SESSANTOTTO

Trenta anni dopo. Bilancio politico con molte domande

di SANDRO MEDICI

il manifesto, 26 giugno 1998

Se sia possibile o meno intrappolare il sessantotto in duecento pagine, è un quesito che lasciamo volentieri senza risposta (anche se l'interrogativo contiene già in partenza una buona dose d'incredulità). Eppure il libro di Piero Bernocchi Per una critica del '68 (Massari editore, Bolsena, pp. 199, L. . 20.000) sembra descrivere quel giro di compasso, tra storia e cronaca, tra analisi e argomentazioni, che alla fine lascia un senso di pienezza politica. Discutibile, naturalmente: come peraltro qualsiasi resocontazione di quell'evento. Ma di certo stimolante: anche laddove si spinge a connettersi con l'oggi.

Al centro del lavoro di Bernocchi c'è quel grido di dolore che accomuna la generazione politica nata intorno alla metà del secolo, lustro più lustro meno. Perché non ha (abbiamo) fatto la rivoluzione? Dove ha (abbiamo) sbagliato?

E intorno a questo spietato cruccio, che rimanda a tremende responsabilità storiche, si affolla con ostinazione e tenacia (queste sì rivoluzionarie) un'interminabile serie di se e di ma, di forse e di nonostante. In sostanza, l'accusa di avere sbagliato: e non soltanto lungo il '68 ma anche durante il "decennio rosso" che arriva al '77 e oltre. Dove? Nel non essere stati capaci di sostenere e contenere la contraddizione tra lotta e politica, tra movimento e istituzioni, tra apocalisse e integrazione. O nel grande ballo delle manifestazioni, delle occupazioni, degli scioperi, oppure imbrigliati nelle tattiche politiciste, inchiodati dalle dinamiche organizzative. O rappresentazione o rappresentanza.

Esaltare questa contraddizione, sottolinearla e prolungarla all'infinito, probabilmente aiuta a leggere quel ch'è capitato, a darsene amaramente una ragione. Ma è tuttavia un limite analitico, poiché dell'antagonismo italiano esamina la sola, ancorché importante, idealità soggettiva. Consegnando appunto ai soggetti, ai piccoli e grandi protagonisti di quella stagione la responsabilità di avere o non avere fatto, di avere deciso o scelto in un modo piuttosto che in un altro. Ne viene fuori una specie di teoria dell'errore, del duplice errore. Il movimento è stato sconfitto o perché risucchiato in una spirale eroica ma sterile o perché illuso da una pratica istituzionale e dunque riduttiva.

"E' chiaro ormai - sostiene Bernocchi nelle sue conclusioni - dopo tenaci e ripetuti errori per più di trent'anni, che non c'è modo di affrontare la contraddizione se non vivendola pienamente e consapevolmente. Essa non può e non deve essere ammazzata cancellandone uno dei poli (movimento/organizzazione, spontaneità/militanza, democrazia diretta/democrazia delegata, base/vertice, eccetera) e schiacciandosi sull'altro". La soluzione, ieri come oggi, è disporsi a una permanente flessibilità politica, in grado di sciogliersi o irrigidirsi secondo il flusso della lotta anticapitalistica. Cosa che, sostenuta a centocinquant'anni dal Manifesto , rimanda direttamente all'intuizione marxiana del partito che è necessario fino alla sua altrettanto necessaria estinzione.

E' un po' come ritrovarsi al punto di partenza. Poco male, basta capire dove si è.

E il "dove si è" rimanda a un doloroso bilancio politico. Trent'anni dopo il sessantotto.

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www.media68.com | febbraio 1998