ANTEPRIMA. Un libro ricostruisce il decennio che sconvolse l'Italia: Pinelli e Calabresi, le stragi nere e le Br, le femministe e gli indiani metropolitani

Quel convegno di Lotta continua sulle note di «L'ora del fucile»

di GIAMPIERO MUGHINI

il Corriere della Sera, 5 febbraio 1998, pag. 31

Pubblichiamo un brano dal libro «Il grande disordine» di Giampiero Mughini, che uscirà martedì 10 febbraio (pagg. 329, lire 30.000, Mondadori), dedicato al decennio seguito al '68.

Lo credettero in tanti, in tantissimi, che non era più il tempo delle chiacchiere, che era venuto il tempo di fare e agire. E mentre ogni angolo della società italiana era in subbuglio, e mentre si infiammavano le mille ragioni del nostro scontento di stare al mondo, e mentre la lima dell'inflazione a due cifre aveva preso a segare i nervi dei ceti economicamente più deboli, e non c'era occupazione di case o conflitto sindacale che non si esasperasse in un vortice di atti rabbiosi, l'idea di passare all'azione violenta divenne una pulsione incontrollabile, un'ebbrezza del fare e del fare a quel modo. Bisognava agire, colpire, sparare.

L'ora del fucile è il titolo di una delle canzoni firmate dal Canzoniere del proletariato e che fanno da fondale sonoro del primo convegno nazionale di Lotta Continua, quello che si svolse a Torino, nel luglio del 1970. Tenero e spaccamondo, un foggiano che aveva trovato la sua materia poetica e il suo destino nella Bologna del Settantasette, Andrea Pazienza, diede come titolo Armi a una delle sue storie d'esordio, quelle dove metteva a fumetti gli spasmi della sua generazione.

Già la foto di copertina parlava chiaro in un famoso libro del 1971, ...ma l'amor mio non muore, che aveva curato Gianni-Emilio Simonetti e che è stato recentemente ripubblicato dall'editore Castelvecchi. In quattro o cinque, addobbati come per una battaglia e muniti di spranghe, davano addosso a un poliziotto che stava cadendo ginocchioni. E c'era, in quell'immagine, come un'ebbrezza, come una felicità finalmente conquistata. E tanto più che ...ma l'amor mio non muore non era il libro di un «leninista» o di un apologeta di guerriglie sudamericane, e bensì il libro di un «creativo», un libro che si voleva gioioso e giocoso la sua parte, impastato nelle beffe e nei paradossi. E come in un gioco, a pagina 55, vi si raccomandava una lettura che sarebbe stata utilissima, quanto di più istruttivo, e cioè la lettura de La tecnologia delle armi da fuoco leggere, un manuale edito da Hoepli. Che gioco, che ebbrezza, che paradosso, sapere quel che puoi cavare da un'arma di cui premi il grilletto e con cui uccidi.

Quell'ebbrezza la vidi in atto, un giorno non ricordo più se del marzo o dei primi di aprile del 1971. Ero stato, un paio di mesi prima, fra i fondatori del quotidiano «il manifesto», il giornale che avrebbe debuttato in edicola il 28 aprile di quello stesso anno, e da cui mi sarei dimesso pochi giorni dopo. Nei mesi preparatori avevamo cominciato a saggiare dei «numeri zero», ed era per uno di questi numeri che la direzione del giornale mi aveva inviato a Firenze, dove avrebbero proiettato un film-documentario sul Vietnam in guerra del famoso regista olandese Joris Ivens.

Il vecchio Ivens aveva l'aria di essere una bravissima persona, ma un po' anche un fesso di sinistra, e difatti numerosi in quegli anni furono i polpettoni da lui girati a celebrare i comunismi reali di ogni dove. Il film proiettato a Firenze era modesto e retorico la sua parte, e comunque vi era precisa l'indicazione che i vietnamiti non si divertivano affatto a usare le maniere forti, che volevano «liberare» la loro terra, questo sì, ma che erano uomini di pace e che amavano la pace.

A conclusione del film, nella grande aula dell'università cominciò il dibattito. Prese la parola il critico cinematografico dell'«Unità», Aggeo Savioli, uno che assieme al fratello Arminio era stato un gappista comunista nella Roma occupata dai nazi, e dunque sapeva di prima mano che cosa sono le maniere forti e quel che comporta l'usarle. Savioli fece un intervento in cui sottolineava l'aspetto che ho detto del film di Ivens, il fatto che i vietnamiti non avessero alcuna voluttà nell'usare le armi, che la loro era una speranza di pace. Questo giudizio inferocì un gruppetto di imberbi militanti fiorentini di Potere operaio, ragazzi e ragazze seduti una o due file innanzi a me. Il fatto che l'esaltazione dell'uso delle armi non fosse totale e indefessa, a loro dava il voltastomaco. Cominciarono a vociferare contro Savioli e insultarlo.

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www.media68.com | febbraio 1998