FRANCO BERARDI BIFO

Luci e ombre nell'ipertesto di una storia che ancora brucia nei ricordi di un cibernauta

di ROBERTO SILVESTRI

il manifesto, 20 maggio 1998, pag. 22

"La nefasta utopia di Potere operaio" secondo Franco Berardi Bifo. Un libro che ricostruisce il percorso teorico di un gruppo politico dalla fondazione allo suo scioglimento

Le lotte dell'operaio massa per salari sganciati dalla produttività sprovincializzarono l'intellettuale proletarizzato di allora a dosi massiccie di incanti e shock. E dunque ecco avanzare, nella cultura ovattata dell'Italia di Restivo e Rumor, socializzate da strane "anime belle", aliene da ogni proselitismo, eleganti (erano vestiti già da "Forza Italia" per non farsi arrestare durante gli scontri) e colte, tutto ciò che la scuola censurava (per questo bruciarono): le avanguardie storiche, la fenomenologia, Benjamin piuttosto di Adorno, il rifiuto del lavoro come molla per lo sviluppo, Balestrini, Schifano e i "novissimi" invece di Pasolini e Purificato, lo scontro tra gentiluomini: Tronti, Cacciari, Asor Rosa e Abruzzese da una parte e Negri, Krahl, Roth, Bologna, Ferrari Bravo dall'altra.

C'era tutto un marxismo fertile da riconquistare, ricreare, reinventare. Se non bisogna descrivere (rappresentare) il mondo ma cambiare alla radice lo stato di cose presenti, era lo sperimentalismo marxiano, fatto di "inchiesta, svelamento delle tendenze, rischio, comunicazione tra masse", massacro preventivo di ogni luogo comune, il tragitto, la pista da aprire, finalmente, anche in Italia (tanti decenni dopo le piste americane). Il famoso metodo. E il libro di Franco Berardi (La nefasta utopia di Potere operaio) ne racconta, dal di dentro, grandezze e ingolfamenti, con prosa speedball più anfetamine, quando il ciclo è in ascesa, e calmante-depressivo quando, a carte scoperte, la mano è perduta, e il gruzzolo pure, definitivamente. Indimenticabile, l'autore, alias Bifo, all'epoca di Contro il lavoro, opuscolo extasiante, degno di Do it! di Jerry Rubin.

La nefasta utopia è scritto da un militante depresso, costretto ad arrendersi al dinamismo e al progressismo del capitalismo (o voleva dire: dell'economia di mercato, che è cosa diversa?), ma sempre entusiasmante divulgatore, anche se lacunoso sul versante internazionale di Pot. Op. (Ramirez, Rawick, C.R.L. James, Bishop, Kay...) e sul "salario al lavoro domestico" e sul contributo di Maria Rosa Dalla Costa e le altre (dimenticanza maschilista?) alla disintegrazione-ricostruzione planetaria di un intatto progetto politico. Strano, il cybernauta scatenato sa tutto di salario di cittadinanza domestica.

Breve, comunque, la vita felice di "Potere Operaio" (come breve fu la Comune di Parigi, le stagioni wobblies negli Usa, Toussaint, Lenin, N'krumah...). Ma, almeno "Potere operaio" ci fu. Parole esatte per definirsi e svelare il "dentro", l'essenza magica di un periodo storico. E, dal '69 al '73, ci fu in Italia potere operaio.

Con le conseguenze che sappiamo: da una parte il capitale costretto a lavorare, far gli straordinari e robotizzare, e i padroni a sudare sette camicie per far governi; dall'altra Negri ancora in galera (speriamo che non gli distruggano un altro libro, come a Trani), Scalzone istigato all'esilio e Piperno neppure ancora ministro per il mezzogiorno.

La democrazia italiana, o meglio il "fascismo democratico" italiano degradato - per ordine di Churchill - a colonia maccartista dalla guerra fredda in poi, perse il lume della ragione. E processò subito Tolin, direttore di Potere Operaio (l'entusiasmante rivista disegnata da Piergiorgio Maoloni, meriterebbe una mostra solo per come sep-

per "ingabbiare" quell'assalto al cielo), esplicitamente e solo per "reati di opinione". Mentre già, chi poteva, comprava a suon di milioni intere procure e nazisti bombe-in-mano. Tanto c'è sempre Gladio.

Insomma: Potere Operaio, "il più diffuso eccitante dell'epoca", la benzedrina del Movimento antagonista, contribuì a salvare la democrazia sulla base dei "principi espressi al processo di Norimberga" e del dimenticato monito mai più Aushwitz: non si deve obbedire al potere criminale, anche se legittimo. Pot. Op. fu il partito eticamente più vicino all'ispettore Callaghan.

Non "leninista" la sua svolta, come scrive Bifo (come poteva sedurre proseliti, se il solo acquistare il giornale era impresa titanica, visto che i diffusori lo negavano a molti, come all'entrata in un night in di Manhattan?).

Fu invece il primo, sconfitto tentativo di un processo che prima o poi porteremo a termine: "l'americanizzazione del bolscevismo". E peccato non ci fosse più Hollywood sul Tevere. In Usa i potoppini (i cubisti della politica: scomporre e decostruire i fatti, leggere nelle tendenze, Bifo lo chiama: composizionismo) fecero tutti grande cinema.

John Carpenter, prima dell'insurrezione, ebbe un budget. E la fece più deflagrante. Virtuale.

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www.media68.com | febbraio 1998