ESTATE '68

La sera andavamo a Campo de' Fiori...

di PAOLO MIELI

il manifesto, 13 agosto 1998

Non che prima di quell'estate del 1968 strade e piazze del centro storico di Roma fossero andate deserte. Di persone delle età più diverse che, mescolate ai turisti, andavano movimentando quel triangolo isoscele tra piazza Navona, piazza Farnese con Campo de' Fiori e le viuzze intorno a Santa Maria in Trastevere, ce n'erano sempre state. Ma quell'agosto fu diverso. E lì si definì un'atmosfera molto particolare che in qualche modo dura ancora oggi.

A dire il vero, tutto era iniziato qualche mese prima. A maggio l'università era stata, come si diceva allora, "sgomberata". Agenti di polizia avevano sloggiato dalla Sapienza gli studenti occupanti e il "movimento" (altra autodefinizione dell'epoca) si era trasferito, soprattutto di sera, nelle vie e piazze di cui ho detto. Non so perché avessimo scelto quella zona di Roma; credo per il fatto che alcuni di noi avevano affittato da quelle parti abitazioni da vivere in comune. E che quelli ci apparivano quartieri della Roma più autentica e popolare, essendone riprova la circostanza che in qualche bettola si potesse mangiare e bere con meno di mille lire.

Prima di allora, già una volta le facoltà occupate erano state bruscamente restituite all'attività ordinaria dagli uomini del commissario che mi sembra si chiamasse Mazzatosta. Ma era febbraio, faceva freddo e nessuno aveva ritenuto di spostarsi verso Trastevere. Il Pci di Luigi Longo, forse anche per un'operazione simpatia in vista delle elezioni politiche che si sarebbero tenute di lì a qualche settimana, ci aveva offerto ospitalità. Per cui, senza badare troppo al nostro dirci extraparlamentari e nemici della sinistra tradizionale, d'inverno le riunioni del movimento le tenevamo, a poca distanza dall'Università, nel cosiddetto teatro di via dei Frentani, una grande cantina con sedie e palco adibita alle assemblee più affollate del Pci, sotto un edificio che ai piani superiori ospitava la federazione romana del partito. Al termine si portavano i comunicati alle redazioni di "Unità" e "Paese sera", per raggiungere le quali si doveva solo girare l'angolo della strada. E si restava poi a chiacchierare sui marciapiedi. Alla sera ci si arrangiava nelle case più ospitali.

Nella tarda primavera, invece, complice un clima più temperato e il ricordo dell'ultima manifestazione di piazza che aveva avuto come epicentro Campo dei Fiori, ci si diresse di buon umore verso i quartieri più antichi della città. A far che? Qui è necessaria una breve digressione. Del '68 si ricordano abitualmente le occupazioni, le assemblee, i cortei, qualche articolo pubblicato sul numero 33 o 34 dei "Quaderni Piacentini", cinque o sei scontri a sassi e manganelli con la polizia. Ma s'è persa quasi la memoria della parte forse più importante di quell'anno. Stiamo parlando delle ore e ore vissute assieme prima e dopo quelle assemblee e quei cortei. Tempi della vita di un ventenne, poco più o poco meno, che prima di quell'anno erano da considerarsi morti e ora grazie a quegli accadimenti diventavano vivi. Vivissimi. La discussione politica su quel che andava accadendo era l'occasione per accumulare decine, centinaia di conoscenze. E presto di amicizie. Un anno straordinario, anche sotto questo profilo: non c'era città d'Italia, o paesetto tra i più sperduti dove, seguendo la scia del "movimento", non incontravi subito compagni, amici e amiche in quantità. Dappertutto.

Non so se è chiaro: a quelle solitudini individuali da dopoliceo si offriva la splendida alternativa della vita in una grande comunità. In ogni città, anzi in tutto il Paese. Che dico? In ogni angolo d'Europa, anche ad Est. Persino oltreoceano. Ovunque c'erano ragazzi e ragazze della tua stessa età che era come se li avessi frequentati da una vita. Sembrava che stessero lì ad aspettarti e il giorno stesso che li avevi conosciuti potevi andare a mangiare e a dormire da loro. A dormire, beninteso, dopo esser stato felicemente sveglio chiacchierando e stando bene fino a che resistevi. Il tutto, poi, non già nel nome del vivere nel migliore dei modi possibili. Bensì in quello ben più nobile di una vita votata al riscatto dell'umanità dei mali di fine secolo.

A Roma l'estate del '68 fu il trionfo di questa esistenza di sogno. Mandati a monte progetti di villeggiature tradizionali, una metà sperimentò vacanze politiche, l'altra, più o meno, restò in città. E questa seconda metà, che di giorno non si sa bene cosa facesse, di notte occupava quel triangolo al centro della città di cui ho detto riproducendo la vita di comunità con la quale aveva preso consuetudine in inverno. Fino alla prima alba. Si parlava di politica, di politica e ancora di politica. Soprattutto di cose fuori dall'Italia: di Francia, di Cina, di America Latina, di Stati Uniti e Vietnam. E poi in modi più approssimativi di questioni economiche e teoriche. Ma era chiaro che lo star lì a far chiacchiere era più importante delle questioni discusse. In quel momento, verso la metà d'agosto, sembrava che tutto questo non dovesse finire mai, che a quell'estate sarebbe seguito un inverno ancor più felice per il movimento. E poi una magnifica primavera. E una nuova estate. Forse era questa la rivoluzione: tanti, tantissimi ragazzi, sempre più uniti tra di loro, in lotta per il trionfo del bene e per la scomparsa del male. E per retrovia una piazza, delle piazze dove far mattina senza mestizia.

Ma prima che quel mese finisse qualcosa si incrinò. Il 21 agosto ci fu l'invasione di Praga. Il mondo intero fu scosso da una grande emozione. E noi che di quel mondo ci sentivamo i protagonisti, la generazione che avrebbe lasciato di se una traccia definitiva, fummo alle prese con la nostra inadeguatezza. Cuba e la Cina, paesi a cui si guardava con più simpatia, fecero commenti evasivi e nella sostanza vergognosi. Il "movimento", attraverso i suoi leader balbettò stupidaggini equidistanti tra i due "revisionismi", quello degli invasori sovietici e quello degli oppressi praghesi. Non fosse stato per i radicali che ci offrirono la loro sede, forse la nostra afasia sarebbe stata totale, non ne avremmo neppure discusso pubblicamente. E anche quelle discussioni nelle stanze messeci a disposizione da Marco Pannella furono davvero mortificanti per vacuità.

Mentre in ogni dove, soprattutto all'interno del Pci, quei cingolati che avevano piegato Dubcek, provocavano dibattiti e rotture che hanno segnato la storia di questo finesecolo, noi scoprimmo d'un colpo una qualche nostra vuotezza. E, nonostante nel ruolo di coprotagonisti della primavera di Praga ci fossero stati tutti gli studenti di quel paese, nostri compagni dai quali potevamo (o comunque avremmo potuto) essere accolti come s'è detto poc'anzi, non ritenemmo neanche, se ben ricordo, di organizzare una manifestazione, una veglia, un qualsiasi atto pubblico che testimoniasse la nostra solidarietà.

Da quel momento nelle piazze di notte non fu più lo stesso. Qualcosa si era spezzato. C'era stato un evento sul quale ciascuno di noi, pur percependone, eccome, la straordinaria importanza storica, non aveva saputo profferir parola. Anzi: avevamo cercato qualche altra parte verso cui girarci. Ovvio che tutte le discussioni notturne che erano state occasione del nostro stare assieme, perdevano di senso a fronte di quel balbettio sul tema vero di quella fine agosto.

A peggiorar le cose ci fu poi il ricongiungimento con quelli che erano stati a fare le vacanze politiche e che rientravano carichi di settarismo marx-leninista o d'altro tipo. Era partito un "movimento", tornavano i "gruppi". Non ho mai saputo cosa fosse accaduto in Calabria o in tutti quei posti dove s'erano svolte esperienze di "lavoro politico" agostano. Certo è che da quelle estati militanti rientrarono dei portatori del virus del gruppettismo. Con un impatto devastante sullo spirito di comunità di cui s'è parlato. Tanto più nell'ora dell'imbarazzo che seguì alla crisi di Praga. Ma forse quell'atmosfera di cui ho parlato non poteva durare...

Da allora in poi, comunque, in quelle piazze d'estate s'è riprodotto un clima che assomiglia a quello di trent'anni fa. Sempre. Almeno un salto ce lo fanno tutti quelli che per qualsiasi motivo sono rimasti a Roma. Non c'è traccia, ovviamente, di quel genere di discussioni politiche di allora. Discussioni di quel tipo, del resto, non ci furono più già alla fine d'agosto del '68. C'è invece un qualche sottofondo triste, come di solitudini assemblate. Ma questo si percepiva già quando le giornate del '68 cominciarono a farsi più corte.

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www.media68.com | febbraio 1998