Il nuovo libro del leader Prc
di ENRICO CAIANO
LA CASSETTA DEGLI ATTREZZI
SCONFITTA PARZIALE
L'INTUIZIONE DI CARLI
L'ERRORE DI LOTTA CONTINUA
IL RUOLO DI LONGO E MORO
«FARSI GIOVANE»
RIPENSARE PASOLINI
www.media68.com | febbraio 1998
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Bertinotti racconta il suo '68: la lotta di allora vale anche oggi
«Ci hanno provato»: così, con tre parole, Fausto
Bertinotti sintetizza il Sessantotto
di studenti e operai italiani. È la frase che il segretario di
Rifondazione comunista sceglie per
concludere il suo ultimo saggio, «Pensare il '68», edito da Ponte
alle Grazie e in libreria a 20.000
lire dal 29 maggio. Un tentativo, quello del biennio «caldo»
'68-'69, che Bertinotti ha vissuto in
prima persona da dirigente sindacale della Cgil in Piemonte e che
in queste pagine, sotto forma
di colloquio con il suo più stretto collaboratore Alfonso Gianni
(di dieci anni più giovane e allora
uno dei protagonisti del movimento studentesco a Milano), il
segretario neocomunista ripercorre
e analizza con lo scopo di comprenderne il valore storico e
valutarne le eredità nel presente.
Se studenti e operai nel '68 «ci hanno
provato», oggi
Bertinotti si sente di rilevare il testimone di quell'esperienza
rivoluzionaria, di «provarci» anche lui.
Perché «il 1848, il 1917 e il 1968 - sostiene nelle conclusioni del
libro il leader prc - si possono
ripensare per costruire una cassetta degli attrezzi, che da sola
non è certo sufficiente per portare
a termine i nuovi compiti che la fase attuale ci impone, ma è
comunque uno strumento
fondamentale per poterci riprovare». Il '68 come strumento ma anche
come meta. L'obiettivo di
quegli studenti e di quegli operai secondo Bertinotti è lo stesso
di Rifondazione: il '68 italiano ha
espresso «l'ultima grande ipotesi di trasformazione della società»
e «oggi bisogna tornare ad
alcune delle ispirazioni fondamentali del '68, insieme all'analisi
critica delle sue manchevolezze, di
fronte alla necessità di ridefinire una strategia della
trasformazione per rispondere al processo di
globalizzazione dell'economia capitalista».
Il segretario neocomunista ovviamente non si
sottrae a registrare
la sconfitta del movimento sessantottesco, vedendo nello
«scioglimento del Pci» e nella «nascita
della concertazione sul terreno sindacale l'affossamento definitivo
e il rovesciamento dello spirito
del '68». Ma non la considera una disfatta, semmai «una sconfitta e
però anche un cambiamento,
ovvero un cambiamento senza trasformazione». E si colloca tra chi
«per fortuna non si è arreso a
considerare chiusa la partita e ci riprova sia sul terreno del
movimento, che del sindacato di
classe, che del partito comunista, che della ricerca di una
strategia della trasformazione».
Nella sua lunga ricognizione sugli anni del
movimento Bertinotti
propone una riflessione dell'allora governatore della Banca
d'Italia, Guido Carli, contenuta nelle
considerazioni finali della relazione all'Assemblea annuale del
1973. Che il leader prc sembra
considerare una delle poche lucide interpretazioni della portata
del «fenomeno '68» visto dalla
parte della borghesia: il governatore «affermava testualmente -
scrive Bertinotti - che "dalla metà
del 1970 diventava manifesto come l'ondata rivendicativa, che
inizialmente poteva apparire del
genere di quelle prodottesi nel '62-'63, si estendesse alla ricerca
di mutamenti profondi
nell'ordinamento sociale" e che dunque "gli scopi delle
rivendicazioni andavando al di là delle
modifiche nella distribuzione del reddito e riflettevano l'esigenza
di innovazioni radicali". L'analisi
era giusta».
Un successo del movimento dal punto di
vista
sindacale fu per Bertinotti il contratto dei metalmeccanici del
'69, definito da Lotta continua
«contratto-bidone». E così pure sui delegati di fabbrica, che l'ex
sindacalista considera l'altro
grande risultato di quegli anni, il movimento guidato da Sofri non
fu d'accordo e preferì «una
scelta decisa e diretta di rivendicazione salariale». Ma «nella
battaglia politica condotta davanti ai
cancelli delle fabbriche a Torino - ricorda Bertinotti - Lotta
continua fu però sconfitta».
Il segretario del Pci Luigi Longo e Aldo
Moro furono
per Bertinotti gli unici politici che dimostrarono di capire il
cambiamento provocato dal '68.
Longo, «dirigente capace di atti d'innovazione assolutamente
straordinari», assunse «direttamente
l'iniziativa di interloquire con il movimento degli studenti fin
dalla sua nascita» e condivise con
loro il tema della «rivolta anticapitalista». Aldo Moro «certamente
comprese l'evoluzione della
situazione» e avviò «una strategia dell'attenzione». Ma il suo
partito si comportò diversamente:
«sono convinto - scrive Bertinotti - che la Dc, sostanzialmente,
non capì».
Il Sessantotto fu anche fenomeno di costume che
portò con sé una
ventata di freschezza generalizzata. E il leader di Rifondazione
riconosce che allora «faceva
tendenza proprio il tratto giovanile. Ricordo che molti di noi
(...) assunsero, nel giro di pochi
mesi, sembianze diverse da quelle precedenti, non solo
nell'abbigliamento ma anche nel modo di
rapportarsi agli altri».
Grande scalpore fecero in quegli anni i versi
di Pasolini, che in una
poesia sui disordini di Valle Giulia tra studenti e poliziotti
difese questi ultimi sostenendo che loro
e non gli studenti incarnavano il proletariato. Questa
«attribuzione netta e unilaterale della
condizione di proletario al poliziotto e di borghese allo studente»
per Bertinotti «non poteva
essere accettata». Tuttavia ora ammette che «c'erano degli aspetti
interessanti della provocazione
pasoliniana su cui bisogna riflettere e che riguardano
essenzialmente il carattere neoelitario di
alcuni aspetti della cultura diffusa della contestazione».
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