
il manifesto, 21 agosto 1998
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto di trent'anni fa, i carri armati del Patto di Varsavia occuparono Praga. Era l'inizio della fine della Primavera, cioè del nuovo corso del Partito comunista cecoslovacco che, sostenuto da tutto il popolo e in particolare dai giovani, da quasi un'anno aveva avviato una svolta straordinaria per democratizzare il paese sotto la direzione di Alexander Dubcek.
Il movimento della Primavera sarebbe durato ancora pochi mesi, soffocato dalla repressione dei normalizzatori sostenuti dalle
truppe sovietiche e dal Pcus di Breznev, anche se i consigli operai che erano nati a centinaia avrebbero resistito quasi fino alla fine
del 1969. Fu una svolta durissima per quello che allora si chiamava Movimento operaio internazionale, così come fu un colpo
violento per molti giovani impegnati nel movimento del '68, che aveva tra i suoi motivi ispiratori la lotta contro l'aggressione militare
degli Stati uniti al piccolo Vietnam. Ancora una volta una nuova generazione doveva fare i conti con il peso del mondo così come
era: diviso tra due potenze politiche e militari - una delle quali, l'Unione sovietica residuo ormai della rottura bolscevica del 1917 -
che in quella fase, anche di fronte alla gigantesca diversità dei comportamenti internazionali della Cina, specularmente
contenevano, quando non reprimevano con la violenza, le spinte al cambiamento in tutto il mondo, spesso in aperta connivenza.
Insieme al disastro delle speranze della gioventù cecoslovacca bruciate nel rogo di Jan Palach, e dei dirigenti del nuovo corso, i
cingolati dei carri russi schiacciavano e aprivano ferite anche nella sinistra europea e italiana in particolare.
Il Sessantotto aveva aperto nel Pci, il più grande Partito comunista al mondo al di fuori dei paesi del "socialismo realizzato", una
seconda stagione di dibattito. I tank di Praga la chiusero in un serraglio, nonostante che il gruppo dirigente del Pci avesse giudicato
negativamente l'invasione. Quando apparve chiaro che il processo di normalizzazione era andato in porto, l'argomento "Primavera
di Praga" venne semplicemente rimosso se non dimenticato, in una ritrovata subalternità a Mosca.
Una piccola pattuglia dentro il partito aveva fondato la rivista mensile il manifesto , proprio sull'onda dei nuovi contenuti del
Sessantotto nel mondo, delle sollecitazioni cinesi e anche del movimento di Praga. Un editoriale del settembre 1969, intitolato
"Praga è sola", avrebbe segnato la fine di quella esperienza ancora interna: il gruppo dei compagni che aveva ispirato la rivista, che
la scriveva e la sosteneva nel partito e fuori, fu radiato su istigazione del Pcus sovietico come "frazionista" - così venimmo definiti
in decine e decine di congressi di sezione e federazione e poi cacciati.
Da quel gruppo nacque il 28 aprile 1971 questo giornale. Dalla costola di Praga dunque abbiamo preso le mosse, convinti che nelle
società post-rivoluzionarie dell'Est fosse all'ordine del giorno la necessità di un cambiamento radicale, rivoluzionario, pena il disastro
a destra. E che questo valesse anche per i partiti comunisti occidentali. I fatti non ci avrebbero dato solo ragione: ci avrebbero
sommerso di verità.
Vedevamo un legame fortissimo tra stravolgimenti nel Terzo mondo e rivoluzione in occidente e nelle stesse società bloccate
dell'est (del resto, nonostante uno statuale Fidel Castro avesse appoggiato l'invasione, non erano stati proprio quei comunisti
cecoslovacchi che volevano il "nuovo corso" del socialismo nel loro paese come Jirj Hajek, Frantisek Kriegel, Walter Komarek e
tanti altri a essere stati i più vicini alla rivoluzione cubana e alla voglia di sapere e trasformare di Ernesto Guevara?). Della
comprensione della crisi ad est, a partire da quel momento, facemmo una ragione della nostra esistenza, con convegni
internazionali, inchieste, attenzione non comune all'esperienza, poi fallita anch'essa, di Michail Gorbaciov e a tutte le trasformazioni
interne, dalla nascita dell'opposizione di Charta 77 e Solidarnosc alle svolte dell'89. Fino alle disillusioni dell'Ottantanove e all'attuale
stagione del disastro dei nazionalismi ed dell'instabilità epocale della Russia.
Ora che i molti McDonald's illuminano le notti dei paesi dell'est le cui realtà, dopo tante promesse del miraggio occidentale,
assomigliano, quanto a orrore e a condizioni di vita, a quelle del Terzo mondo, ripensare quella "stagione infranta" (il titolo del
nostro speciale di oggi) per noi che proponiamo ogni giorno un giornale europeo, è qualcosa di più un esercizio di memoria dovuta.
E' un modo naturale, un sentire le origini, un avvertire l'attualità di quella Primavera, un trovare occasioni per i nodi irrisolti della
sinistra oggi, a Praga e da noi. Sapendo che solo se saremo ancora capaci di riannodare e raccontare il filo di quella complessità,
avremmo voci di forza. E ragioni per esistere.
www.media68.com | febbraio 1998
![]()
![]()
![]()