DISCUSSIONI

Il leader della contestazione studentesca milanese risponde a un articolo di «Civiltà Cattolica»

«Padri gesuiti, il Sessantotto non fa per voi»

di Mario Capanna

Caro Direttore,

vorrei raccontare un aneddoto, nel suo piccolo rivelatore di diverse cose. Nel numero 3.550 della Civiltà Cattolica, quindicinale dei gesuiti, l'editoriale è dedicato al «Sessantotto trent'anni dopo». Subito dopo averlo letto, e dato anche il caso che vengo tirato in ballo personalmente, telefono al direttore della rivista, chiedendo di poter replicare e, soprattutto, di interloquire con le tesi esposte. Cortesemente padre Gianpaolo Salvini mi spiega che è impossibile, poiché sul suo periodico «possono scrivere solo i gesuiti».

Ora: se è del tutto legittimo che un ordine religioso si doti di un proprio organo di stampa, per così dire chiuso in se stesso, ben diverso è il fatto che quell'organo si impipi delle regole di correttezza, obiettività e completezza dell'informazione. Più ancora: stupisce, a un tiro di sasso dal Duemila, che ci sia un diniego (una paura?) circa il confronto di idee, peraltro su un argomento non di fede. Fa pensare che il Muro di Berlino non sia caduto una volta per tutte e per tutti.

Non è questa la sede (abuserei altrimenti dell'ospitalità) per entrare nel merito degli specifici argomenti sostenuti nell'articolo. Ciò che delude è l'approccio ideologico che li racchiude (cosa non sorprendente: solo in quel modo è possibile evitare di misurarsi con i fatti storici concreti che sostanziano il Sessantotto). Una visione che porta a riproporre tutti i loci communes sull'«anno cruciale» (la definizione è dei gesuiti), dalle studentesse come «angeli del ciclostile» alla genesi del terrorismo.

Nel recente libro Lettera a mio figlio sul Sessantotto (Rizzoli), sostengo fra l'altro che nessuno, dentro i movimenti del '68-69, si è mai organizzato per uccidere qualcuno, mentre invece, nei movimenti, si hanno molte vittime a opera degli apparati dello Stato e delle bande fasciste protette da quegli apparati. Per verificarlo, contro le mitologie ideologiche e le falsità storiche, basta andare a sfogliare i giornali dell'epoca. Non sarebbe ora di prenderne atto, finalmente?

Certo, se si fa come i reverendi padri, che nel loro ampio scritto saltano a piè pari la strage di Stato di Piazza Fontana - origine e crocevia del triplice terrorismo: quello istituzionale, quello di sinistra e quello di destra - allora diventa lecito affermare qualsiasi assurdità. Conosco i gesuiti (di qualcuno dei quali sono amico) come studiosi di vaglia, perciò appare ingeneroso il dizionario quando sottolinea che l'aggettivo «gesuitico» assume il significato estensivo di «ipocrita».

In ogni caso, se c'è stato un evento storico davvero non «gesuitico» - nel senso della lotta aperta contro ogni ipocrisia - questo è senz'altro il Sessantotto. Non sono tanto io a sostenerlo. Qualcosa di analogo lo scrisse Aldo Moro («Ha dato i suoi frutti e altri ne darà») e lo pensa il cattolico Jean Guitton, che afferma: «Questa rivoluzione, che è sempre presente nella mia memoria e nel mio cuore, mi illumina molto nella mia vita, benché sia distante trent'anni. Essa mi mostra il fondo delle cose, il fondo dei cuori, il fondo della storia. È una specie di rivelatore di ciò che è in generale nascosto nel cuore degli uomini».

Monsignor Luigi Bettazzi ha dichiarato: «Per me sono stati anni molto importanti. (...) Nella contestazione vedevo un'occasione per il rinnovamento della società». Perché, reverendi padri, non discuterne, al di fuori di recinti e steccati?

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www.media68.com | febbraio 1998