Alcuni ricordi in margine all'epistolario sessantottesco

Adorno - Marcuse che folle trip

di ALBERTO ARBASINO

la Repubblica, 15 maggio 1998

"L' epistolario sessantottesco fra Adorno e Marcuse fa rivivere memorie lontane. Il minuscolo appartamento dove Adorno viveva con la moglie nel quartiere universitario di Francoforte ancora devastato e affumicato dai conflitti fra studenti e polizia.

Quel 1 Maggio deserto, come in una città bombardata. Sarebbe morto "di contestazione" tre mesi dopo, a Zermatt. Ed era chiaramente disperato, dopo gli insulti ricevuti agli esami e in cattedra. Vedeva infangato il prestigio dell'Università tedesca. E riconosceva i metodi violenti dei primi assalti nazisti agli intellettuali: come in quella "Dialettica" che dall'Illuminismo conduce agli Stati totalitari.

Però lo si vedeva anche raggiante, in un trip di vocazione tragica: diventare una figura drammatica ed emblematica - più di Hemingway o Malraux o Sartre - solo con l'esercizio dell'alta saggistica!

"Le mie lezioni sono state interrotte da gruppi ultra che pretendevano di obbligarmi a fare dichiarazioni politiche contingenti e dirette, prendendo posizioni demagogiche. Ma io mi sono rifiutato. Sono attualmente impegnato in un vasto lavoro di estetica, e l'ho interrotto solo provvisoriamente, per qualche breve riflessione su questi rapporti fra Teoria e Praxis"...

Gorgogliava un pochino, se gli si domandava: ma questi attacchi anche con studentesse nude in aula (lo accusavano di "far piedino" e peggio sotto i tavoli) non saranno per caso manifestazioni estreme d'amore deluso?

"Non bisogna neanche sopravvalutare questi ultimi sviluppi nevrastenici, né la loro durata possibile. Ormai si usa buttare la letteratura tutta quanta nella pattumiera, e limitarsi a gridare "Ho-Ho-Ho-Chi-Minh" in coro come se questo risolvesse i problemi culturali del nostro tempo. Però questo non esprime tanto la rivoluzione, quanto piuttosto un'estrema difficoltà culturale, soggettiva, personale, fra le intricate confusioni dell'arte contemporanea.

Infatti questi urli cinesi vengono prevalentemente emessi da agenti dell'arte e della letteratura frustrati dal sistema commerciale in cui sono immischiati e coinvolti. Queste pedine deluse dell'industria culturale non sanno intendere i veri elementi critici dell'arte, perciò invocano Ho Chi Minh per sfogare i propri complessi di colpa, e intanto acquistare notorietà con la pubblicità e non con le opere. Ma io sono estremamente scettico sulla diretta soggezione dell'arte alle istanze politiche: per ragioni proprio politiche, oltre che artistiche e filosofiche".

Adorno si esprimeva così: "La teoria non è affatto lontana dall'arte! E ambedue non devono mai intrattenere connessioni dirette - e meno che meno, tentativi di identità - con la pratica! La teoria, come l'arte, risulterà tanto più stimolante quanto meno si rivolgerà a una Praxis! E io rifiuto enfaticamente ogni censura per cui il pensiero teorico possa esser soggetto a un controllo sulla misura della propria applicabilità e fattibilità pratica!".

Marcuse a Roma, invece. Conferenza al teatro Eliseo con immensa folla studentesca in adorazione del feticcio. Vecchio astuto demagogo, si toglie la giacca con gran gesto esibitivo. Tutti in sollucchero, un vero boato o barrito d'ammirazione: la prima volta che un professore si è tolto la giacca! Ma alla fine (sono volubili, le folle...) un analogo barrito o boato di esecrazione quando invece dell'atteso dibattito un indignato giovane annunciò "il Professore non può rispondere alle domande perché deve recarsi a cena da Luisa Spagnoli!".

Luisa Spagnoli era una deliziosa ragazza intellettuale, scrittrice d'arte e collezionista di pittura "pop". Ma la concitazione dell'annuncio e la deprecazione in sala furono i medesimi di "Compagni, gli sbirri stanno assaltando un pacifico corteo!".

TORNA ALLA RASSEGNA STAMPA 

 

www.media68.com | febbraio 1998