di Giuseppina Manin
Corsera, 7 giugno 1998
Trent'anni fa, via col vento del '68, anche il cinema si lacerò. Da una parte ci fu chi mise i pugni in tasca,
dall'altra chi li tirò fuori.
«"Nostra Signora" ha 30 anni ma non invecchia, resta quello che era: una feroce parodia della vita girata solo
da me e da un operatore munito di lampada a mano», ricorda Carmelo Bene, che ai tempi di anni ne aveva 31.
Ma se ne infischiò davvero? «Che altro avrei dovuto fare? Il '68 in Italia arrivò di terza mano. Una ridicola
parodia lunga 10 anni. Dieci anni di stupidità. Anzi, l'eventaccio più stupido del secondo Novecento.
Un'apertura libertaria sfociata in un pluralismo inteso nel peggiore dei sensi. La libertà della parola anziché la
libertà dalla parola. La madre di ogni opinionismo selvaggio. Il "Costanzo Show" ne è l'estremo esempio».
Quell'anno al Lido, in gara con lei, c'erano i grandi nomi del cinema italiano: Bertolucci, Pasolini... «Pasolini fu
mortificato con dei critici cattolici, per "Teorema". Una beffa. Bertolucci con "Partner" avrebbe potuto tentare
qualcosa d'interessante, ma non ce l'ha fatta. Non si devono fare capolavori, bisogna essere capolavori. Quanto
a me, portai a casa lo "Speciale" della Giuria».
«Anche Carmelo rientra nel '68, anche se in modo più aristocratico - riflette Bellocchio -. Lui però si pose il
problema del rinnovamento della forma, mentre io ero preso dalla smania di cambiare la società. Bene la sua
rivoluzione la fece con le immagini. Io e altri, più ingenuamente, ci siamo messi al servizio della politica,
abbiamo rinnegato la nostra identità artistica. Io mi sono annullato in "Servire il popolo", lui andò dritto per la
sua strada. Aveva ragione, guardava più lontano».
Eppure, solo un anno prima, con «La Cina è vicina», lei prese in giro certe smanie rivoluzionarie nostrane. E nel
'65 gettò un sasso nello stagno con «I pugni in tasca».
Ma
il '68? Carmelo Bene dice che non c'è mai stato... «Non a caso ho intitolato la retrospettiva, curata da Daniela
Ceselli e Francesca Pirani "1968: Ha ballato una sola estate". Un'esigenza di cambiamento profondo,
spontaneo, innovativo, c'è stata ma è durata poco: ha ballato, appunto, una sola estate. Qualche sogno è
rimasto. E tanta retorica: certi cinquantenni con le lacrime agli occhi che mormorano "formidabili quegli anni".
Da lì alle feste degli alpini il passo è breve».
www.media68.com | febbraio 1998
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MEMORIA - Rassegna sull'anno della grande contestazione al festival «Adriaticocinema»
Chi filmò la rivolta e chi la fece. Magari a modo suo, magari scagliando come arma
impropria una raffica di eccentriche visioni. Così fu per Carmelo Bene, che quella rivoluzione la fece in proprio:
30 anni fa, fu lui a conficcare nel cuore del cinema la spina di «Nostra Signora dei Turchi».
Un esordio
folgorante, un compleanno festeggiato oggi a Bellaria da «Adriaticocinema», neo-festival diretto da Marco
Bellocchio.
«Il film, nato come ultima tappa di un percorso, prima letterario e poi teatrale, venne preso alla Mostra di
Venezia ed ebbe un effetto enorme. Il '68 non ha mai preso un così sonoro ceffone, anzi si può dire che quel film
fu, senza che me lo fossi prefisso, l'anti-'68. Di quella Mostra mi restano alcune immagini: gli operai di
Marghera che allontanavano a colpi di catena gli studenti decisi a far fronte comune; io, che giravo
all'Excelsior in abitino bianco, mentre fuori c'era un gran subbuglio. E ogni tanto mi ritrovavo in tasca foglietti
strani: "Caro anarchico bianco, fai male a infischiartene"».
«Se lo feci non me ne resi troppo conto. Allora ero un
ragazzo di 25 anni che si chiedeva cosa fare nella vita. Ho scritto quella storia a Londra senza pensare alla
situazione storica o politica, ma solo seguendo la trasformazione della mia esperienza. Per realizzare il film
chiesi un prestito alla banca di Piacenza, 20 milioni. Fu un film fatto in casa: mio fratello Piergiorgio, un
secondo padre, mi dette grande fiducia. Mio fratello Tonino curò la parte amministrativa. Abbiamo girato nella
nostra villa di Bobbio. A sorpresa il film ebbe successo. Persino economico, il miglior affare della mia vita».
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