PANE AL PANE

Ma quei fiori del '68 non piacevano a tutti

di LORENZO MONDO

la Stampa, 17 maggio 1998

Sembra eccessivo che tocchi a una studentessa tredicenne di Alessandria riaccendere il dibattito sul Sessantotto. Una ragazza trascurata dai genitori, entrambi reduci da quegli anni "formidabili", e vessata dall'insegnante che, sempre "in jeans e sbrindellona", continua a proclamarsi, con tardivi conati, figlia dei fiori. Altri fiori, non esotici e oppiacei, ma infantili steli di campo, fregiano la sua lettera di protesta. Letizia accusa quelle persone di avere tradito nel loro compito di educatori gli ideali della giovinezza, di esprimere nei suoi confronti, oltre al disinteresse, uno sprezzante e persecutorio autoritarismo.

Ci troviamo probabilmente davanti all'espressione di una insofferenza, se non proprio un conflitto, di natura generazionale, che non guarda a etichette di destra o di sinistra ma a un conservatorismo, per così dire, "in re". Magari acutizzata da un particolare deficit degli adulti. E suggerisce inoltre malinconiche considerazioni sulla fatale usura dei sentimenti e delle idee, l'appassimento dell'immaginazione, il balbettio senescente che spezza i più solenni proclami. Insomma, questa lettera parla in qualche misura di una condizione generalizzata: "De te fabula narratur". Ma qui viene chiamato in causa soprattutto lo specifico sessantottino, forse sulla scorta delle rievocazioni, sia pure contrastate, del trentennale.

Il Sessantotto è arrivato per me troppo tardi e del resto, costretto a guadagnarmi da vivere, non avrei potuto consentirmi occupazioni e sit-in universitari. Ma ho subito ritenuto aberrante una "rivoluzione" libertaria che inalberava sulle proprie bandiere i nomi assortiti di Stalin e Trockij, di Mao e Fidel

Il rispetto per i libri, soprattutto quelli di forte stagionatura, mi ha fatto guardare con scandalo ai roghi ideali consumati a Palazzo Campana. Ho venerato uno dei presunti baroni, come Giovanni Getto, che avevo conosciuto generoso nell'insegnamento e nell'umana partecipazione alle difficoltà degli allievi: sbeffeggiato per qualche innocente mania, senza ricordare l'eredità dei suoi studi e di una tutt'altro che spregevole "scuola".

Ho detestato la voce gridata e intimidatoria, la ricerca dello scontro con la polizia, il clima artificiale di guerra in un periodo - come ricordava recentemente Giovanni Sartori - in cui "non c'era fame né tiranno". Non ho mai capito perché la rivoluzione sessuale, che già avanzava per conto suo in camporella, avesse bisogno di esibirsi nelle ammucchiate della Universitas studiorum. Sarei stato, e stavo, tranquillamente dall'altra parte, prima ancora di verificare gli esiti disastrosi che certe frange matte avrebbero tratto da quell'apprendistato.

So bene che non si può fare d'ogni erba un fascio e che anche ai galantuomini capita di incasinarsi nelle strette di una Storia che non è facile per nessuno. Riconosco a ciascuno il diritto di riscattare dalla ganga la vena limpida del proprio passato, di affezionarsi anche soltanto all'utopia della propria giovinezza. Eppure... Se penso a certo reducismo, allo spirito di consorteria, alla spocchia intellettuale, incapace del benché minimo esame di coscienza, mi chiedo se la voce fievole di Letizia non conservi un ineludibile accento di verità. Perfino se la sua lettera fosse stata, con precoce malizia, inventata.

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www.media68.com | febbraio 1998