Praga, una '500 contro i carrarmati
di ENZO RIBONI
il manifesto, 20 agosto 1998
Alle 10 di sera del 20 agosto 1968, a bordo di una gloriosa 500 bianca che ci aveva portati da Milano fin lì, io e Sandro
facemmo finalmente ingresso a Praga. Eravamo stanchi, perché se pure quelli erano tempi di viaggiatori eroici disposti a farsi
migliaia di chilometri in una scatoletta di lamiera, la scomodità di faceva sentire. Per questo ci sistemammo in fretta in un
alberghetto non lontano da piazza Venceslao e, prima di andare a letto, scendemmo un momento per un giro. Una cosa ci colpì
subito, visto che venivamo dalla Polonia dove, sia a Varsavia che a Cracovia, dopo le 9 di sera le vie erano quasi deserte: la
vivacità e la quantità di gente per strada ancora a quell'ora. C'erano parecchi giovani, raccolti a capannelli, che ridevano e
discutevano. Molte vetrine erano illuminate e assai meno vuote della media di quelle che avevamo visto in Polonia. Insomma,
sembrava di essere tornati in una città occidentale. Prima di salire in camera, Sandro (la 500 era sua) guardò ostinatamente in giro
per accertarsi che non ci fossero divieti di sosta. L'eccesso di prudenza aveva un motivo: nella strada dell'albergo c'erano lavori in
corso. Ovviamente mi addormentai subito come un sasso, ma, alle sei del mattino, già avevo gli occhi aperti e le orecchie tese,
svegliato da un rumore insolito.
Era un "ta-ta-ta-ta-ta" secco e scandito, una specie di scoppiettìo di palloncini. Anche Sandro era stato svegliato e lo vidi che si
vestiva in fretta lamentandosi: "E' un martello pneumatico, devo spostare l'auto, mi daranno la multa...". Accettai la sua
interpretazione e così richiusi gli occhi e mi riaddormentai. Neanche cinque minuti dopo, però, Sandro irrompeva nella stanza
gridando: "Ci sono i carrarmati, ci sono i carrarmati!". E il "ta-ta-ta", capimmo, era l'eco di una mitragliata non lontana.
Scesi nella strada vedemmo proprio in quel momento passare un carro armato. Era enorme, con un lunghissimo cannone che
sopravanzava di molto la testa del carro. Sferragliava in modo assordante e lasciava nell'asfalto solchi profondi qualche centimetro.
Non procedeva in linea retta come una comune vettura, ma ogni tanto scartava come un cavallo ombroso un po' a destra, un po' a
sinistra, sicché conveniva non accostarsi sui lati per evitare di essere travolti. Dalla facciata dell'albergo (mi pare si chiamasse
qualcosa come International) sulla quale la sera prima sventolavano una quindicina di bandiere di tutto il mondo, compresa quella
degli Stati Uniti, era stata tolta la bandiera sovietica. I passanti praghesi guardavano impietriti i carri armati, ancora stupiti e
increduli, come in un sogno.
Qualcuno piangeva, altri al passaggio dei carri sputavano per terra. Noi stavamo fermi sui gradini dell'ingresso all'albergo, gli occhi
sgranati. Un passante capì che eravamo turisti e si avvicinò. Cercammo di comunicare, ma lui conosceva, oltre al cecoslovacco,
soltanto il russo (lo insegnavano nelle scuole fin dalle elementari) e si capiva che imprecava proprio contro quella lingua. Un altro
passante, invece, parlava qualche parola di tedesco, così ci fece capire più o meno questo discorso: "Io ho fatto la guerra, ho odiato
i nazisti e speravo nei sovietici. Ora però ho capito: tra i nazisti e i russi non c'è alcuna differenza". Un turista romano sulla
cinquantina, che faceva parte di una comitiva appena tornata da un viaggio a Mosca organizzato da qualche sezione del Pci, si
tolse dal petto un distintivo di Lenin che aveva acquistato in Russia e lo gettò platealmente per terra. In fondo alla strada, intanto,
scorgemmo un corteo di un centinaio di persone che si muoveva concitato dietro a uno striscione con una scritta che non capimmo,
era però arrossato da una grossa macchia che pareva di sangue. Gridavano slogan, il più ripetuto era: "Dubcek-Svobodà,
Dubcek-Svobodà".
Ci spostammo di lì e raggiungemmo piazza Venceslao, salimmo sulla balconata del museo Narodni. Lo spettacolo che ci presentò
era inaspettato e schizofrenico. C'era una moltitudine di persone attorno a tre o quattro carri armati con le torrette aperte,
presidiate da militari russi. I praghesi circondavano i soldati e parlavano animatamente con loro, i quali rispondevano a monosillabi
ma, si capiva, cercavano inutilmente di dar risposta alla gragnuola di domande che li sommergeva. Ad un tratto arrivò un camion
carico di giovani che si accostò alla coda di un carro armato dov'erano legati due grossi bidoni di combustibile. I ragazzi, non so
come, riuscirono a sfondarne uno e a dar fuoco al carburante prima di scappare. La folla allora schizzò via e, mentre alcuni soldati
russi spegnevano le fiamme, altri si ricacciavano dentro a un carro armato e sparavano con la pesante mitragliatrice di bordo su
tutta la facciata del museo.
Io e Sandro, come tutti gli altri che stavano fotografando, ci buttammo a terra e sentimmo prima fischiare e poi spaccarsi i proiettili
sul fronte del Narodni. Un quarto d'ora dopo, però, quando tutto quel disastro s'era calmato, i soldati uscirono di nuovo dai carri
armati, la gente li circondò ancora e di nuovo ripresero le domande e le spiegazioni. La cosa schizofrenica era che, di queste scene
di dialogo e di guerra così inaspettatamente l'una accavallata all'altra, ne vedemmo ripetere altre due o tre nella giornata.
Il 21 e 22 agosto vagammo per le strade di Praga incrociando postazioni di mitragliatrici sul ponte Carlovo, piccoli militari mongoli
con grossi kalascnikov appesi al petto, attoniti e fissi con lo sguardo nel vuoto; carri armati che, nelle vie più strette quando non
riuscivano a passare a causa delle auto parcheggiate, ci passavano direttamente sopra spiattellandole come polpette sull'asfalto, in
un gran stridore di lamiere e scoppi di vetri frantumati; qualche sventagliata di mitra in aria quando si formavano capannelli più
consistenti di praghesi.
La sera, in albergo, accadde un episodio allo stesso tempo divertente ed emblematico. La comitiva di italiani che era stata a Mosca
voleva a tutti i costi lasciare la città. S'era rivolta alla nostra ambasciata: "Facciamo un corteo di auto che si diriga alla frontiera,
con in testa una bella bandiera italiana". Quelli dell'ambasciata, però, oltre a giudicare con compatimento la proposta, spiegarono
che non veniva distribuita benzina a nessuno e che quindi non si poteva partire. Verso le 10, sfidando in coprifuoco che iniziava alle
9, alcuni studenti arrivarono in albergo per distribuirci volantini anti russi. Gli italiani subito li "aggredirono" esibendo portafogli gonfi:
"Se voi circolate vuol dire che avete benzina, quindi procuratela anche a noi, ve la pagheremo bene". Dopo un paio d'ore i giovani
tornarono con una tanica di carburante che fu pagato qualcosa come 20 dollari al litro. Allontanatisi i giovani, gli italiani capirono la
beffa che neanche la potenza del dollaro aveva potuto evitare: non era benzina, ma nafta e, sulla tanica, campeggiava una stellona
rossa con la scritta CCCP.
La mattina del 23 si riaprirono le pompe di benzina e Sandro mi convinse a lasciare Praga: temeva che la sua 500 venisse appiattita
da un carro armato. Quando mancavano poche decine di chilometri al confine austriaco arrivammo a un passaggio a livello, dove
ci precedeva una colonna di una ventina di carri armati sovietici. Davanti a noi, un'altra 500 targata Roma, con tre ragazzi che
avevano una bomboletta di vernice spray. Sul retro dell'ultimo carro armato, allora, scrivemmo ben in grande con lo spray bianco:
"Viva Mao". Poi, con una fifa tremenda, superammo, microscopici a fianco dei mastodonti, tutta la colonna dei carri armati. Ci
volle un tempo interminabile, mentre noi tremavamo aspettandoci una cannonata addosso e mentre i russi prendevano possesso
delle ultime frontiere cecoslovacche.
www.media68.com | febbraio 1998
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ESTATE '68
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