Praga dimentica la sua tragedia

di BERNARDO VALLI

la Repubblica, 21 agosto 1998

PRAGA
Dopo essere stata condannata e sepolta nel 1968 dall'Unione Sovietica, la Primavera di Praga è stata condannata e sepolta nel 1993 dal Parlamento ceco liberamente eletto. L'Urss usò i carri armati. La democrazia una legge. In quest'ultima si definisce senza distinzione il periodo dal 1948 al novembre del 1989, vale a dire gli anni in cui il paese fu governato dal partito comunista, una fase durante la quale la società fu violentata da un'organizzazione criminale. Nel presentare questa legge un rappresentante del governo ha precisato che neppure i promotori dell'effimera Primavera, durata una manciata di mesi, potevano sfuggire a quel giudizio: anche loro erano in definitiva guardiani del campo di concentramento: guardiani buoni, rispetto ai loro predecessori e ai loro successori, ma pur sempre guardiani. Vaclav Havel ha firmato la legge nella sua veste di Capo dello Stato. Ricavo questa scarna - e un po' brutale - interpretazione dell'atteggiamento ufficiale nei confronti della Primavera da un saggio del filosofo Karel Kosik. Essa ci aiuta a spiegare perché il solo avvenimento di rilievo, qui a Praga, in questo trentesimo anniversario dell'invasione sovietica, sia il fatto che non ci sono celebrazioni. Non una parola e tanto meno una lacrima protocollare.

L'intervento dell'Armata Rossa, a quella data la più imponente operazione militare, in Europa, dopo la Seconda Guerra mondiale, e la straordinaria sollevazione popolare, a mani vuote, davanti ai carri armati che presidiavano le due rive della Vtalva, sono rievocati in queste ore in tanti angoli del mondo: ma non qui a Praga, il luogo del dramma. La tesi a sostegno di questa esibita indifferenza è che quella mobilitazione di massa, spontanea, appassionata, di cui le numerose immagini sono una testimonianza ineccepibile, rivelò le "buone caratteristiche" della società in quel momento di tenebre: un lampo che richiese energie, e che in definitiva le sciupò. Le sciupò perché erano l'inutile difesa della Primavera, che fu il breve capitolo, anzi soltanto un paragrafo, della tragedia comunista. Nel centro della città vecchia ho visto soltanto un cenno all'agosto '68: una mostra privata con tante fotografie di Praga occupata.

Dopo l' invasione sovietica, Karel Kosik fu espulso dal partito e dall'Università Carlo dove insegnava filosofia. Nel '75 la polizia perquisì il suo appartamento e gli sequestrò un manoscritto di mille pagine. Era un'opera filosofica che gli era costata dieci anni di lavoro. Kosik camminò quel giorno a lungo per le strade di Praga con l'amico Milan Kundera. Scesero da Hradcany, dove abitava, verso la penisola di Kampa; attraversarono la Vltava, sul ponte Manes. Kosik cercava di scherzare: come avrebbero fatto i poliziotti a decifrare il suo linguaggio filosofico piuttosto ermetico? Ma nessuno scherzo poteva calmare l'angoscia, poteva rimediare alla perdita di quel manoscritto di cui il filosofo aveva soltanto la copia confiscata, raccontò anni dopo Kundera (sulla rivista Le débat).

Lui e Kosik discussero la possibilità di indirizzare una lettera aperta all'estero per fare di quel sequestro uno scandalo internazionale. Era chiaro che non bisognava rivolgersi a una istituzione o a un uomo di Stato, ma a una personalità al di sopra della politica, a qualcuno che rappresentasse un valore indiscusso in tutta l'Europa. Dunque a una personalità della cultura. Ma quale? Assai presto si resero conto che una personalità del genere non esisteva. C'erano sì dei grandi pittori, drammaturghi, musicisti, ma l'Europa non riconosceva loro il rango di suoi rappresentanti spirituali. La cultura, concluse Kundera, non esisteva più come terreno su cui si realizzano i valori supremi.

Camminarono verso la piazza della Città Vecchia, in prossimità della quale abitava allora Kundera: e sentirono un'immensa solitudine, un vuoto, il vuoto dello spazio europ eo dal quale la cultura se ne andava lentamente. Alla fine Kosik mandò lo stesso una lettera a Jean Paul Sartre: il quale, secondo Kundera, era ancora l' ultima figura mondiale della cultura: benché proprio lui, con la sua concezione dell'"impegno", avesse creato la base teorica di un'abdicazione della cultura come forza autonoma, specifica, e irriducibile.

La lettera a Sartre, pubblicata dai giornali occidentali, ebbe effetto, perché circa un anno dopo la polizia restitui il manoscritto a Kosik. Quando (nell'80) Sartre morì, Kundera pensò che un'altra eventuale lettera non avrebbe più avuto un destinatario. Questo episodio non è una divagazione. Dà un'idea dell'atmosfera in cui viveva Kosik (e a quell'epoca anche Kundera, che non si era ancora trasferito definitivamente a Parigi). Il filosofo era un uomo coraggioso e leale. Avrebbe potuto insegnare all'estero, in America, dove si trovava al momento dell'invasione, ma rientrò a Praga e vi restò. Durante la passeggiata angosciosa con Kundera, da Hradcany alla piazza della Città Vecchia, egli si sentiva l'incarnazione della cultura rapinata. E lo era. Rapinata da quella che chiamava la dittatura burocratica-poliziesca sostenuta dai carri armati sovietici.

Per vent'anni ha custodito quel sentimento, ha rispettato un ruolo di cui si sentiva investito. Ha conservato uno spirito critico. Adesso (a 72 anni)lo indigna vedere la Primavera confusa, affogata nel panorama del passato con una norma legale approvata dal parlamento liberamente eletto. Vi vede una grossolana "normalizzazione neocapitalista" della storia. Eduard Goldstueker è ancora più severo. Il vecchio (85 anni) germanista vede nel discredito gettato sulla Primavera dall'establishment attuale il desiderio di rifiutare ai comunisti riformatori del '68 il legittimo diritto di considerarsi i precursori della "rivoluzione di velluto" dell'89, che ha riportato la democrazia, in seguito al crollo del Muro. Riconoscere quel ruolo darebbe prestigio a un certo numero di comunisti. Si preferisce invece denigrarli sostenendo che essi erano divisi in bande rivali, conservatori o stalinisti da un lato e riformatori dall'altro, ma tutti egualmente "criminali". Secondo Goldstueker, dopo la vasta ondata di entusiasmo e la prima forte opposizione all'intervento sovietico, il paese ha accettato nei successivi vent'anni un modus vivendi con il regime d'occupazione: i rimorsi di coscienza o la convenienza hanno poi spinto chi è arrivato al potere a squalificare i comunisti dissidenti che avevano resistito e spesso pagato con la prigione o l' esilio la fedeltà ai principi della Primavera. Potevano essere dei concorrenti.

Goldstueker organizzò, insieme a Pavel Reiman, nel '63, una conferenza internazionale su Kafka, considerata da molti come uno dei primi rilevanti passi verso il riformismo: quella riunione allargò la breccia: fu interpretata come una "riabilitazione" di Kafka, autore non apprezzato dall'ideologia ufficiale. Sui comunisti della generazione di Goldstueker ha pesato la Monaco del '38, dove il francese Daladier e il britannico Chamberlain abbandonarono a Hitler la giovane Cecoslovacchia (nata nel 1918 dallo smembramento dell'Impero asburgico, sotto la guida di Tomas Masaryk). A Praga fu considerato un tradimento occidentale: e questo ha dato poi forza e prestigio nel dopoguerra al Pc e all'Unione Sovietica considerata potenza liberatrice. Ebreo e comunista, Goldstueker emigrò in Gran Bretagna nel '39. Di ritorno, dopo essere stato ambasciatore in Israele e in Svezia, finì nelle galere staliniste con una condanna all'ergastolo. Riabilitato, nel '68 era presidente dell'Unione degli Scrittori cecoslovacchi.

Le attuali polemiche praghesi sulla Primavera mi riconducono a quelle del '68. Durante la Primavera facevo la spola tra Praga e Parigi. La diversità dei due fenomeni era percepibile anche a occhio nudo. Il maggio f rancese era una rivolta di giovani. La Primavera cecoslovacca non era una rivolta, era il seguito di un lungo processo di liberalizzazione, iniziato con la fine dell'epoca stalinista; ed era opera di adulti, con una tormentata esperienza politica e con tante tragedie storiche sulle spalle. Ricorro ancora a Milan Kundera che (nella prefazione a Miracolo in Boemia di Josef Skvorecky) ha ben riassunto la differenza: sulle rive della Senna ci fu un'esplosione di lirismo rivoluzionario; sulle rive della Vltava l'esplosione di uno scetticismo postrivoluzionario. Per questo lo studente parigino guardava Praga con diffidenza o indifferenza. Per questo i praghesi sorridevano delle illusioni parigine, considerandole discreditate, comiche e pericolose. Al Maggio francese, che voleva portare l'immaginazione al potere, non poteva piacere la scettica lucidità dei praghesi alla ricerca di un socialismo dal volto umano. Una scettica lucidità che si rivelò assai più rischiosa della scapestrata insurrezione parigina. A Praga non c'era un de Gaulle che, rispondendo a chi avrebbe voluto punire le insubordinazioni di Sartre, diceva: "Non si mette in prigione Voltaire". Qui contro Voltaire hanno usato i carri armati.

Il Maggio parigino metteva in discussione la cultura europea e i suoi valori tradizionali; la Primavera praghese era una difesa appassionata della cultura europea. Dal cristianesimo all' arte moderna, entrambi detestati dall'ideologia ufficiale. A Parigi era in corso una rivolta di sinistra (che poi ebbe effetti dissacranti per le ideologie). A Praga se parlavi di sinistra e di destra la gente ti guardava con ironia. Subito dopo l'invasione d' agosto arrivò a Vienna un intellettuale che poi avrebbe raggiunto una fama internazionale. Noi aspettavamo che si aprisse un varco nel confine per raggiungere Praga. Interprete del Maggio francese, e di quello rampante italiano, l'intellettuale approvava l'intervento sovietico. Le discussioni furono accese. Oggi, in occasione del trentesimo anniversario, quella stessa persona rievoca e condanna i carri armati che allora gradiva, senza essere uno stalinista. Non ricordo l'episodio per rinfacciarglielo. Il tempo cambia le situazioni, le prospettive e quindi i sentimenti e i giudizi. La Praga democratica non ha scelto come uomo simbolo, appena abbattuto il regime comunista, un superstite della Primavera, uno dei promotori di quel tentativo di democratizzare il socialismo: ma Vaclav Havel, un intellettuale che appoggiò la Primavera come movimento emancipatore, ma non da protagonista, non da comunista riformatore. Lui comunista non lo è mai stato. Era un personaggio che non ricordava il grande fallimento, con le sue tragedie e i suoi brevi sprazzi di luce. La Primavera era la preistoria.

Un ragazzo, uno studente, al quale chiedo un giudizio su quel periodo, mi risponde: "Si rivolga ai miei genitori". La faccenda non lo riguarda. E' interessato invece al lento calo della popolarità di Vaclav Havel, usurato dai quasi dieci anni di vita pubblica. Ma è anche addolorato per la grave malattia del presidente-commediografo. "E' un peccato, lui è un passato che mi piace".

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www.media68.com | febbraio 1998