PROVOCAZIONI
Il politologo Franz Walter fa un bilancio negativo della contestazione: "Gli ex ribelli frenarono il cambiamento. Ora difendono ciò contro cui avevano lottato"

"Attenti compagni, il Sessantotto fu un movimento antimoderno"

di PAOLO VALENTINO

Non sopporto il Sessantotto e i sessantottini. Non sopporto il loro miscuglio di moralismo e corrosivo cinismo, la boria intellettuale di chi non ha mai espresso un solo teorico intelligente. Eppure ce l'hanno fatta: con l'eccezione di qualche stizzito conservatore, l'intera Repubblica colta pensa che proprio con loro sia cominciata l'era liberale, illuminata e tollerante della democrazia di Bonn dopo la muffa autoritaria degli anni di Adenauer. Una convizione in gran parte falsa». Comincia così il «j'accuse» di Franz Walter, 42 anni, professore a Gottinga, uno dei più brillanti politologi tedeschi della nuova generazione. Considerato vicino alla Spd, Walter traccia sul settimanale «Die Woche» un «bilancio deprimente» del Sessantotto e dei suoi protagonisti, «oggi interessati soltanto ad andare al governo e da lì difendere tutto ciò contro cui avevano lottato».

Sicuramente destinata a provocare reazioni senza fine è soprattutto la tesi di fondo del suo ragionamento: «L'opposizione extraparlamentare - dice Walter - non fu il detonatore della modernità, ma un suo risultato. Molto peggio: sotto molti aspetti, i ribelli di trent'anni fa frenarono la modernizzazione in corso nella società interrompendo o quanto meno ostacolando il processo di liberalizzazione e di riforma della Germania». Più moderna, urbana e liberale, la Repubblica federale «lo era già da molto prima del 1968». E decisivi, secondo Walter, non furono «i confusi discorsi di Rudi Dutschke, ma le grosse trasformazioni sociologiche del Dopoguerra». Il professore di Gottinga risale agli anni Cinquanta, alla fine della Germania agricola e di gran parte delle sue tradizioni, ricorda la crisi del cattolicesimo all'inizio del decennio successivo, il graduale abbandono delle scuole religiose, la secolarizzazione della cultura. Il carburante del cambiamento fu l'istruzione superiore di massa. In trasformazione già molto prima della nascita del movimento era anche la politica tedesca. La Cdu si era congedata nel 1963 da Adenauer; la Spd aveva abbandonato il retaggio marxista con il congresso di Bad Godesberg.

Il '68 arrivò come un terremoto su questo processo graduale. Il risultato della retorica della lotta di classe fu gravissimo per l'intero asse politico renano. Nella Cdu, per la prima volta negli anni '70 schierata a destra del centro come formazione della borghesia, suonò l'ora degli Strauss, dei Dregger e del loro aut aut, «libertà o socialismo». Quanto ai socialdemocratici, fu l'avvento alla guida della Spd degli ex sessantottini che all'inizio degli anni Ottanta avrebbe messo in crisi Helmut Schmidt e poi isolato il partito per 16 anni all'opposizione. Oggi «diventati più vecchi, più stanchi, preoccupati da cose più banali come l'aumento del prezzo della benzina o della scuola per i figli», gli ex ribelli sono approdati al modello politico che avevano combattuto. Sono loro, i teorici del conflitto di classe, che «difendono il dialogo fra le parti sociali, la società del consenso, il capitalismo renano e riscoprono il nuovo centro». Hanno un potere e un'influenza che non vogliono lasciarsi sfuggire. E soprattutto, conclude Walter, «non hanno fiducia in nessuno che abbia meno di trent'anni».

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www.media68.com | febbraio 1998