POTERE OPERAIO/BIFO

Un gruppo altero raccolto attorno all'inchiesta operaia

di TONI NEGRI

il manifesto, 21 maggio 1998, pag. 23

Questo, di Bifo, non è un libro di storia. Non si può chiedere a Bifo di far opera storiografica: lui ha sempre scritto, scrive e scriverà dell'evoluzione del suo proprio pensiero, teorico e politico. Di questo, delle cose nuove che ci fa apprendere, gli siamo grati. Ma questo libro è comunque importante. In primo luogo perché è una generosa rivendicazione di appartenenza ad un movimento sovversivo che fu pesantemente criminalizzato e della cui vera storia si conoscono solo leggende di movimento (e, ma questa è un'altra storia, qualche migliaio di pagine scritte da procuratori della Repubblica, altrettante da giornalisti o universitari in cerca di cattedra, e infine qualche centinaio di sociologi di formazione anglosassone, con gustosi paragoni fra Potop, Ira e Armata rossa giapponese). Finalmente, dunque, qualcuno che si rivendica di Potere Operaio e comincia a dire quel che ne ricorda: il libro di Bifo è dunque una testimonianza. E speriamo che quest'inizio faccia scuola e che tutti quelli che lamentano la mancanza di una storia vera degli anni Settanta, facciano lo stesso, prima di rincitrullirsi in una vecchiaia ormai prossima. Sarebbe utile da molti punti di vista ma soprattutto a rivelare un mistero che sociologi, storici e giudici mai riuscirono a penetrare ma che a tal punto li sconvolse che furono incitati a fare, di Potop, una grande organizzazione che per un decennio tirò le fila del movimento e del terrorismo. Perché la gente di Potop (individui d'interessi, vocazioni, comportamenti, storie diversissime, e niente più del libro di Bifo lo attesta) sembra costruita con il medesimo stampo?Bifo in parte lo spiega: perché erano persone riunite attorno ad un nucleo teorico duro, ad una serie di problemi reali, di ipotesi risolutive e di intuizioni prospettiche (sull'avvenire). Non una teoria costruita per aria ma, al contrario, profondamente e continuamente intrecciata a una pratica di inchiesta. Ma questo avveniva per tutti i raggruppamenti politici dell'epoca, si potrà obiettare. Sì, ma non alla maniera di Potop. Per entrare in Potop occorreva passare degli esami, informali ma non meno rigidi, e la materia non era dogmatica ma di metodo. V'era una soglia comune, che doveva essere raggiunta, molto alta, dal punto di vista della teoria e della militanza. Poi, una volta entrato, ognuno faceva quel che voleva, in maniera assai gioiosa (Bifo lo sottolinea con grande eleganza). Una specie di massoneria mozartiana, questo era Potop: e se per inno avevamo scelto una Polonnaise alla Chopin, tra di noi cantavamo il Don Giovanni. La gente di Potop era estremamente altezzosa: per questo ogni mattina andava davanti alle fabbriche (per apprendere alla scuola della classe operaia) ed il pomeriggio leggeva i Grundrisse (per tradurre quel sapere in linguaggio colto). Quest'alterigia non impediva di essere poveri (Bifo fu sempre poverissimo) ma evitava di dimenticare la cura di se stessi; non impediva di pensare delle stupidaggini ma evitava di comunicarle troppo facilmente agli altri. Sull'alterigia si nutriva uno spirito, interno al gruppo, estremamente libertario. Non ci fu in Potop (e nel 1971 eravamo circa cinquemila militanti) mai un'espulsione. (No, scusate, ve ne fu una, quella di Toni Negri, ma, se non erro, se ne era già andato spontaneamente). Neppure Bifo fu espulso, né lo sarà, malgrado gli errori di storia che commette. Il più grave, e costante, nel suo libro, è di fare della storia di Potop una vicenda di irrisolte alternative fra spontaneismo e leninismo, fra immersione nelle lotte operaie e progetto di direzione di avanguardia. Io non so vedere in quest'alternativa altro problema che il riuscirci. Qualsiasi gruppo politico serio, immergendosi nelle lotte, prova a coglierne, a rielaborare e poi di nuovo a comunicare loro un progetto. Non occorre scomodare Lenin per legittimare quest'ovvietà. La storia di Potop è quella di un tentativo, e della sconfitta di un progetto di organizzazione, non leninista, bensì interno alla classe operaia.Taluni filosofi chiamano illusione il provare che non riesce e ne traggono l'indebita conclusione che è vano provare. Né Bifo, né io, né tanti altri siamo mai stati adepti di questo realismo. Abbiamo provato, non ci siamo riusciti. Ma con un enorme vantaggio: mentre procedevamo nel progetto ci siamo accorti che era sbagliato, perché le condizioni della lotta di classe stavano togliendo agli operai il loro ruolo egemonico. Da dentro l'esperienza di Potop siamo riusciti ad intuire che la proposta di comunismo veniva ormai non più dalla fabbrica ma dall'autonomia di un nuovo proletariato sociale, immateriale e produttivo. Non ce lo perdonano ancora, così come non perdonano a Potop di essere stato l'anima di quel lungo Sessantotto che termina nel '77: in questo vedono la nostra alterigia. Ma Bifo mi dice: d'accordo; non puoi tuttavia negare che il problema organizzativo fu, se non prima, drammatizzato in maniera esasperata al congresso romano del '71. Bifo deve tuttavia concedermi che quel rapporto su "Crisi dello Stato-piano" (che è al centro della sua accusa) fu da me scritto dopo quel 17 agosto 1971 nel quale, sganciando il dollaro dall'oro, Nixon aveva aperto una nuova epoca della storia. Ricordo che, nelle discussioni che prepararono quel rapporto, il senso drammatico dell'"ultima possibilità", davanti ad una così inattesa e violenta ripresa dell'iniziativa capitalistica. Che fare? Alcuni nostri commilitoni americani, in seguito a quella stessa decisione del governo imperiale, scelsero la sola altra strada possibile: cominciarono a far gli imprenditori di software a Silicon Valley. Oggi sono i nuovi eroi di Bifo. E tuttavia non è che sia gente che non ha saputo alleare la spontaneità del rifiuto del lavoro a un certo leninismo imprenditoriale. Invitai Bifo, un paio d'anni fa, a partecipare ad un seminario che dirigevo per Telecom France. Il tema della ricerca erano le conseguenze politiche delle autostrade informatiche. Durante la relazione di Bifo ebbi per un istante l'impressione di ritrovarmi in una fumosa riunione di Potop: Bifo si affidava infatti alla spontaneità dei reseaux per veder nascere un mondo nuovo. Contenti del potenziale utopico della sua proposta, alcuni democraticissimi ingegneri gli fecero tuttavia notare che anche Minerva nasceva armata dalla testa di Giove, e che non c'è spontaneità senza figura, né figura senza cervello, né cervello senza forza.

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www.media68.com | febbraio 1998