Musiche e tempi intrecciati nei canti sociali

di GIORGIO GATTI

il manifesto, 5 febbraio 1998, pag. 21

Non sono solo canzonette quelle su cui sta lavorando l'Istituto de Martino: il canto sociale è ancora uno dei fronti più indocili e pericolosi della produzione "popolare". Forse perché più antica e diversa da altri prodotti ideologici più formali, più politicamente organizzati, la musica popolare continua a svilupparsi irriducibile di fronte alle condanne decretate dai tribunali storico-accademici, entra nella produzione di consumo, si imbastardisce mescolando strumenti elettronici a temi che provengono da ogni angolo e centro dell'Impero, e rispunta da vecchi dischi convertiti in Cd, nuova e pronta per l'uso, che sia scherno, lamentazione o epica.

Il de Martino: Bollettino dell'Istituto Ernesto de Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario, n. 7 (1997, ma apparso a gennaio), dà conto di alcuni interventi al convegno "Musiche contro: tra antagonismo e omologazione", organizzato nel maggio scorso presso la sede dell'Istituto a Sesto Fiorentino. La curiosità, prima dell'attenzione, va a due interventi, quelli di Majid Valcarenghi sui "Festival del proletariato giovanile" e di Primo Moroni sull'attività dei Centri sociali, che nella bagarre del ventennale del '77, hanno il pregio di essere stilati da protagonisti e ricostruiscono, da ottiche diverse, vicende e storie tutt'altro che sistemate.

Moroni, in particolare, riesce a fornire, del movimento dei Centri sociali, cronache, giudizi, testi che danno ragione di un immaginario che diventava autonomo nei confronti delle istituzioni e della sinistra, mentre le pratiche e le canzoni dei movimenti punk e delle posse, rimanevano tra le poche risposte plausibili ad un quotidiano sempre più frammentato, quando "...se non avessi avuto la musica sarei diventato un tossico".

Il Bollettino documenta una delle caratteristiche più evidenti dell'Istituto Ernesto de Martino, quella di legare il tradizionale con il contemporaneo, anche dove evidentemente divergono, come quando Franco Coggiola riuscì, in memorabili concerti, a mettere insieme Giovanna Marini e il Sud Sound System, e soprattutto a tranquillizzare i diversi pubblici mentre i questurini arrestavano per possesso di stupefacenti alcuni attempati folk singer.

Il Bollettino ritrova il suo passo più sicuro quando tratta del "rebétiko", un genere nato verso l'inizio del secolo scorso nei bassifondi tra il Pireo e Smirne, oppure dove ricostruisce, lavorando con l'intervista, il percorso dalle "People's Songs" di Pete Seeger e Woody Guthrie a "Sing Out", una rivista di musica che uscì, negli Usa, nel più nero e paranoico periodo maccartista per arrivare ai "Paredon Records" che pubblicavano brani, come quelli di Barbara Dane, I Hate the Capitalist System, i dischi di sostegno alla rivoluzione cubana o i testi dei discorsi di Huey Newton.

Del resto sono proprio la raccolta delle voci e il legame tra i racconti detti e cantati con la storia complessiva i veri punti di forza dell'attività più che trentennale dell'Istituto. L'esperienza e la riflessione che si sono accumulate nel lavoro con il magnetofono reggono il confronto con le migliori esperienze accademiche, e l'archivio è un punto di riferimento non solo nazionale per chi si occupa del canto o della storia sociale nel suo complesso.

Un'autorità costruita sulla ricerca insieme alle difficoltà affrontate possono spiegare lo spazio forse eccessivo destinato sul Bollettino alla cronaca di una polemica riguardante la diffusione di Cd di "musica popolare" abbinati alla rivista Avvenimenti, quando le risposte più efficaci ad iniziative come minimo frettolose, sono i lavori concreti, come l'operazione con cui l'Istituto promuove l'uscita, oggi, del primo di una collana di dodici Cd e relativi opuscoli sotto il titolo di Avanti Popolo, del quale parla l'articolo di Sandro Portelli, qui accanto.

TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA 

 

www.media68.com | febbraio 1998