Esce oggi in edicola «Compagni dai campi e dalle officine», un cd curato dall'Istituto Ernesto De Martino che raccoglie le canzoni sulla rivolta del '69 studentesco e operaio. Lo accompagna un saggio di Bruno Cartosio per capire le ragioni, i desideri e i progetti di quegli anni

Avanti note alla riscossa

di SANDRO PORTELLI

I movimenti degli anni '60 furono movimenti che cantavano. Era un "singing movement" quello afroamericano per i diritti civili; era un movimento che cantava quello che ha preparato, vissuto, e ricordato il 1968, l'anno degli studenti, e il 1969, gli anni degli studenti e degli operai. Era un tempo di campeggi, di sacchi a pelo, di scuole e fabbriche occupate, e di chitarre; era un tempo di musica da usare, imperfetta ed elementare, ma alla nostra portata, capace di circolare semplice e indimenticabile con pochissimi supporti tecnologici e ancora meno sostegni istituzionali. Perché allora erano pochi gli spettatori, i consumatori, gli ascoltatori; ed erano tanti a cantare, ad agire, a parlare.

L'Istituto Ernesto de Martino manda ora in edicola (con Hobby & Work e Alabianca) Compagni dai campi e dalle officine, 16 canzoni per un'ora di musica dedicata a "il 1968-1969: La rivolta studentesca, la rivolta operaia", accompagnate da un fascicolo con un nitido saggio storico di Bruno Cartosio e accurate note sulle canzoni di Cesare Bermani. Si tratta del primo di una serie di 12 compact disk su "due secoli di canti popolari e di protesta civile". L'opera completa, che comprenderà circa 250 titoli prodotti negli anni '60 e '70 dai Dischi del Sole (testi e musiche saranno pubblicati in un libro a parte) ha un titolo senza tempo e fuori del tempo: "Avanti popolo". Perché di questo si tratta: la ricostruzione cantata, una "storia orale" di tipo speciale, di un lungo e immenso spostamento in avanti nei rapporti fra le classi, di conquiste talmente essenziali che si fa fatica a ricordare com'era il mondo prima, di soggetti collettivi (gli operai, gli studenti ribelli - e i contadini, i braccianti, gli emigranti...) dei quali è quasi cattivo gusto parlare ma che ci hanno portato fino a qui.

Quella sera a Milano

Io c'ero, a Milano, quel giorno del 1969 in cui il gruppo del Canzoniere di Rimini (chi se lo ricorda? Credo nessuno. Ma non conta: di canzonieri così ce n'era uno in ogni città, uno in ogni quartiere) - il giorno, dicevo, in cui i compagni del Canzoniere di Rimini ci fecero rabbrividire cantando con furore lirico "Avola due dicembre 1968", l'elegia per i contadini siciliani ammazzati pochi mesi prima dalla polizia ad Avola, ripubblicata in questo primo disco. "Due dicembre, giorno bianco, per la gente che è in ufficio, e che si vede passare solite carte e fatture", cominciavano, sottovoce; e poi, salendo fino a gridare, "due dicembre, giorno nero, da finire al cimitero". Ecco, quando ci raccontano che il '68 fu violenza e nient'altro, proviamo a ricordare la violenza che grazie al '68 è sparita (almeno per ora) dalle nostre vite, la violenza per cui scioperare significava davvero, per un operaio o un bracciante, rischiare la vita: per cui un ragazzo come Soriano Ceccanti che manifestava davanti a un night alla moda poteva trovarsi paralizzato a vita da una pallottola della polizia (qui lo racconta Pino Masi, "Quella notte davanti alla Bussola").

Queste canzoni ci restituiscono il senso di quanto fossero esplicitamente duri fino a pochissimi anni fa i rapporti di classe, ci fanno risentire il dichiarato disprezzo dei signori verso gli operai ("che roba, contessa, anche l'operaio vuole il figlio dottore - e pensi che ambiente che può venire fuori...", canta Paolo Pietrangeli) - e verso i "capelloni contestatori". Bisogna tenere presente questa violenza, questa durezza, quando, in tempi più ovattati, sentiamo Alfredo Bandelli inneggiare "la violenza, la violenza, la rivolta - chi ha esitato questa volta, lotterà con noi domani". Si capisce: "vent'anni di rabbia fan parlare così", canta qui Paolo Pietrangeli.

Sento adesso in queste canzoni cose a cui non facevo caso allora. "Oggi ho visto nel corteo tante facce sorridenti - le compagne, quindici anni..." (è ancora Bandelli): è un'immagine indimenticabile di un modo possibile di essere adolescenti, sentendosi parte impaziente di un'immensa speranza di rinnovamento del mondo intero - e insieme, affiancati e sostenuti da tutta la memoria, da tutta l'esperienza usabile del tempo precedente. E adesso sento di più il tono doloroso di certe canzoni di lotta: "a casa senza voce e con le mani sporche dei sassi raccolti sui binari", canta Gualtiero Bertelli, raccontando la scoperta nella lotta di una forza e una voce sconosciuta ma anche la fatica di questa lotta che dura da tanto tempo e non se ne vede la fine.

Nonostante i proclami rivoluzionari, il tono non è truce. La "Ballata della Fiat" o "La caccia alle streghe" di Alfredo Baldelli dicono cose terribili ma sono piene di allegria, il girotondo di chi si scuote dalla mente una cappa oppressiva; "Sciopero interno" di Fausto Amodei ("abbiamo trovato un metodo d'azione per romper meglio le scatole al padrone": allora, gli imprenditori si chiamavano così) è un'umoristica lezione di tattica operaia; "E' mezzanotte" di Alfredo Bandelli racconta come una specie di comico gioco a nascondino gli appostamenti notturni della polizia e dei compagni che fanno le scritte sui muri - salvo all'ultima strofa ricordarci che ai poliziotti capita spesso di scivolare con la pistola carica in pugno e casualmente ammazzare chi capita a tiro.

Il disco non parla solo di fabbriche e di studenti, di dimostrazioni e di scioperi. Può darsi che canzoni come "E qualcuno poi disse" di Gianni Nebbiosi sulla malattia mentale, o "Io vi parlo di Milano" di Diego De Palma, che parla della qualità dell'aria, siano state scelte col senno di oggi. Ma il fatto resta che già allora si scrivevano e si cantavano. E mi colpisce il modo in cui cercano un tessuto unificante: Nebbiosi lega la ricaduta nella malattia mentale alla durezza dei rapporti di classe e alla mancanza di lavoro; ben prima di "mani pulite", De Palma fa dell'ambiente invisibile anche una metafora dell'invivibilità dei rapporti politici, di una politica e di una cultura inquinante quanto l'aria.

Registrazioni originali

E poi: sono poi tanto elementari, monotone, musicalmente povere queste canzoni, mero veicolo per la propaganda dei testi? Riascoltandole, mi sembrano più ricche e più colte di quanto le ricordassi, e più diverse fra loro. Alfredo Bandelli all'inizio non sapeva suonare nemmeno due accordi con la chitarra, ma in ogni canzone che inventava c'erano almeno due, tre idee musicali; e lo stesso vale per Pietrangeli, colto della cultura musicale del melodramma e del cabaret. C'è la chanson francese in quella di Bertelli e Amodei, cent'anni di canti socialisti, anarchici, partigiani nutriti di memoria del melodramma in Baldelli e Della Mea; il talking blues americano in De Palma. E alle spalle tutti - capace di mettersi in secondo piano ma protagonista indispensabile, garante di dignità sonora - c'è sempre la chitarra sapiente e la voce inconfondibile di Giovanna Marini.

Le notizie sulle canzoni redatte da Cesare Bermani con la sua solita straordinaria accuratezza e il saggio di Bruno Cartosio, oltre alle immagini, fanno in modo che possiamo ascoltare il disco senza consumarlo, ma facendone ragione di riflessione e di conoscenza oltre che di piacere. I trent'anni trascorsi dal '68 ci fanno vedere in queste canzoni le illusioni, gli errori e i vicoli ciechi: ma Cartosio aiuta a capire (o a ricordare) le ragioni, i progetti, i desideri.

Questo spessore storico e critico deriva anche dal fatto che le registrazioni sono quelle originali, pubblicate dagli storici Dischi del Sole, rimasterizzate ma non rifatte e non riarrangiate per adeguarle sui gusti e consumi di adesso. Questi dischi, dunque, raccontano due storie in una: una storia cantata dell'Italia popolare; e la storia di un'esperienza culturale di sinistra assolutamente unica, quella del Nuovo Canzoniere Italiano, dell'Istituto de Martino, dei Dischi del Sole, che hanno raccolto, composto, inciso, diffuso questa musica e documentato questa storia. Si è trattato di un lavoro collettivo di organizzazione culturale dentro il movimento, di ricerca militante, di produzione indipendente, che è esso stesso parte caratterizzante della storia che racconta - ma che, come mostrano le forze messe in atto per questa serie di dischi, non è finito con essa.

In questa storia, in cui io sono arrivato dopo, c'era anche Carlo Leidi, il "compagno notaio" che oggi ci manca per le ragioni di cui ha scritto giorni fa sul manifesto Valentino Parlato, e per altre ancora. Questo progetto, come tante altre cose importanti, è anche lavoro suo.

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www.media68.com | febbraio 1998