di BERNARDO VALLI
la Repubblica, 21 agosto 1998
PRAGA
L'intervento dell'Armata Rossa, a quella data la più
imponente operazione militare, in Europa, dopo la Seconda
Guerra mondiale, e la straordinaria sollevazione popolare, a
mani vuote, davanti ai carri armati che presidiavano le due
rive della Vtalva, sono rievocati in queste ore in tanti angoli
del mondo: ma non qui a Praga, il luogo del dramma. La tesi
a sostegno di questa esibita indifferenza è che quella
mobilitazione di massa, spontanea, appassionata, di cui le
numerose immagini sono una testimonianza ineccepibile,
rivelò le "buone caratteristiche" della società in quel momento
di tenebre: un lampo che richiese energie, e che in definitiva
le sciupò. Le sciupò perché erano l'inutile difesa della
Primavera, che fu il breve capitolo, anzi soltanto un
paragrafo, della tragedia comunista.
Nel centro della città vecchia ho visto soltanto un cenno
all'agosto '68: una mostra privata con tante fotografie di
Praga occupata.
Dopo l' invasione sovietica, Karel Kosik fu espulso dal partito
e dall'Università Carlo dove insegnava filosofia. Nel '75 la
polizia perquisì il suo appartamento e gli sequestrò un
manoscritto di mille pagine. Era un'opera filosofica che gli era
costata dieci anni di lavoro. Kosik camminò quel giorno a
lungo per le strade di Praga con l'amico Milan Kundera.
Scesero da Hradcany, dove abitava, verso la penisola di
Kampa; attraversarono la Vltava, sul ponte Manes. Kosik
cercava di scherzare: come avrebbero fatto i poliziotti a
decifrare il suo linguaggio filosofico piuttosto ermetico? Ma
nessuno scherzo poteva calmare l'angoscia, poteva rimediare
alla perdita di quel manoscritto di cui il filosofo aveva soltanto
la copia confiscata, raccontò anni dopo Kundera (sulla rivista
Le débat).
Lui e Kosik discussero la possibilità di indirizzare una lettera
aperta all'estero per fare di quel sequestro uno scandalo
internazionale. Era chiaro che non bisognava rivolgersi a una
istituzione o a un uomo di Stato, ma a una personalità al di
sopra della politica, a qualcuno che rappresentasse un valore
indiscusso in tutta l'Europa. Dunque a una personalità della
cultura. Ma quale? Assai presto si resero conto che una
personalità del genere non esisteva. C'erano sì dei grandi
pittori, drammaturghi, musicisti, ma l'Europa non riconosceva
loro il rango di suoi rappresentanti spirituali. La cultura,
concluse Kundera, non esisteva più come terreno su cui si
realizzano i valori supremi.
Camminarono verso la piazza della Città Vecchia, in
prossimità della quale abitava allora Kundera: e sentirono
un'immensa solitudine, un vuoto, il vuoto dello spazio europ eo
dal quale la cultura se ne andava lentamente. Alla fine Kosik
mandò lo stesso una lettera a Jean Paul Sartre: il quale,
secondo Kundera, era ancora l' ultima figura mondiale della
cultura: benché proprio lui, con la sua concezione
dell'"impegno", avesse creato la base teorica di
un'abdicazione della cultura come forza autonoma, specifica,
e irriducibile.
La lettera a Sartre, pubblicata dai giornali occidentali, ebbe
effetto, perché circa un anno dopo la polizia restitui il
manoscritto a Kosik. Quando (nell'80) Sartre morì, Kundera
pensò che un'altra eventuale lettera non avrebbe più avuto un
destinatario.
Questo episodio non è una divagazione. Dà un'idea
dell'atmosfera in cui viveva Kosik (e a quell'epoca anche
Kundera, che non si era ancora trasferito definitivamente a
Parigi). Il filosofo era un uomo coraggioso e leale. Avrebbe
potuto insegnare all'estero, in America, dove si trovava al
momento dell'invasione, ma rientrò a Praga e vi restò.
Durante la passeggiata angosciosa con Kundera, da
Hradcany alla piazza della Città Vecchia, egli si sentiva
l'incarnazione della cultura rapinata. E lo era. Rapinata da
quella che chiamava la dittatura burocratica-poliziesca
sostenuta dai carri armati sovietici.
Per vent'anni ha custodito quel sentimento, ha rispettato un
ruolo di cui si sentiva investito. Ha conservato uno spirito
critico. Adesso (a 72 anni)lo indigna vedere la Primavera
confusa, affogata nel panorama del passato con una norma
legale approvata dal parlamento liberamente eletto. Vi vede
una grossolana "normalizzazione neocapitalista" della storia.
Eduard Goldstueker è ancora più severo. Il vecchio (85 anni)
germanista vede nel discredito gettato sulla Primavera
dall'establishment attuale il desiderio di rifiutare ai comunisti
riformatori del '68 il legittimo diritto di considerarsi i
precursori della "rivoluzione di velluto" dell'89, che ha
riportato la democrazia, in seguito al crollo del Muro.
Riconoscere quel ruolo darebbe prestigio a un certo numero
di comunisti. Si preferisce invece denigrarli sostenendo che
essi erano divisi in bande rivali, conservatori o stalinisti da un
lato e riformatori dall'altro, ma tutti egualmente "criminali".
Secondo Goldstueker, dopo la vasta ondata di entusiasmo e la
prima forte opposizione all'intervento sovietico, il paese ha
accettato nei successivi vent'anni un modus vivendi con il
regime d'occupazione: i rimorsi di coscienza o la convenienza
hanno poi spinto chi è arrivato al potere a squalificare i
comunisti dissidenti che avevano resistito e spesso pagato
con la prigione o l' esilio la fedeltà ai principi della Primavera.
Potevano essere dei concorrenti.
Goldstueker organizzò, insieme a Pavel Reiman, nel '63, una
conferenza internazionale su Kafka, considerata da molti
come uno dei primi rilevanti passi verso il riformismo: quella
riunione allargò la breccia: fu interpretata come una
"riabilitazione" di Kafka, autore non apprezzato dall'ideologia
ufficiale. Sui comunisti della generazione di Goldstueker ha
pesato la Monaco del '38, dove il francese Daladier e il
britannico Chamberlain abbandonarono a Hitler la giovane
Cecoslovacchia (nata nel 1918 dallo smembramento
dell'Impero asburgico, sotto la guida di Tomas Masaryk). A
Praga fu considerato un tradimento occidentale: e questo ha
dato poi forza e prestigio nel dopoguerra al Pc e all'Unione
Sovietica considerata potenza liberatrice. Ebreo e comunista,
Goldstueker emigrò in Gran Bretagna nel '39. Di ritorno, dopo
essere stato ambasciatore in Israele e in Svezia, finì nelle
galere staliniste con una condanna all'ergastolo. Riabilitato,
nel '68 era presidente dell'Unione degli Scrittori
cecoslovacchi.
Le attuali polemiche praghesi sulla Primavera mi riconducono
a quelle del '68. Durante la Primavera facevo la spola tra
Praga e Parigi. La diversità dei due fenomeni era percepibile
anche a occhio nudo. Il maggio f rancese era una rivolta di
giovani. La Primavera cecoslovacca non era una rivolta, era
il seguito di un lungo processo di liberalizzazione, iniziato con
la fine dell'epoca stalinista; ed era opera di adulti, con una
tormentata esperienza politica e con tante tragedie storiche
sulle spalle. Ricorro ancora a Milan Kundera che (nella
prefazione a Miracolo in Boemia di Josef Skvorecky) ha ben
riassunto la differenza: sulle rive della Senna ci fu
un'esplosione di lirismo rivoluzionario; sulle rive della Vltava
l'esplosione di uno scetticismo postrivoluzionario. Per questo
lo studente parigino guardava Praga con diffidenza o
indifferenza. Per questo i praghesi sorridevano delle illusioni
parigine, considerandole discreditate, comiche e pericolose.
Al Maggio francese, che voleva portare l'immaginazione al
potere, non poteva piacere la scettica lucidità dei praghesi
alla ricerca di un socialismo dal volto umano. Una scettica
lucidità che si rivelò assai più rischiosa della scapestrata
insurrezione parigina. A Praga non c'era un de Gaulle che,
rispondendo a chi avrebbe voluto punire le insubordinazioni di
Sartre, diceva: "Non si mette in prigione Voltaire". Qui contro
Voltaire hanno usato i carri armati.
Il Maggio parigino metteva in discussione la cultura europea
e i suoi valori tradizionali; la Primavera praghese era una
difesa appassionata della cultura europea. Dal cristianesimo
all' arte moderna, entrambi detestati dall'ideologia ufficiale. A
Parigi era in corso una rivolta di sinistra (che poi ebbe effetti
dissacranti per le ideologie). A Praga se parlavi di sinistra e
di destra la gente ti guardava con ironia.
Subito dopo l'invasione d' agosto arrivò a Vienna un
intellettuale che poi avrebbe raggiunto una fama
internazionale. Noi aspettavamo che si aprisse un varco nel
confine per raggiungere Praga. Interprete del Maggio
francese, e di quello rampante italiano, l'intellettuale
approvava l'intervento sovietico. Le discussioni furono
accese. Oggi, in occasione del trentesimo anniversario, quella
stessa persona rievoca e condanna i carri armati che allora
gradiva, senza essere uno stalinista. Non ricordo l'episodio
per rinfacciarglielo. Il tempo cambia le situazioni, le
prospettive e quindi i sentimenti e i giudizi.
La Praga democratica non ha scelto come uomo simbolo,
appena abbattuto il regime comunista, un superstite della
Primavera, uno dei promotori di quel tentativo di
democratizzare il socialismo: ma Vaclav Havel, un
intellettuale che appoggiò la Primavera come movimento
emancipatore, ma non da protagonista, non da comunista
riformatore. Lui comunista non lo è mai stato. Era un
personaggio che non ricordava il grande fallimento, con le sue
tragedie e i suoi brevi sprazzi di luce. La Primavera era la
preistoria.
Un ragazzo, uno studente, al quale chiedo un giudizio su quel
periodo, mi risponde: "Si rivolga ai miei genitori". La faccenda
non lo riguarda. E' interessato invece al lento calo della
popolarità di Vaclav Havel, usurato dai quasi dieci anni di vita
pubblica. Ma è anche addolorato per la grave malattia del
presidente-commediografo. "E' un peccato, lui è un passato
che mi piace".
www.media68.com | febbraio 1998
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Praga dimentica la sua tragedia
Dopo essere stata condannata e sepolta nel 1968 dall'Unione
Sovietica, la Primavera di Praga è stata condannata e sepolta
nel 1993 dal Parlamento ceco liberamente eletto. L'Urss usò i
carri armati. La democrazia una legge. In quest'ultima si
definisce senza distinzione il periodo dal 1948 al novembre del
1989, vale a dire gli anni in cui il paese fu governato dal
partito comunista, una fase durante la quale la società fu
violentata da un'organizzazione criminale. Nel presentare
questa legge un rappresentante del governo ha precisato che
neppure i promotori dell'effimera Primavera, durata una
manciata di mesi, potevano sfuggire a quel giudizio: anche
loro erano in definitiva guardiani del campo di
concentramento: guardiani buoni, rispetto ai loro predecessori
e ai loro successori, ma pur sempre guardiani. Vaclav Havel
ha firmato la legge nella sua veste di Capo dello Stato.
Ricavo questa scarna - e un po' brutale - interpretazione
dell'atteggiamento ufficiale nei confronti della Primavera da
un saggio del filosofo Karel Kosik. Essa ci aiuta a spiegare
perché il solo avvenimento di rilievo, qui a Praga, in questo
trentesimo anniversario dell'invasione sovietica, sia il fatto
che non ci sono celebrazioni. Non una parola e tanto meno
una lacrima protocollare.
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