POTERE OPERAIO/BIFO

Una storia parallela
La breve stagione di un gruppo politico

di ANDREA COLOMBO

il manifesto, 20 maggio 1998, pag. 22

Fu un gruppo estremista, e in questo non si differenziò dalle altre organizzazioni della sinistra extraparlamentare. Fu un gruppo segnato a fondo da un pensiero estremo, fatto assai più raro che non ha mancato di riflettersi sui destini successivi dei suoi dirigenti e militanti. Quando un po' di tempo fa L'Espresso provò a cartografare la mappa degli ex di "Potere operaio" finiti nei ranghi della classe dirigente, il risultato fu fallimentare. Per salvare il servizio, toccò rispolverare una giovanile ed esternissima simpatia di Paolo Mieli, nonché retrodatare di qualche anno la nascita del gruppo per iscrivervi d'ufficio Massimo Cacciari. Di quel pensiero estremo, nel quale un 7 di aprile alcuni galantuomini del Pci padovano cercarono prove di complotti, Bifo ripercorre le tracce, e le segue sino all'eredità odierna ne L'utopia nefasta di Potere operaio (Castelvecchi, pp. 249, L. . 29.000). Lo fa da ex dirigente dell'organizzazione di cui parla, non gli si chiedano equidistanza e oggettività.

Si potrebbe obiettare che il "suo" Po, senza l'ansia leninista dell'organizzazione, senza insurrezione, ha poco a che vedere con la realtà dei fatti. Sarebbe un grossolano errore. Il dna di Po e la sua eredità longeva non vanno cercati nella comprensibile ma fallimentare "azione da partito", neppure in quella insistenza sull'insurrezione che stuzzicò l'animo secondino del Pci padovano (e non solo). Si trovano dove li rintraccia Bifo, prima di tutto in quel radicale rifiuto dell'utopia che colora di deliberata ironia il titolo. Nessun altrove per Potere operaio, nessuna attesa messianica riposta in un radioso futuro, nessuno sguardo famelico rivolto ora a questo ora a quel paese del sud, fosse pure l'Iran islamico. Soprattutto nessuna deriva moralista, il vizio insuperabile di tutte le sinistre, o peggio cattolica, la variante italiana di quel vizio. La nostalgia non è quella francofortese del totalmente altro ma quella opposta dell'adesso, del qui e ora, un'aderenza totale, apparentemente persino cinica, al reale e alle sue tendenze prospettiche.

Ancor più che dal rifiuto del lavoro e del lavorismo, il pensiero estremo di cui Bifo tenta la summa è segnato da questa indisponibilità a evadere nell'altrove, fosse pure il luogo mitico della comunità operaia, che si traduce poi nella ricerca dei possibili punti di rottura materiale. Ventinove anni fa l'insistenza sul salario come leva globale, adesso la sottrazione e l'esodo, perché "l'arte della fuga è quella in cui si esercitano oggi le donne e gli uomini liberi". E tuttavia proprio l'arte della fuga, il sottrarsi alle regole del gioco teorizzato e praticato da molti di quelli che vengono dall'operaismo rischia di rivelarsi oggi un vicolo cieco.

Il filone di analisi e di intervento che dall'operaismo prese l'avvio ha continuato a svilupparsi, per vie parallele e intersecantesi, in riviste come Metropoli, Luogo Comune, Futur Anterieur, nei lavori di Paolo Virno, Sergio Bologna, Antonio Negri, Christian Marazzi, dello stesso Bifo. Ha anticipato il passaggio della centralità produttiva dal lavoro industriale concentrato a quello intellettuale diffuso. Ha seguito puntualmente il sorgere di un esercito di lavoratori autonomi, fortemente proletarizzati ma privi di qualsiasi coesione, e il suo collocarsi al centro della produzione. Ha analizzato, studiato e cercato invano di combattere lo scatto epocale con cui il lavoro ha esteso il suo dominio sulla totalità della vita, occupato l'intera giornata, colonizzato l'immaginazione, innervato le emozioni, trasformato in vapore postmoderno il linguaggio, messo a profitto gli spazi d'autonomia.

A questa superfetazione onnivora del lavoro l'ipotesi dell'esodo ha cercato di offrire una risposta che non fosse resistenziale bensì offensiva, dal momento che nessuna fuga intesa come resistenza sarebbe in grado di sottrarsi alla marcia colonizzante del lavoro postfordista. Proprio qui, però, di fronte alla necessità di fare dell'esodo un momento di attacco e non un tentativo di difesa, il percorso dell'analisi operaista si è trovato in un vicolo cieco, nel quale si arresta anche il percorso di Bifo. Al termine del quale risulta inevitabile chiedersi, anche solo per fare dell'utopia, cosa succederebbe se la sinistra che si vuole antagonista, invece di civettare col sacro, lacerarsi in riflessioni sugli inquietanti interrogativi di fine millennio, asserragliarsi nella difesa dell'indifendibile si domandasse cosa può dispiegare oggi, per l'esercito dei nuovi lavoratori autonomi, la stessa deflagrante potenza contenuta venti anni fa da quella richiesta, in apparenza riduttiva, sulla quale Potere operaio insistette quasi ossessivamente, e a ragione: aumento sulla paga base, uguale per tutti.

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www.media68.com | febbraio 1998