WIEVIORKA

Tra soggetti e conflitti in movimento

di IAIA VANTAGGIATO

il manifesto, 7 maggio 1998, pag. 23

Non si può ragionare di movimenti sociali come se si trattasse di una categoria metastorica, né se ne può discutere a prescindere dal preciso contesto in cui, di volta in volta, si collocano e che - ogni volta - ne modifica il senso. Rischieremmo, altrimenti, di aspettarceli là dove non possono più apparire o, viceversa, di ignorarli quando appaiono in forme inedite e luoghi ancora poco praticati. Delle trasformazioni subìte dai movimenti sociali, dei nuovi possibili spazi che per essi si aprono, abbiamo parlato con Michel Wieviorka, direttore dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, tra i relatori del convegno "1968 nella storia e nella cultura europea".

Nell'agire collettivo dei movimenti sociali, lei ha individuato "un'azione controffensiva che si basa sulla capacità di elaborare un progetto e di promuovere un principio positivo e un'azione difensiva che parla a nome dei più svantaggiati". Quale delle due, oggi, è predominante?

Siamo senz'altro in una situazione in cui gli attori si trovano in posizione difensiva: molti si sentono minacciati e per loro è difficile elaborare progetti per l'avvenire: in pochi sono capaci di costruire utopie e proiezioni verso il futuro.

Sono dunque l'esclusione e il conflitto parziale a guidare, oggi, la formazione di un movimento sociale più che l'idea di "società perfetta" legata alle "grandi narrazioni" del passato?

Non si tratta necessariamente di una discontinuità rispetto al passato. Nella storia dei movimenti sociali, gli attori in possesso di un principio positivo da far valere erano soprattutto quelli socialmente ben collocati, per esempio gli operai qualificati.

Le azioni collettive dei movimenti sociali si vanno sempre più rivolgendo all'affermazione dei diritti del Soggetto e della sua libertà, rifiutando qualsiasi subalternità alle strategie politiche tradizionali: le stesse alle quali alcuni dei movimenti sociali degli anni '70 si erano subordinati. Ritiene, come Alain Touraine, che sia stata questa la causa dei loro fallimenti?

Oggi i movimenti sociali sono più sensibili all'affermazione individuale del soggetto. Tuttavia, è proprio a partire dalle lotte degli anni '60 che si parla di soggetto, desiderio, emancipazione, liberazione. Termini, certo, che allora si collocavano anche all'interno di un discorso politico. Più si avanza verso la fine degli anni '60, più il discorso politico schiaccia il soggetto: è quanto è successo col gauchismo agli inizi dei '70. Poi il soggetto si vendica attraverso il "discorso femminista", che provocherà l'esplosione dei gruppi extraparlamentari. Il discorso politico appare, allora, sempre più artificiale. Si può persino dire che la lotta armata sia cominciata, in Italia, come uno sforzo disperato per far convivere il discorso politico e di classe con la considerazione del soggetto. Autonomia e desiderio sono temi che la lotta armata ha fatto propri. Oggi che il tema del soggetto resta staccato dal politico, finisce per diventare puro individualismo.

Con questo movimento di sottrazione spiega, dunque, la forza del movimento delle donne rispetto ad altri?

In Italia più che in Francia, la forza del femminismo è stata quella di rompere col gauchismo politico. Poi il movimento si è sviluppato in tensione tra logica della differenza e logica dell'eguaglianza. L'evoluzione, però, vede il polo differenzialista rinchiudersi in se stesso mentre quello egualitario - all'inizio più attento ai temi del sociale - si limita, almeno in Francia, a dibattere questioni di mera contabilità: quante donne in parlamento, quante nei partiti. Lo stesso vale per il movimento degli omosessuali che, come sulla questione del matrimonio, esplora temi istituzionali.

Alain Touraine suggerisce di considerare "la lotta contro il predominio del mercato e delle tecnologie e contro i poteri comunitari autoritari", l'obiettivo conflittuale delle società moderne. E' d'accordo?

In effetti, è importante comprendere il modo in cui si forma il soggetto collettivo sia di fronte a una comunità che tende a chiudersi sia in presenza di un potere di matrice liberista. Da questo punto di vista, la società italiana e quella francese sono minacciate da due pericoli: quello del neoliberismo economico, che interviene sui mercati e non si pone la questione delle ineguaglianze sociali, dell'esclusione e della precarietà. E quello del comunitarismo. Ogni comunità forte impedisce al soggetto di costituirsi, quanto più essa è ripiegata su se stessa tanto più è portata a escludere le altre e a farsi violenta. Della critica al neoliberismo si fa spesso portavoce una comunità che, in tal modo, si oppone all'integrazione europea in nome di un'identità locale.

Non ritiene che una delle caratteristiche più proprie dei movimenti sociali del passato - la critica delle modalità d'uso delle risorse e dei modelli culturali - rischi di essere cancellata dalla globalizzazione?

La globalizzazione dell'economia non impedisce la formazione di attori sociali e culturali. Viceversa, produce frammentazioni sociali che possono anche prolungarsi in lotte sociali e frammentazioni culturali dalle quali possono emergere nuove identità culturali dalle quali è necessario partire per la costruzione di uno spazio pubblico.

Non verrebbe, così, incrinata un'altra peculiarità dei movimenti del passato, la volontà di modificare i rapporti di dominio, di rovesciare la dialettica "servo-padrone"; e non si affermerebbe, al contrario, una sempre più lacerante separazione tra l'"economico" e il "culturale"?

Anche negli anni '60, la natura dei movimenti sociali era estremamente eterogenea: dalle lotte operaie, il cui contesto era nazionale, ai movimenti culturali come quello delle donne, degli omosessuali, degli studenti. Anche per questi ultimi, socialmente poco determinati, l'essenziale si giocava all'interno di ogni nazione, sebbene avessero l'impressione di appartenere a un contesto planetario. E' nel corso dei '70-'80 che si assiste alla destrutturazione di quel quadro nazionale garante dell'integrazione delle lotte culturali, politiche e sociali.

Nella separazione di obiettivi eminentemente culturali dal progetto politico, non si adombra il pericolo di una deriva moralistica?

Questa è un'immagine ristretta delle lotte culturali, sociali e politiche e del loro legame. E' necessario considerare il reale sviluppo delle lotte a partire dagli anni '70. In Francia, per esempio, i movimenti sociali in senso stretto cercano di mantenere il vecchio sistema. Alcuni dipendenti pubblici lottano perché non sia modificato il regime della sicurezza sociale, difendendo insieme a interessi rispettabili anche un modello in fase di trasformazione. Esistono, d'altronde, movimenti soltanto culturali; altri che al culturale combinano il sociale e altri ancora capaci di inglobare nelle loro azioni anche il politico. Ciò accade quando gli attori affermano di voler essere rispettati come cittadini, quando rivendicano il riconoscimento della loro specificità culturale e religiosa e quando rifiutano l'esclusione sociale, e il ruolo di vittime della discriminazione occupazionale.

Il movimento operaio è stato definito il movimento sociale per eccellenza. Nel passaggio a una società postfordista, qual è il posto del "lavoro" all'interno dei conflitti?

La questione - se cioé possano costituirsi movimenti sociali in mancanza di un riferimento al lavoro - resta aperta. Ma sono categorico nel dire che il movimento operaio classico può essere ancora il "sale della terra". Ci vuole comunque prudenza nell'individuare gli attori che annunciano il movimento sociale di domani. In molte lotte è possibile scorgere la formazione di nuovi movimenti.

E le "banlieues"?

Le banlieues sono una forma di "premovimento" sociale sovente prodotto da fenomeni di decomposizione urbana; si tratta di condotte che hanno a che fare con la fine della società industriale.

In "Lo spazio del razzismo", scriveva che quanto più ridotti sono i conflitti sociali tanto più ampio è lo spazio del razzismo. E' ancora così?

Sono più pessimista. Agli inizi dei '90, da un lato si indeboliva il movimento operaio e, dall'altro, nessun nuovo movimento sociale si costituiva. Così lo spazio del razzismo si ampliava. Il razzismo odierno si è costruito, invece, sul declino dei movimenti sociali. E' la malattia senile di una società che si decompone. La società nuova dovrebbe consentire agli attori culturali di crescere per evitare che confliggano tra loro. E per scongiurare il pericolo di confermarsi in una identità naturalizzata e vissuta in termini di razza: solo così il razzismo non si trasformerebbe nella malattia infantile dei movimenti sociali.

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www.media68.com | febbraio 1998