Bertinotti racconta il suo '68: la lotta di allora vale anche oggi

Il nuovo libro del leader Prc

di ENRICO CAIANO

«Ci hanno provato»: così, con tre parole, Fausto Bertinotti sintetizza il Sessantotto di studenti e operai italiani. È la frase che il segretario di Rifondazione comunista sceglie per concludere il suo ultimo saggio, «Pensare il '68», edito da Ponte alle Grazie e in libreria a 20.000 lire dal 29 maggio. Un tentativo, quello del biennio «caldo» '68-'69, che Bertinotti ha vissuto in prima persona da dirigente sindacale della Cgil in Piemonte e che in queste pagine, sotto forma di colloquio con il suo più stretto collaboratore Alfonso Gianni (di dieci anni più giovane e allora uno dei protagonisti del movimento studentesco a Milano), il segretario neocomunista ripercorre e analizza con lo scopo di comprenderne il valore storico e valutarne le eredità nel presente.

LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI
Se studenti e operai nel '68 «ci hanno provato», oggi Bertinotti si sente di rilevare il testimone di quell'esperienza rivoluzionaria, di «provarci» anche lui. Perché «il 1848, il 1917 e il 1968 - sostiene nelle conclusioni del libro il leader prc - si possono ripensare per costruire una cassetta degli attrezzi, che da sola non è certo sufficiente per portare a termine i nuovi compiti che la fase attuale ci impone, ma è comunque uno strumento fondamentale per poterci riprovare». Il '68 come strumento ma anche come meta. L'obiettivo di quegli studenti e di quegli operai secondo Bertinotti è lo stesso di Rifondazione: il '68 italiano ha espresso «l'ultima grande ipotesi di trasformazione della società» e «oggi bisogna tornare ad alcune delle ispirazioni fondamentali del '68, insieme all'analisi critica delle sue manchevolezze, di fronte alla necessità di ridefinire una strategia della trasformazione per rispondere al processo di globalizzazione dell'economia capitalista».

SCONFITTA PARZIALE
Il segretario neocomunista ovviamente non si sottrae a registrare la sconfitta del movimento sessantottesco, vedendo nello «scioglimento del Pci» e nella «nascita della concertazione sul terreno sindacale l'affossamento definitivo e il rovesciamento dello spirito del '68». Ma non la considera una disfatta, semmai «una sconfitta e però anche un cambiamento, ovvero un cambiamento senza trasformazione». E si colloca tra chi «per fortuna non si è arreso a considerare chiusa la partita e ci riprova sia sul terreno del movimento, che del sindacato di classe, che del partito comunista, che della ricerca di una strategia della trasformazione».

L'INTUIZIONE DI CARLI
Nella sua lunga ricognizione sugli anni del movimento Bertinotti propone una riflessione dell'allora governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, contenuta nelle considerazioni finali della relazione all'Assemblea annuale del 1973. Che il leader prc sembra considerare una delle poche lucide interpretazioni della portata del «fenomeno '68» visto dalla parte della borghesia: il governatore «affermava testualmente - scrive Bertinotti - che "dalla metà del 1970 diventava manifesto come l'ondata rivendicativa, che inizialmente poteva apparire del genere di quelle prodottesi nel '62-'63, si estendesse alla ricerca di mutamenti profondi nell'ordinamento sociale" e che dunque "gli scopi delle rivendicazioni andavando al di là delle modifiche nella distribuzione del reddito e riflettevano l'esigenza di innovazioni radicali". L'analisi era giusta».

L'ERRORE DI LOTTA CONTINUA
Un successo del movimento dal punto di vista sindacale fu per Bertinotti il contratto dei metalmeccanici del '69, definito da Lotta continua «contratto-bidone». E così pure sui delegati di fabbrica, che l'ex sindacalista considera l'altro grande risultato di quegli anni, il movimento guidato da Sofri non fu d'accordo e preferì «una scelta decisa e diretta di rivendicazione salariale». Ma «nella battaglia politica condotta davanti ai cancelli delle fabbriche a Torino - ricorda Bertinotti - Lotta continua fu però sconfitta».

IL RUOLO DI LONGO E MORO
Il segretario del Pci Luigi Longo e Aldo Moro furono per Bertinotti gli unici politici che dimostrarono di capire il cambiamento provocato dal '68. Longo, «dirigente capace di atti d'innovazione assolutamente straordinari», assunse «direttamente l'iniziativa di interloquire con il movimento degli studenti fin dalla sua nascita» e condivise con loro il tema della «rivolta anticapitalista». Aldo Moro «certamente comprese l'evoluzione della situazione» e avviò «una strategia dell'attenzione». Ma il suo partito si comportò diversamente: «sono convinto - scrive Bertinotti - che la Dc, sostanzialmente, non capì».

«FARSI GIOVANE»
Il Sessantotto fu anche fenomeno di costume che portò con sé una ventata di freschezza generalizzata. E il leader di Rifondazione riconosce che allora «faceva tendenza proprio il tratto giovanile. Ricordo che molti di noi (...) assunsero, nel giro di pochi mesi, sembianze diverse da quelle precedenti, non solo nell'abbigliamento ma anche nel modo di rapportarsi agli altri».

RIPENSARE PASOLINI
Grande scalpore fecero in quegli anni i versi di Pasolini, che in una poesia sui disordini di Valle Giulia tra studenti e poliziotti difese questi ultimi sostenendo che loro e non gli studenti incarnavano il proletariato. Questa «attribuzione netta e unilaterale della condizione di proletario al poliziotto e di borghese allo studente» per Bertinotti «non poteva essere accettata». Tuttavia ora ammette che «c'erano degli aspetti interessanti della provocazione pasoliniana su cui bisogna riflettere e che riguardano essenzialmente il carattere neoelitario di alcuni aspetti della cultura diffusa della contestazione».

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www.media68.com | febbraio 1998