La politica, la filosofia, il movimento.
La rivista raccontata dal suo direttore

L'aut-aut del Sessantotto

di STEFANO CRISAFULLI

il manifesto, 5 agosto 1998, pag. 21

Nell'ondata di commemorazione del '68 vale forse la pena di riconsiderare il ruolo di una rivista. La rivista porta dal '51 il nome kierkegaardiano di aut aut ed è ancora oggi punto di riferimento per il panorama filosofico italiano. Trent'anni fa la rivista è stata infatti un interlocutore diretto del movimento studentesco e non è un caso infatti che sia stata invitata alla recente mostra milanese sul '68. Direttore attuale, oltre che docente di storia della filosofia contemporanea, è Pier Aldo Rovatti, allora protagonista, con molti altri, del dibattito filosofico italiano. La scommessa che animava molti intellettuali era di immergere nel tessuto sociale una delle forme più alte di pensiero, senza però cadere nelle trappole ideologiche. In questo senso una rivista come aut aut, sia pure nelle sue vesti di "esperienza piccola ma significativa", fu in grado di fornire una serie di strumenti critici per analizzare le varie correnti filosofiche "di moda" all'epoca, soprattutto in ambito marxista. Inoltre, aut aut ebbe una funzione di collegamento e divulgazione di alcune correnti filosofiche, come ad esempio la fenomenologia, che in Italia risultavano pressoché sconosciute.

Dei primi anni '80 è la svolta della rivista verso la questione del soggetto, ovvero il tentativo di gestire la crisi, filosofica e non, del pensiero occidentale nell'epoca del compimento della metafisica. E' lo stesso Pier Aldo Rovatti a raccontare ai lettori de il manifesto l'esperienza "sessantottina" di aut aut.

Qual è stato il ruolo della rivista "aut aut" nel '68?

Ho assunto la direzione della rivista a partire dai primi anni '70, in seguito alla malattia del fondatore, Enzo Paci, che è stato anche il mio maestro, e ho potuto notare che, con il passare del tempo, si veniva a creare sempre più l'opinione che la rivista avesse parecchio a che fare col '68. Cosa che evidentemente mi ha fatto piacere. Poi, però, mi sono chiesto perché si fosse creato questo tipo di idea. E' un fatto che la rivista non abbia mai avuto una funzione né di collegamento né di collettore con il movimento. E inoltre era nata molto prima, nel '51, quindi in tutt'altro contesto. Ma in una situazione dove, sin dalla nascita, la contestazione (se vogliamo fare riemergere una parola che nel '68 faceva parte del lessico comune) aveva avuto un suo ruolo. Una contestazione nei confronti della stagnazione e all'evidente provincialismo della cultura filosofica italiana, alla quale si aggiunse il tentativo di riagganciarsi ad altri filoni culturali radicalmente critici, come la la grande esperienza del Politecnico.

Storicamente, che cosa accadde?

A livello documentario la rivista nel '68 pubblicò, a caldo, un numero sul movimento degli studenti. Negli anni successivi aut aut fece propria la discussione critica di ciò che stava accadendo nel marxismo non dogmatico. Io stesso ho condotto una battaglia contro una versione del marxismo, quella di Althusser, che pure rispetto al '68 francese ha avuto un suo ruolo. Forse ciò che ha maggiormente caratterizzato, almeno a livello di episodio, l'influenza che il '68 ha avuto sulla rivista è stato il lungo rapporto che aut aut ha tenuto con gli allievi di sinistra di Lukàcs: un gruppo di intellettuali ungheresi il cui personaggio più significativo era Agnes Heller. Non a caso uno dei libri che erano stati recuperati nel '68 era Storia e coscienza di classe di Lukàcs.

Da qui l'incrocio tra l'interesse filosofico che la rivista aveva avuto per la "scuola di Budapest" e temi politici derivanti da quella esperienza filosofica: incrocio rappresentato da quella che fu chiamata la teoria dei bisogni, sulla quale ho anche lavorato (ad esempio Bisogni e teoria marxista del '76, assieme ad altri autori). Scrissi anche l'introduzione al libro della Agnes Heller sui bisogni che uscì su aut aut in italiano per la prima volta nel mondo, facendo sgusciare dal cilindro un vero e proprio coniglio filosofico.

E' vero che una volta hai rischiato grosso per aver deciso di pubblicare, assieme alla redazione di "aut aut", uno scritto di Toni Negri? Il numero di "aut aut" in questione è quello di settembre-dicembre '76, nell'ambito appunto di una discussione aperta dalla rivista sulla teoria dei bisogni.

Beh, rischiato grosso no, però sono stato, come dire, controllato per un po' di tempo. Adesso mi è difficile venire a capo con poche battute di episodi come questo. Toni Negri era stato per noi quello che aveva scritto libri importanti su Cartesio e, soprattutto, sui Grundrisse di Marx, testo che poi è stato decisivo per le sue anticipazioni sul mondo che oggi chiamiamo telematico. Bisogna stare molto attenti a penalizzare il ruolo avuto dalle idee di Marx criticamente assunte nella formazione di molti intellettuali italiani, ma anche europei e mondiali.

A proposito di Marx: ora è diventato uno spettro ...

Marx è sempre stato uno spettro, nel senso che lui ha parlato del comunismo come di uno spettro. E qualcuno come Jacques Derrida lo ha preso in parola e gli ha detto: tu parli di spettro del comunismo e a te sembra di dire "la paura per i borghesi", ma se noi prendiamo la parola spettro nella sua funzione di ponte tra il presente e l'assente e tra il vivo e il morto, è ciò di cui oggi abbiamo bisogno.

Quando aut aut propose un dibattito sui bisogni e Toni Negri intervenne cercando di virare politicamente quel dibatitto, nella rivista ci ponemmo in questi termini la cosa: se lo pubblichiamo, ci vien detto che noi siamo contigui alla sua area politica, se non lo ospitiamo facciamo un censura. Alla fine decidemmo con qualche diffcicoltà di pubblicare questo testo con il risultato che aut aut fu marchiata come la rivista vicina a Toni Negri. Però, devo dire la verità, se oggi mi trovassi in una posizione analoga e magari la persona di cui si parla fosse di tutt'altra provenienza, sarei ancora perplesso, ma forse alla fine prenderei la stessa posizione. Perché penso che ci sono dei rischi che devono essere corsi e che ci devono essere dei luoghi che non devono mai essere chiusi alle idee.

Torniamo al '68. Ci furono altri punti nodali che la rivista affrontò allora?

Nella storia della rivista di quel periodo fu importante l'impianto fenomenologico, cioè il modo in cui Enzo Paci aveva dato concretezza e intonazione etico-pratica alla filosofia di Husseri, sviluppando tematiche diventate poi caratteristiche di aut aut: ad esempio l'accentuazione del tutto concreta che Paci diede della parola d'ordine della fenomenologia di Husserl, il "ritorno al soggetto"; oppure la particolare enfasi data alla tematica della intersoggettività, come possibilità della costituzione di una comunità di soggetti contro la comunità negativa; ma anche la totalità della serie (per dirla con un termine sartriano visto che Sartre era molto presente all'orizzonte di Paci) politiche,delle inerzie dei gruppi e delle posizioni collettive. Nella discussione redazionale fu importantissima la rilettura di una conferenza che Paci aveva tenuto nel 1962 a Praga e che era stata pubblicata anche su aut aut ("L'idea di uomo in Husserl e Marx") per dare il via a tutte queste possibilità di riflessione, tra cui anche quella sui bisogni. In fondo la fenomenologia è legata ad una sorta di "sospensione del giudizio" e sospensione anche delle validità non soltanto del senso, ma anche del potere. E quindi l'assunzione di potere in prima persona che avveniva nel '68 con il rifiuto della delega, con tutti gli effetti che ha poi prodotto all'interno dei rapporti sociali, ha avuto una potenza deflagrante, aprendo le porte, in tutti i sensi, ai diritti individuali. Non dimentichiamo che dopo il '68 ci fu il divorzio e poi ci fu l'aborto, ossia delle conquiste sul piano dei diritti personali che probabilmente senza questa base non avrebbero avuto l'apporto di massa che hanno avuto. Mentre il senso di onnipotenza che colpì tutti noi, perché pensavamo che avere in mano la propria vita significasse avere in mano la società e lo stato, si sviluppò e produsse effetti di vario genere.

Ad esempio....?

In politica l'effetto negativo del riflusso. Il ritorno a una normalizzazione pesante che avvenne tra la fine degli anni '70 e la fine degli anni '80, subito dopo il caso Moro, fu possibile anche attraverso un indebolimento del tessuto sociale. Con questa riflessione si ritorna a Enzo Paci e a aut aut.

Lui era convinto che nel '68 la fenomenologia potesse insegnare qualcosa agli studenti. Del resto non era un uomo di grandi mediazioni: andava a dire queste cose ai leader di allora e per tutta risposta loro, compreso Capanna che gli voleva molto bene, lo ascoltavano guardandolo come se fosse un po' piatto. La filosofia ci insegna qualcosa? No, tutto il contrario, dicevano, devono essere le masse a ribellarsi. Nella ribellione c'è un contenuto di verità, anche se oggi siamo un pochino più scettici.

Questo perché il riflusso è durato sino a oggi...

Sì però il riflusso aveva buoni motivi per esserci, e anche la storia di aut aut può darsi che abbia avuto agli occhi di qualcuno un riflusso. Noi alla fine degli anni '70 ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto: se continuiamo a lamentarci che le cose sono finite male, o a fare quelli che si mettono apposta ai margini proclamandosi sconfitti, continuando caparbiamente a mirare agli stessi bersagli, beh, allora sbagliamo. Quello che dobbiamo fare è ipotizzare che il lavoro di riflessione e il lavoro culturale non possano mai avere un rapporto diretto con l'agire politico. Ma questa è la storia più recente della rivista, con la sua funzione di strumento e di mediazione lenta rispetto all'agire politico e il rifiuto di far entrare in collisione e in collusione l'intellettuale-filosofo e il politico.

Ma allora l'intellettuale o il filosofo può avere ancora un ruolo politico?

Sì certo, un ruolo politico nella misura in cui il ruolo è impolitico. Io userei piuttosto questa parola: la politica ha sempre bisogno, anzi ha sempre più il bisogno di essere innervata da idee filosofiche, ma guai a quel filosofo che si presta a diventare il consigliere del principe. Anche quando leggiamo della nascita di collettivi filosofico politici, come a Napoli con il gruppo 33, noi guardiamo con interesse queste cose, ma contemporaneamente con grande sospetto.

Certo c'è stato il riflusso, però io mi chiedo se un fenomeno, che ha avuto anch'esso un'espansione a macchia d'olio nella e per la coscienza delle persone come "Mani pulite", sia davvero qualcosa di staccabile dallo spirito del '68. Credo che il '68 abbia aperto una possibilità nella gestione dell'individuo verso se stesso, e quindi abbia facilitato il sospetto contro il ruolo pervasivo dei partiti nell'Italia degli anni Ottanta. Questo non significa che il '68 ha favorito "Mani pulite", quanto di aver favorito una presa di coscienza collettiva.

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www.media68.com | febbraio 1998