Quasi tutto succedeva nel raggio di un chilometro tra la Sorbona occupata e il teatro

Maggio '68. Un italiano a Parigi Trent'anni dopo dell'Odéon

di BERNARDO VALLI

la Repubblica, 14 maggio 1998

Sul Quai Voltaire quasi deserto, davanti alla Senna e al Louvre, vidi Annette che correva verso Rue des Saints-Pères. Fu un incontro fortunato. Mi disse che lavorava per L'Enragé (L'Arrabbiato). "Come, non lo sai? E' il giornale. Gli altri non contano più". Esagerava ridendo. Mi invitò a seguirla. Più che dalla vecchia amicizia nata in Algeria, la sua cordialità era ispirata dalla mia automobile. Un'automobile assai più preziosa delle migliaia di automobili col serbatoio vuoto accostate ai marciapiedi nella Parigi senza traffico, spogliata di tutti i mezzi di trasporto, pubblici e privati.

Nuda, quindi. In preda a un dramma visibile soltanto sul palcoscenico del Quartiere Latino. Altrove la capitale era avvolta in una calma sconcertante, stupita, come può esserlo una pausa improvvisa, imprevista, che si spalanca per incanto nella vita di tutti i giorni.

Annette aveva sbirciato con avidità i bidoni di benzina accatastati sul sedile posteriore. "Sei matto! Nascondili. E' roba che fa gola". Ero appena arrivato da Bruxelles, la via più rapida per entrare nella Francia paralizzata, senza treni e senza aerei. Dal confine, senza più controlli, al Quai Voltaire, nel cuore di Parigi, non avevo visto un solo distributore aperto. E avevo incrociato qualche decina di automobili. Non di più.

"Sarai il mio autista", decise soddisfatta Annette che abitava a Neuilly, a due ore di marcia. E si diresse verso la Sorbona, come se il brontolio che proveniva dal Quartiere Latino fosse una calamita alla quale non si poteva resistere. In prossimità di Boulevard Saint-Germain affioravano via via le tracce di quelli che Annette chiamava con solennità "les événements".

Era una professionista. Come fotografa era stata in Viet Nam e in Algeria. "Finalmente lavoro in patria, a domicilio e senza rischio, perché qui picchiano ma non uccidono". L'Old Navy fu la prima tappa. Quel caffé tra Saint-Germain-des-Près e l'Odéon era un punto di incontro. Da lì si dominava la situazione. Era l' epicentro.

Nel raggio di neppure un chilometro accadeva (quasi) tutto: c'era la Sorbona occupata e il teatro dell'Odéon in cui chiunque poteva prendere la parola 24 ore su 24, per raccontare i propri guai, esporre le proprie utopie, rievocare i propri sogni tra gli applausi, le risate, i fischi, di un pubblico insonne, immerso in una ininterrotta psicoterapia di gruppo; c'erano le barricate fatte disfatte e rifatte; c'erano le automobili bruciate, le strade disselciate, le vetrine infrante, i cortei degli studenti borghesi al servizio della rivoluzione e i controcortei dei poliziotti, i CRS, sottoproletari al servizio del potere borghese, dei quali nessun Pasolini francese prese mai le difese. Su di loro ricadeva uno slogan infamante ed eccessivo: CRS - SS. Su un muro della Sorbona c'era persino scritto: "Se vedi un CRS ferito, dagli il colpo di grazia".

Molto di quel che accadeva e veniva detto nel Quartiere Latino era eccessivo. Ma non tutto, anzi poco andava preso alla lettera. L' immaginazione (che si diceva fosse "al potere") contava più della realtà. Una battuta ricorreva nei vari slogan: "ras le bol!": la cui traduzione può essere "basta!", o, in una versione più espressiva, "piene le balle!" Tutte le istituzioni erano prese a partito. Quelle pubbliche, ben inteso. Ma anche la famiglia che uno slogan tra i più ripetuti definiva "un inquinamento". Il sesso era dichiarato ovviamente libero. E in definitiva lo rimase. Fu una delle conquiste del Maggio.

Il dialogo tra Jean-Paul Sartre e Daniel Cohn-Bendit, in quei giorni, nella redazione del Nouvel Observateur era rivelatore. Chiedeva il filosofo: "In qualche giorno, senza che sia stato decretato lo sciopero generale, la Francia è stata praticamente paralizzata dall'occupazione delle fab briche o dall'arresto spontaneo di larga parte delle attività. Tutto questo accade perché gli studenti controllano le strade del Quartiere Latino. Che tipo di movimento avete scatenato? Fin dove potete andare?".

Rispondeva il giovane tedesco, capo dell'insurrezione parigina: "All'inizio non avevamo previsto che gli avvenimenti avrebbero assunto queste dimensioni. Adesso l'obiettivo è di rovesciare il regime. Ma non dipende da noi se riusciremo a raggiungerlo o no". Dipendeva infatti dai sindacati e dal Pc che stava dietro il più importante di quei sindacati, la Cgt. E i dirigenti comunisti non avevano alcuna intenzione di cavalcare la rivolta di giovani più anarchici che bolscevichi e più piccoli e medi borghesi che proletari. Era una verità già abbastanza chiara in quei giorni confusi. Ma non tutti riuscivano ancora a leggerla.

In quella stagione facevo la spola tra il Maggio francese e la Primavera di Praga. Erano due opposti universi in cui mi immergevo dimenticando ogni volta quello che avevo appena abbandonato.

All'Old Navy incontrai Goffredo Parise. Mi disse che dormiva in automobile "perché in albergo costava troppo". E mi gettò uno sguardo, che sentii severo, perché stavo all'Hotel Voltaire. Ma il suo non era un rimprovero ideologico. Parise era un curioso, non un militante. Altri italiani erano alla Sorbona. Ma loro non erano venuti a curiosare. "Loro partecipano al mouvement", mi disse Annette arrampicandosi su per le scale, nel labirinto della Sorbona. Era ansiosa di farmi incontrare i miei connazionali. Ma sbattemmo contro una porta chiusa. Uno studente francese disse che era inutile bussare. "Gli italiani non aprono, stanno discutendo". Dodici ore dopo gli italiani discutevano sempre.

Adesso, trent'anni dopo, quando a Saint-Germain-des-Près mi imbatto in una pubblicità riuscita, quando leggo una battuta divertente in una vetrina, una frase furba, geniale, che esalta le qualità di un libro o di un paio di scarpe, o più genericamente il mio sguardo si posa su un'immagine che può anche essere oleografica rispetto a quelle del '68, ad esempio una coppia giovane e sciolta, nell'espressione e nei gesti, su un marciapiede di Boulevard Saint-Germain e di Boulevard Raspail, ritorno con la memoria agli avvenimenti di Maggio, come per riflesso condizionato.

Può sembrare un paradosso accostare i trionfalistici segni del liberismo economico d'oggi agli annunci di allora sulla fine imminente del capitalismo. Ma non lo è poi tanto. Trent'anni fa prevaleva la provocazione, l'effetto dissacrante, che oggi non funzionerebbe più. Quel tono adesso lo si usa anche per pubblicizzare, appunto, un prodotto: un profumo o un film o un Cd.

Quella rivoluzione senza programma si scagliava contro il consumismo ma era come se al tempo stesso ne proponesse un altro, più aggiornato, più spigliato, insomma qualcosa di simile a quello in cui viviamo. Il Maggio fu una grande operazione di svecchiamento dei costumi. In questo senso fu salutare. La borghesia francese ha poi recuperato tutto: come sempre, ha scritto Althusser, nell'introduzione al suo Pour Marx.

Seguendo lo stesso paradossale processo il '68 ha introdotto nelle nostre società un liberalismo culturale che certo non si identificava con le bandiere rosse e nere (dell'anarchia) agitate sulle barricate che noi osservavamo dall'Old Navy. Si è detto poi, e si ripete sino a farne un luogo comune, che i rivoluzionari di Maggio sono diventati abili uomini d'affari della borghesia, che ne aveva bisogno; e, ancora, che i militanti del Maggio ebbero il compito, affidato loro dalle leggi marxiste del capitalismo, di condurre la borghesia verso un mondo nuovo al quale non era ancora preparata. E' un po' come dire che il '68 è stato il preludio all'economia universale del 2000. C'è molto di falso e molto di vero in tutto questo. Ci fu allora una ventata libertar ia ed edonista alimentata da giovani che si richiamavano alla purezza iniziale del marxismo-leninismo o che sognavano di imitare la Cina di Mao. Le parole d'ordine come "E' proibito proibire", o "Godete senza limiti", non c' entravano proprio niente con quei richiami a rivoluzioni tanto severe e tanto poco permissive. Si sventolavano allora tante ideologie: e pochi sapevano che si trattava in realtà di una cerimonia funebre delle ideologie esauste. Fu uno dei riti funebri meno funebri che siano mai stati celebrati: qualcosa di simile a un allegro funerale.

Un funerale, in cui venivano rievocate ed esaltate le ideologie come si rievoca ed esalta il caro estinto. Le ideologie sarebbero defunte del tutto soltanto una ventina d'anni dopo: in questo senso il Maggio '68 fu dunque una profezia azzeccata, espressa in modo stravagante e con molto anticipo.

In quei giorni di primavera i parigini camminavano molto. Mancava la benzina, non c'era il metrò, bisognava fare provviste, ma soprattutto c'era la curiosità. Cosa combinavano quei figli scatenati? Come sarebbe andata a finire? Tra coloro che si aggiravano per la città incuriositi e perplessi c'era anche Italo Calvino, che abitava a Parigi. Calvino era più silenzioso del solito. Gli avvenimenti del Quartiere Latino non lo entusiasmavano. E' il minimo che si possa dire.

Proprio in quei giorni cominciò a occuparsi di un'altra utopia, quasi in polemica con quella urlata sui boulevards. Si dedicò a Fourier, il quale pensava che per raggiungere l'armonia bisognasse restituire gli istinti al loro movimento naturale: così sarebbe nata una società basata sull'attrazione delle passioni e non più sulle nozioni di dovere e di costrizione. Preparando le opere del filosofo (1772-1837) per Einaudi, proprio in quel maggio, Calvino sosteneva in fondo che il Falansterio di Fourier era una vera utopia. Non quella del Quartiere Latino.

Da "Lipp", in un giorno meno agitato del solito, incontrai Romain Gary. Mi chiese con sarcasmo se ero venuto ad assistere alla "rivoluzione". E lui, replicai, come chiamava quel che stava accadendo sui boulevard della Riva Sinistra? Rispose con una parola usata dal generale de Gaulle: "Chienlit". Che vuol dire confusione, casino, in gergo militare.

Gary era un gollista, alternava il suo lavoro di romanziere a quello di diplomatico. De Gaulle l'aveva mandato in missione alla Casa Bianca, da John Kennedy, insieme alla moglie, Jean Seberg, la più parigina delle attrici americane. Gary era un fedelissimo di André Malraux, allora ministro della cultura. Pochi giorni dopo avrebbero marciato insieme, in testa alla manifestazione gollista sulla Riva Destra, sugli Champs-Elysées. E sarebbe stata una controrivoluzione vittoriosa.

I ("suoi amici") maoisti parigini, mi diceva Gary, annunciano con enfasi il suicidio di un cinese gettatosi dal ventesimo piano perché così possono dire che a Pechino ci sono dei grattacieli. Non aveva del tutto torto. La fantasia in quei giorni galoppava. Soltanto le immagini davano un po' di credito alle parole. Ma non era quella l'estetica che piaceva a Gary. Otto anni dopo, quando si suicidò, sparandosi un colpo di pistola, perché la vita a più di sessant' anni non gli serviva più, mi ricordai della sua ironia, durante la colazione da "Lipp".

E' da un pezzo che Saint-Germain-des-Près non è più Saint- Germain-des-Près: è da tempo che non è più quel che era trent'anni fa. I quartieri di Parigi cambiano natura. Quel che era Saint-Germain-des-Près nel '68 lo si trova, in parte, adesso, a Belleville, o a Barbès, dove molti giovani preferiscono vivere, e dove i turisti non vanno ancora. Chi si siede oggi sulla terrazza del Café Flore o dei Deux Magots vede le vetrine di Armani, di Cartier e di Vuitton. Quelli della generazione del '68 possono anche scandalizzarsi. Ma in realtà la vecchia ribalta si è adeguata ai tempi. Al Flore si incontra persino qualche "nuovo filosofo", ex sessantottino, che ha anticipato, sul suo terreno, l' evoluzione che ha condotto Armani, Cartier, Vuitton eccetera a Saint-Germain.

Non so che fine abbia fatto Annette. La vedo ancora il giorno in cui si tolse e gettò con rabbia le scarpe con i tacchi alti che le facevano perdere l' equilibrio sui ciottoli divelti. Restò scalza. Ma continuò imperterrita ad avanzare sul boulevard con la macchina fotografica spianata. Trovò subito chi le prestò calzature adatte al selciato tormentato. Erano momenti eccitanti. Sembrava vicina una svolta. Si era nelle ultime ore di Maggio, il 29, e avevamo appena saputo che de Gaulle era scomparso.

Fu un brevissimo giallo carico di suspense, che si concluse nel modo allora più imprevisto, ma nel modo più prevedibile con il senno di poi. Il presidente della Repubblica, preso dal panico, se l'era svignata. L' eroe della Francia Libera era diventato un padre, un nonno, non più tollerato dai giovani, si era offeso e aveva abbandonato l'Eliseo, per una destinazione ignota. Ferito dagli insulti, se n'era andato. Dieci anni dopo il maggio '58, in cui era ritornato al potere, portato dalla rivolta dei militari d'Algeria, non si sentiva più desiderato. Nelle strade i giovani gridavano "A morte de Gaulle". Senza credere troppo a quel che dicevano. Ma lui non lo sapeva.

Quel giorno, in una casa di Montmartre, una famiglia di industriali mi offrì una delle ultime immagini del Maggio borghese. Erano tutti euforici: la padrona di casa, la figlia, la cameriera. Il solo imbronciato, ma vergognoso di esserlo, era il marito e padre, che aveva la fabbrica occupata, e non riteneva rassicurante il vuoto di potere lasciato da de Gaulle. Mentre serviva a tavola la cameriera contestò alla padrona il diritto di andare alla manifestazione del pomeriggio, al Quartiere Latino. "E' il mio turno", disse.

E si accese una discussione, in cui entrò anche la figlia schierandosi contro la madre. La quale finì con l'arrendersi. Lei sarebbe rimasta a Montmartre e avrebbe fatto le provviste per il fine settimana. La figlia e la cameriera l'avrebbero rappresentata sui boulevards. L'ironia non aveva abbandonato la Parigi borghese.

La sera, in quello stesso giorno, verso mezzanotte, raggiungevo l'automobile parcheggiata in una strada adiacente all' Eliseo. Quella parte della città, a ridosso degli Champs-Elysées, era deserta a quell' ora. Io ascoltavo le notizie dalla radio incollata all' orecchio. Mi imbattei in due gendarmi di ronda sotto le mura della dimora presidenziale. Uno mi chiese: "Qualcosa di nuovo?" Risposi secco: "Mendès". I due sembrarono soddisfatti. Si allontanarono dicendo: "Pas mal".

Pierre Mendès-France era il pronosticato nuovo primo ministro, dopo la scomparsa di de Gaulle. Un primo ministro di sinistra al posto di Georges Pompidou, il cui governo di destra era dato per spacciato. La fuga del capo dello Stato non era il segno che il regime stava per crollare? I guardiani del palazzo disertato da de Gaulle avevano già voltato pagina: ed erano rassicurati dalla scelta di Mendès, uomo saggio, ragionevole, rispettato.

Quella sera andai a letto convinto che il giorno dopo avrei dovuto fare la cronaca di una giornata storica. In effetti lo fu. Ma nel senso opposto a quel che pensavo. De Gaulle era stato a Baden Baden, in Germania, a trovare il generale Massu, comandante delle truppe francesi al di là del Reno, e aveva superato lo scoramento.

Il colloquio con Massu gli aveva rimontato il morale. Il vecchio generale si era ripreso. Quella stessa sera disse ai francesi: "Sono qui e ci resto". La grande controffensiva gollista, su cui contavano Malraux e il suo amico Gary, avvenne sugli Champs-Elysées alle sei del 30 maggio.

Fu la riscossa della maggioranza non più sil enziosa. I distributori di benzina furono riaperti e i francesi ritornarono al volante delle loro automobili e si riversarono sulle autostrade, e sommersero il Quartiere Latino. Annette non ebbe più bisogno di un autista e penso sia ritornata in Viet Nam. De Gaulle sciolse il Parlamento e stravinse le elezioni. Ma l'anno successivo lasciò il potere.

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www.media68.com | febbraio 1998