Mare, mare, mare e Tepepa
di IVAN DELLA MEA
il manifesto, 15 agosto 1998
Fine maggio '68. Sono ospite in casa di Franco Solinas, Villaggio dei Pescatori, Fregene, Roma: Franco è un grande
sceneggiatore, un formidabile compagno e un ospite di rara generosità: qualità sarda.
A giugno affitto un abituro nello stesso Villaggio, davanti al ristorante "pesce fresco": sarde, Mastino.
Un mare e un lavoro: il film western Tepepa da scrivere e sceneggiare con Franco. Ho conosciuto Gillo Pontecorvo (che aveva in
cantiere, se ben ricordo, un film su Gesù), Giorgio Arlerio, Franco Morandi, Gian Maria Volonté, Thomas Milian; ho incontrato il
ministro Colombo da Mastino; ho visto più volte Lee Van Cleef e Clint Eastwood o uno che gli somigliava, Henry Fonda e Jason
Robard e la lunare Lauren Bacall e Annie Girardot con Renato Salvadori e una volta in casa Volonté anche Bruno Trentin.
Trascinavo la mia anima massimalistica e manichea con qualche puzzetta sotto il naso nei confronti di tanta cultura artistica e
sinistra che, a mio avviso, amava le masse perché provvista d'ottima lira per starsene lontana il giusto e potere, così, amarla anche
di più e meglio: con il distacco della ragione che affranca dalla vampa della passione rossa. Avevo, quindi, l'aria un po' pirla e
supponente di chi ha la verità in tasca e sa come mettere le braghe al mondo.
Ero in Lotta Continua e come grande parte della militanza tiravo la vacanza pur lavorando con Franco per rimediare due milioni
due tra soggetto e sceneggiatura (la mia quota parte questa e, comunque, una cifra mai vista). Giravo per Fregene e per ogni dove
in costume a braghetta con canottiera e nudi i piedi "come un uccello/come l'uccello venuto dal mare eccetera". E avevo l'aria
fessa e dura di chi ti scruta con occhi da Philip Marlowe e ti dice con voce da Humphrey Bogart: "Cosa vuoi di più compagno per
capire/che questa è proprio l'ora del fucile?".
Invitai a vacanzare in casa mia Paolo Ciarchi e sua moglie Isabella e suo figlio Giordano di otto mesi e suo fratello Massimo-Mao
di cinquecento e più mesi.
Mare e Tepepa e a volte, al mattino presto, in barca coi Mastini sardi a ritirare le reti: seppioline e mazzancolle per lo più e qualche
sogliola. E un'alba nella memoria, lì in mezzo al mare, con una nuvola nera che avanza piano e un frullio lontano che viene su a
pelo d'onda: migliaia di quaglie, il passo, sfrante dalla fatica che arrancano per guadagnare la riva e il riposo nella pineta dietro
quella; ma, sulla spiaggia, lo aspetta la proterva idiozia di un vero e proprio plotone di esecuzione, voglioso di strage e forse
neanche iscritto all'Arci caccia: vere e proprie merde umane.
Tepepa e mare e, debbo dire, del Sessantotto transeunte mi fregava pochino e degli studenti sessantottardi anche meno: tanto
quanto dei pruriti rivoluzionari del nuovo cinema italiano (Bernardo Bertolucci, i fratelli Taviani, Valentino Orsini, Salvatore
Samperi e quant'altri che fortissimamente volevano contestare il Festival del cinema di Pesaro ma un po' meno, molto meno, quello
assai più prestigioso di Venezia che verrà poi contestato da Pasolini, Maselli e altri). Anche Pasolini ho conosciuto in casa di
Solinas; un sottoproletario friulano e zitto.
Mare e Tepepa. Rivoluzione e amore. Rivoluzione rimandata a ottobre. A Milano, durante il "movimento" alla Statale alcuni di noi
s'erano dati appuntamento per farla la rivoluzione, in piazzale Maciachini: poi, si sa come vanno queste cose, uno non sapeva dove
fosse il piazzale, un altro doveva dare un esame, un terzo non aveva messo la sveglia, un quarto non aveva il casco e io, il quinto,
ero partito per Roma anche perché il mio amore del tempo faceva lingua in bocca e quant'altro con un leader studentesco
movimentista e movimentato e io non sapevo più se fare la rivoluzione o spaccare la faccia al leader che mi stava anche un po' sul
culo. Nel dubbio, partii.
Poi, lei. Bella da schiantare e fresca e decisa. Amica di amici in visita a Fregene. Una serata in spiaggia, i piedi nudi sulla battigia,
la luna? Boh, non ricordo, ma c'è sempre in questi casi; mano nella mano: io a sparare cazzate di raro romanticismo decadente, lei
a lasciarmelo dire; ci presi una "musata", come dicono gli italiani di Toscana e i toscani d'Italia, di quelle toste. Innamorato perso.
Ma lei aveva un'altra storia in corso e con quella e per quella i suoi dubbi. Mi ci incazzai e optai per un silenzio geloso e rancoroso.
Non la vidi per qualche tempo; la incontrai, poi, in piazza Navona a Roma e lei mi disse che ero scemo e che non avevo capito un
cazzo: duro dire con gentil voce. Il giorno dopo mi raggiunse a Fregene con lo spazzolino da denti: e amore fu, alla grande. Andava
su e giù da Roma a Fregene con una cinquecento verdolina. Guidava all'estremo e anche oltre. Mi presentò alla famiglia. Io in
braghetta, canotta e piedi scalzi. Genitori di vecchio stampo i suoi, cattolicissimi, ma di rara tolleranza. Lei, il mio amore,
universitaria e laureanda, passò col solito trenta l'ultimo esame e raggiunge la madre in montagna. Non potevo non vederla. Mi
fregava meno di niente Tepepa e il maggio transeunto e la rivoluzione e Lotta Continua e il lavoro politico sulla Pontina. Raggiunsi
lei lasciando a un Franco Solinas incazzatissimo l'onere di chiudere la sceneggiatura: fui scorretto, cosa da evitare con uno come
Franco, compagno e sardo; non mi negò la sua comprensione, ma mi ci volle qualche tempo per recuperare la sua fiducia. La
ragione era tutta sua, ma l'amore era mio.
Dalla montagna, io e lei, con tanto di tenda canadese, ci trasferiamo alle Tremiti, San Domino: campeggio libero e un po' abusivo.
Lì ci raggiunsero i Ciarchi. Non fu una buona vacanza per il mio amore offeso spesso dalla mia gelosia, dalle scontrosità umorali
del mio carattere e da una libertà, la sua, appena conquistata rispetto alla famiglia eppure già così mortificata dalle mie urgenze, dai
miei bisogni e da un mare faticoso e dalle diomedee che a notte strillavano come bimbi squartati e da un'umidità che la
raggricciava, la rattrappiva. Al ritorno romano lei si ritrovò con capogiri devastanti che la costrinsero a letto per dieci e più giorni e,
come si dice a Milano, mi diede il due di picche: mi lasciò o quantomeno tentò di lasciarmi perché io non volevo saperne di essere
lasciato.
E così a metà settembre ci ripigliammo e io, forse per la paura di perderla, spinsi a tavoletta sull'acceleratore dell'amore che ci
precipitò fino in Campidoglio per civili sponsali.
In questo senso e per questa storia la mia estate del Sessantotto fu la stagione della contraddizione, dell'errore, dell'egoismo e della
violenza. Io ero di Lotta Continua, ma per lei fu una lotta continua. E non bastò l'amore: non per la rivoluzione e nemmeno per la
redenzione. A ben vedere, io del Sessantotto inteso anche come movimento liberatorio dal costume nei rapporti uomo donna, avevo
capito nulla: ed è questo, ora e ancora, nel momento della riflessione, motivo di malinconia del ricordo e di rabbia per la violenza
data.
Ed è, infine, memoria e miseria della mia storia. Così è: anche se non mi pare, anche se non mi garba.
www.media68.com | febbraio 1998
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ESTATE '68
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