Quel che resta del Sessantotto

di PAOLO FLORES D'ARCAIS

la Repubblica, 6 agosto 1998, pag. 31

Il '68 non interessa più nessuno. Anche perché, forse, nessuno si è interessato di pensare il '68, di pensarlo davvero, fuori dal bisogno di autogiustificazione o di autoflagellazione. Pensarlo e basta. Pensarlo, cioè, con lucidità e con passione. Ora il '68, finalmente e se interessa ancora, ha trovato il suo libro. Tanto piccolo quanto prezioso. Si legge in mezza giornata, ma lascia tracce profonde, voglia di riflettere, di approfondire, di assimilare, di contestare. Uno di quei rari libri che vale la pena leggere subito - anche come antidoto all'alluvione di "roba" libraria definitivamente innocua che d'estate imperversa.

Si intitola: Come noi coi fantasmi. Sottotitolo Lettere sull'anno sessantottesimo del secolo tra due che erano giovani in tempo - Bompiani pagg. 126, lire 10.000 (il titolo - non il sottotitolo - è l' unica cosa che trovo poco riuscita). Due dunque gli autori: Angelo Bolaffi, germanista e filosofo di vaglia, oggi un po' sopra i cinquanta, e Erri De Luca, scrittore tra i più amati dalle giovani generazioni, oggi appena sotto i cinquanta. Giovani in quel tempo e in tempo. Allora entrambi protagonisti di quella stagione chiamata '68 ma che in realtà durò assai più e assai meno dell'anno che la definisce. Protagonisti, innanzi tutto. Benché in modo diversissimo e benché nessuno dei due sia stato un leader del movimento (Angelo un ruolo dirigente lo ebbe al tramonto della mobilitazione romana). Ma protagonisti, perché il '68 fu davvero la stagione in cui, come scrive Erri, "ognuno era una celebrità perché noto a migliaia di altri. E' successo allora e mai più, e mai prima".

Questo fu innanzi tutto il '68. "Una esplosione di voglia di libertà e di critica radicale" la festa in cui realizzare almeno per frammenti, e quotidianamente, ciò che caratterizza l'essere umano, il "bisogno di autenticità", vissuto insieme agli altri in una "esplosione di collettivo antimachiavellismo".

Questo fu il senso assolutamente extraideologico della parola "comunismo" che il diciottenne Erri sperimenta a Roma, dove arriva da Napoli senza un soldo e senza abitazione, manifestazione dopo manifestazione. E la verità di quei giorni - contro ogni menzogna di passati e futuri revisionismi storici - viene restituita senza sconti: "I fascisti reagivano al rovesciamento dei rapporti di prepotenza", e scendere in piazza era niente altro che un modo o un "moto" (benché vissuto come "rivoluzione") "che metteva a posto le cose sovvertite, che restituiva dignità e fisicità ai valori solennemente scritti nella Costituzione (in tutte le costituzioni, anzi), ma calpestati quotidianamente dai padroni del potere.

Questo, non altro fu all'inizio il '68. Ma in modo opposto fu raccontato dalla "informazione", "indipendente" soprattutto dalla verità. E perciò quei primi giorni segnarono anche, per tantissimi giovani fino ad allora apolitici, "la sorpresa concreta che i giornali mentivano", che seguivano pedissequamente le veline delle questure (fino all'ignominia del Corriere di Spadolini che sbatté in prima pagina come mostro della strage di Piazza Fontana l'innocente anarchico Valpreda).

Lo scambio di lettere fra Bolaffi e De Luca restituisce con immediatezza fulminante un clima oggi incomprensibile, ma all'epoca terribilmente vero: stampa asservita, magistrati asserviti, polizia nella quotidiana illegalità, una cappa di conformismo pressoché onnipervasiva, e l'ipocrisia di un finto riformismo che aveva proclamato "da oggi ciascuno è più libero" solo per praticare la servitù alla Dc.

A questo merito altri due se ne aggiungono. Il primo: la riflessione e la ricostruzione critica nascono dal racconto di due percorsi esistenziali, davvero narrati, felicemente narrati, negli antefatti familiari e nell'apprendistato sentimentale e politico, con un qualità letteraria degna di grandi romanzi, che in De Luca è conferma persino ovvia, e in Bolaffi piacevolissima sorpresa. Il secondo: entrambi, da due punti di vista assai diversi, evidenziano il '68 nel suo carattere dilacerato, contraddittorio, dunque rapidamente impraticabile. Antinomico nel suo slancio libertario e riformatore, incapsulato però nelle categorie rivoluzionarie delle tradizioni comuniste (da quelle democratiche alla Luxemburg, minoritarie, a quelle totalitarie di Stalin e Mao, ben presto maggioritarie). Dice bene Bolaffi, perciò: il '68 come "clamoroso ossimoro". Che perverte la passione libertaria in un'orgia di conformismo, in un trionfo della eterogenesi dei fini. Di segno opposto la critica di Erri De Luca: non già le due anime individuate da Bolaffi, bisogno di autenticità e spirito gregario, ma l'incapacità (o l'impossibilità) di andare oltre "un ingenuo e sgangherato esordio". Di modo che "sessantotto" non entrerà mai nei vocabolari, come il "fare un quarantotto" del secolo scorso. E dal '68 nessuno imparerà.

E' questa l'unica conclusione falsa del libro. Poiché dal '68, almeno come qui raccontato, onestamente, imparzialmente, appassionatamente, c'è parecchio da imparare. Per chi lo ha vissuto e per chi non lo vivrà neppure come storia (visto il grado zero di verità cui il trionfante revisionismo storico ci sta mitridatizzando). C'è da imparare quella che De Luca ci restituisce come l'attualità di Euridice, invece che di Eurinike, l'attualità di chi cerca e trova "dike", giustizia, anziché "nike", vittoria. C'è da riproporre l'attualità di questo '68: "Rivendicammo giustamente il primato della coerenza morale" (Bolaffi), la rivolta contro il finto "realismo" della politica, contro lo scarto fra parole e fatti. E da rifiutare per sempre l'altro '68, quello che poi snaturò quel "gesto di libertà etica in proclama ideologico".

Giustizia o potere. Critica libertaria o conformismo gregario e massmediatico. Entrambi sono stati "sessantotto". Gli esiti incompatibili dei protagonisti di allora lo provano. Questo libro ci restituisce per intero i giorni di una rivolta libertaria da noi colpevolmente dissipata.

TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA 

 

www.media68.com | febbraio 1998