"Attenti compagni, il Sessantotto fu un movimento antimoderno"
di PAOLO VALENTINO
Sicuramente destinata a provocare reazioni senza fine
è soprattutto la tesi di fondo del suo ragionamento:
«L'opposizione extraparlamentare - dice Walter - non fu il
detonatore della modernità, ma un suo risultato. Molto peggio:
sotto molti aspetti, i ribelli di trent'anni fa frenarono la
modernizzazione in corso nella società interrompendo o quanto
meno ostacolando il processo di liberalizzazione e di riforma
della Germania». Più moderna, urbana e liberale, la Repubblica
federale «lo era già da molto prima del 1968». E decisivi,
secondo Walter, non furono «i confusi discorsi di Rudi Dutschke,
ma le grosse trasformazioni sociologiche del Dopoguerra». Il
professore di Gottinga risale agli anni Cinquanta, alla fine della
Germania agricola e di gran parte delle sue tradizioni, ricorda
la crisi del cattolicesimo all'inizio del decennio successivo, il
graduale abbandono delle scuole religiose, la secolarizzazione
della cultura. Il carburante del cambiamento fu l'istruzione
superiore di massa. In trasformazione già molto prima della
nascita del movimento era anche la politica tedesca. La Cdu si
era congedata nel 1963 da Adenauer; la Spd aveva
abbandonato il retaggio marxista con il congresso di Bad
Godesberg. Il '68 arrivò come un terremoto su questo processo
graduale. Il risultato della retorica della lotta di classe fu
gravissimo per l'intero asse politico renano. Nella Cdu, per la
prima volta negli anni '70 schierata a destra del centro come
formazione della borghesia, suonò l'ora degli Strauss, dei
Dregger e del loro aut aut, «libertà o socialismo». Quanto ai
socialdemocratici, fu l'avvento alla guida della Spd degli ex
sessantottini che all'inizio degli anni Ottanta avrebbe messo in
crisi Helmut Schmidt e poi isolato il partito per 16 anni
all'opposizione. Oggi «diventati più vecchi, più stanchi,
preoccupati da cose più banali come l'aumento del prezzo della
benzina o della scuola per i figli», gli ex ribelli sono approdati al
modello politico che avevano combattuto. Sono loro, i teorici
del conflitto di classe, che «difendono il dialogo fra le parti
sociali, la società del consenso, il capitalismo renano e
riscoprono il nuovo centro». Hanno un potere e un'influenza che
non vogliono lasciarsi sfuggire. E soprattutto, conclude Walter,
«non hanno fiducia in nessuno che abbia meno di trent'anni».
www.media68.com | febbraio 1998
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PROVOCAZIONI
Il politologo Franz Walter fa un bilancio negativo della contestazione: "Gli ex ribelli frenarono il cambiamento. Ora difendono ciò contro cui avevano
lottato"
Non sopporto il Sessantotto e i sessantottini. Non sopporto il
loro miscuglio di moralismo e corrosivo cinismo, la boria
intellettuale di chi non ha mai espresso un solo teorico
intelligente. Eppure ce l'hanno fatta: con l'eccezione di qualche
stizzito conservatore, l'intera Repubblica colta pensa che
proprio con loro sia cominciata l'era liberale, illuminata e
tollerante della democrazia di Bonn dopo la muffa autoritaria
degli anni di Adenauer. Una convizione in gran parte falsa».
Comincia così il «j'accuse» di Franz Walter, 42 anni, professore
a Gottinga, uno dei più brillanti politologi tedeschi della nuova
generazione. Considerato vicino alla Spd, Walter traccia sul
settimanale «Die Woche» un «bilancio deprimente» del
Sessantotto e dei suoi protagonisti, «oggi interessati soltanto ad
andare al governo e da lì difendere tutto ciò contro cui avevano
lottato».
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