Un convegno a Roma con Agnes Heller, Claus Offe, Alessandro Pizzorno e altri

Sessantotto, un sogno al capolinea

di SUSANNA NIRENSTEIN

la Repubblica, 7 maggio 1998


ROMA
Qualcosa da salvare c'è. O almeno così sembra. Chiamati a dare la loro interpretazione del Sessantotto e del suo ben noto movimento davanti a una densa platea dove prevalgono i cinquantacinquenni ma non solo, alcuni importanti intellettuali uropei - sociologi, filosofi - vogliono dare un senso in gran parte positivo a quell'anno esplosivo e disordinato.

Sessantotto preludio del post-moderno, padre di un nuovo stile di vita non utopico ma possibile, processo indispensabile anche se contraddittorio di liberazione, dice Agnes Heller, la filosofa ungherese che insegna a New York e parla veloce come una mitragliatrice automatica e guarda, piccola, dai suoi grandi occhiali. Sessantotto capace di rompere dicotomie oppressive che se ne sarebbero forse andate da sole, col tempo, ma che dopo quei mesi sono diventate, secondo il sociologo tedesco Claus Offe, professore a Berlino, improponibili: morale e politica, scienza e politica, studenti e professori, genitori e figli, uomini e donne, da quel momento dovranno fare i conti.

Anche Alessandro Pizzorno, il sociologo che ha insegnato ad Harvard e ora è all'Istituto europeo di Fiesole, seppure più perplesso, chiama il risultato del movimento una vera rivoluzione culturale, che stravolse ineluttabilmente le regole dominanti.

Strano, ma nella Sala del Palazzo delle Esposizioni di Roma, accanto a una mostra di immagini e suoni e a un Cd-Rom prodotto in collaborazione con Le Monde e la Manifesto Libri sempre su quel fatidico anno, si mette da parte, o quasi, il dopo-Sessantotto, l' ideologia, la violenza. Un'operazione legittima? Difficile rispondere. Ma forse è proprio questo a permettere un'analisi più neutra, meno sentimentale di cosa siano stati quei mesi.

Torniamo alla Heller. Se ripercorre la fine, veloce, delle speranze in un mondo senza gerarchie, di fratellanza, la piccola Agnes è sicura che la maggior parte dei protagonisti di allora non siano rimasti sepolti dalla nostalgia, ma compongano la classe dirigente di oggi e abbiano anzi introdotto delle modalità diverse del fare, autori di una modernizzazione e non di una rivoluzione. Autori del proprio presente, di tanti piccoli o grandi spezzoni di presente, e non di una proiezione razionalista nel futuro: preconizzatori del postmoderno. Una visione che viene appunto dalla nuova sinistra, come tutti ricordano, dell'ora e subito, degli happening, per strada magari. Tolleranza non ce n'era, è vero, ma tutto coesisteva, e "dunque c'era pluralismo". Nulla di negativo per Heller? Sembra impossibile. E infatti non è così.

Ma c'è quella "de- civilizzazione" presente nel '68 che a lei piace molto: de-civilizzazione che vuol dire processo di liberazione, liberazione del corpo. E anche se questo ha portato a nuovi diktat - l'ossessione del sesso per dirne una - ha cambiato molte cose: è finita la discriminazione tra generi. Agnes Heller non sa quello che succederà, la storia è un pendolo, dice, tutto può tornare, anche l'impensabile, anche il totalitarismo, anche un'altra stagione di libertà.

E' una discussione franca quella del Palazzo delle Esposizioni. Claus Offe si chiede cosa sarebbe avvenuto se il Sessantotto non fosse mai arrivato. Crede che le immagini tv avrebbero comunque fermato gli Usa nel Vietnam, che la guerra fredda sarebbe comunque finita, che le donne e la pillola avrebbero comunque cambiato le famiglie: ogni sfida era già presente, ma il Sessantotto pose le domande giuste, anzi le impose, in fretta, e spettacolarmente, anche se poi non dette risposte, si rifugiò in armamentari obsoleti, distrusse e non costruì.

Distruzione. Dispiace lasciar poco spazio alle parole di Pizzorno, a cui poi sono seguite nel pomeriggio quelle di Michel Wieviorka e tanti interventi del pubblico. Ha ricordi folgoranti di giovani colorati: ci dice chi erano i loro avversari riconosciuti, i gatekeepers, ovvero coloro che controllavano il passaggio dei sistemi di socializzazione, i padri, i professori, i capi religiosi. Ma soprattutto mostra quanto il '68 mise in questione il concetto di delega e dunque di democrazia: un "guaio" che gli procurò l'inimicizia da parte di tutti i partiti. E finisce con un ricordo amaro: il figlio che torna da un corteo. Gli racconta che il servizio d' ordine ha picchiato un motociclista: uno che voleva solo attraversare la manifestazione. E' la fine, disse Pizzorno, ed era davvero così.

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www.media68.com | febbraio 1998