L'onda della rivolta
di BENEDETTO VECCHI
il manifesto, 7 maggio 1998, pag. 22
Si è svolto ieri a Roma un convegno sul Sessantotto. Molte le interpretazioni, anche tra
loro confliggenti. Tutti d'accordo però sul suo carattere di innovazione nel costume e nei comportamenti sociali. La sua eredità è il tema delle interviste a Claus Offe e Michel Wieviorka
Il Sessantotto questo sconosciuto. Certo, l'anniversario ha portato con sé il solito diluvio di
rievocazioni, ricordi, abiure, al punto da trasformarlo in un evento mediatico. E tuttavia, dopo il
diluvio di immagini e parole, comprese quelle che seguono, di certo c'è solo una cosa: a trenta anni di
distanza sono molte le interpretazioni di quel movimento che ebbe una diffusione mondiale; e quasi
tutte conflittuali tra loro. Non è il caso di affrontare il punto di vista dei detrattori, che, come ha
titolato recentemente Il Corriere della Sera, sono convinti che "è un anno da dimenticare". Ma non
si può negare che tra chi ha analizzato criticamente quel movimento, da Alain Touraine a Immanuel
Wallerstein, diverse sono le accentuazioni e le spiegazioni della sua diffusione tanto nell'Ovest
capitalistico, quanto nell'Est glaciale del socialismo reale, per non parlare dei suoi echi in America
Latina e in Asia. E se tuttavia Touraine lo saluta come il primo movimento sociale di una società
post-industriale, Wallerstein lo considera invece la prima manifestazione di un antisystemic
movement.
L'unico comun denominatore che unisce le diverse interpretazioni è il richiamo al carattere innovativo
del Sessantotto. Innovazione in primo luogo nel costume, nei comportamenti sociali e nelle politiche,
quando c'è stata risposta politica alle domande di trasformazione che poneva. E questo è stato il
minimo comun denominatore anche negli interventi che si sono succeduti al convegno che si è svolto
ieri al Palazzo delle esposizioni di Roma.
Organizzata dalla "manifestolibri", dal Comune di Roma, dal consorzio "Media 68" in collaborazione
con il Goethe Institut e l'Ambasciata di Francia, l'iniziativa ha visto gli interventi di Agnes Heller,
Claus Offe, Alessandro Pizzorno, Michel Wieviorka. E di Sessantotto, ma anche di altro, abbiamo
discusso con Claus Offe, il sociologo conosciuto in Italia per il suo Stato nel capitalismo maturo,
per gli studi su Ingovernabilità e mutamento delle democrazia e per il recente Economia senza
mercato.
Il Sessantotto è stato spesso interpretato come un movimento sociale che ha accellerato la
modernizzazione dei paesi occidentali. Dal canto suo invece Immanuel Wallerstein ha spesso
affermato che il Sessantotto è stato il primo movimento antisistema a diffusione mondiale?
Il Sessanto nasce e si sviluppa principalmente nei paesi del capitalismo maturo, sovvertendone
l'ordine simbolico attraverso una critica radicale delle dicotomie e delle coppie analitiche che
avevano fino ad allora caratterizzato l'ordine sociale, sia quando definivano i rapporti tra i sessi, ma
anche, è il caso degli Stati uniti, i rapporti tra le razze. Ma investe - nel caso della contestazione
dell'intervento americano nel Vietnam, che irrompe nelle case attraverso le immagini della televisione
-, anche le tradizionali distinzioni tra la politica estera e quella interna. Una critica radicale che ha
coinvolto anche la borghese separazione tra sfera privata e sfera pubblica, basti pensare al fortunato
slogan il "privato è politico"; oppure, quando la critica ha investito la pretesa neutralità della scienza,
ha scosso alle fondamenta anche la relazione asimmetrica di potere tra insegnante e alunno.
In altra parole, con il Sessantotto è il concetto stesso di modernizzazione che viene coinvolto.
Ciononostante, la domanda da porsi è se, paradossalmente, il Sessantotto non abbia espresso la
crisi della modernità, cioè la crisi dei meccanismi di socializzazione nelle società capitalistiche. Per
queste ragioni definire il Sessantotto come un movimento antisistema è troppo: in primo luogo perché
non prefigurava un'alternativa all'ordine esistente. Inoltre, bisogna considerare anche la composizione
sociale dei movimenti studenteschi, caratterizzati da giovani provenienti dai settori benestanti della
società. Chi frequentava l'Università non aveva dubbi sul fatto che la laurea garantiva un buon lavoro
e un futuro di benessere. Infine, va considerata la cornice nazionale in cui si sviluppano i movimenti
studenteschi.
In Germania era forte la discussione sull'irrisolto passato nazista del paese e sul pericolo di un ritorno
a forme autoritarie di governo, pericolo rappresentato dalla legislazione d'emergenza varata dalla
"grande coalizione" tra il partito socialdemocratico e la la Cdu che impediva la crescita di una
opposizione politica e, in nome delle alleanze internazionali, la stessa critica della guerra americana in
Vietnam. Tutto questo spingeva il movimento studentesco a criticare il ruolo autoritario dello Stato
nel regolare i conflitti sociali.
Lei ha spesso parlato, riferendosi alle società del capitalismo maturo dei primi anni Settanta, di due
fenomeni intimamente intrecciati. Da una parte l'insorgenza di conflitti sociali incentrati sul welfare
state, dall'altra la crisi fiscale dello stato e la crisi di legittimazione del sistema politico. Sono quindi gli
anni, per usare un'espressione anche da lei usata, dei movimenti incentrati sul valore d'uso che si
sottraggono alle regole dell'accumulazione capitalista. Tutto ciò è conseguenza del Sessantotto?
Nei primi anni Settanta in Germania ci sono sei partiti comunisti, mentre fioriscono decine e decine di
gruppi e organizzazioni anarchiche, maoiste, trotschiste. Comunque, sono le elezioni del 1969 e la
vittoria della socialdemocrazia che danno il colpo di grazia al movimento studentesco. Gli attivisti e i
militanti si disperdono in mille iniziative. La coseguenza di questa dispersione è la crescita di un un
forte movimento antiautoritario nell'educazione, dagli asili nido alle scuole superiori. Ma sono anche
gli anni in cui comincia a manifestarsi l'opposizione alla costruzione di centrali nucleari, autostrade o,
come nel caso di Francoforte, del nuovo aereoporto. Sono iniziative politiche molto importanti
perché incentrate su temi che riguardano la qualità della vita della comunità locale. E che da lì a pochi
anni aiuteranno la nascita di una nuova formazione politica, il partito dei Verdi, forse l'unico erede di
quella stagione di conflitti.
Di questi movimenti basati su problemi legati alla comunità locale mi interessava la critica che
esercitavano all'economia di mercato. Per il presente, invece, il problema maggiore della sinistra
politica è di trovare un equilibrio tra mercato, società e intervento statale senza che prevalga nessuno
dei tre aspetti. E tuttavia va sottolineata la diminuita capacità da parte dello stato di regolare
l'economia capitalista. Questo è dovuto certamente alla dimensione mondiale della produzione
capitalista, ma il mercato si impone sempre più come un insieme di regole oggettive da cui è
impossibile prescindere. Con L'Unione Europea forse assisteremo a una regolazione da parte di
organismi sovranazionali, ma per il momento il nodo da sciogliere è come trovare un equilibrio tra
mercato, società e intervento dello stato-nazione, senza che nessuno degli aspetti prevalga sugli altri.
In un suo recente libro lei ha affrontato il tema dell'"economia senza mercato" che coinvolge
prevalentemente i disoccupati o chi vuol sottrarsi al lavoro salariato....
Con la rivoluzione tecnologica la produzione capitalista ha bisogno di meno lavoro. I problemi sul
tavolo da risolvere sono: capire come possono acquisire reddito e come spendono il loro tempo
quelli che sono fuori dal mercato del lavoro. Due domande drammatiche che coinvolgono il destino e
la vita di molti uomini e di molte donne. Per questo, credo che vada incentivata l'autorganizzazione di
attività produttive da parte della forza-lavoro non occupata basate su forme di lavoro non salariate,
come il lavoro autonomo o quello in cooperativa. Ma va altresì favorita anche l'organizzazioni di
autonome attività basate sulla solidarietà, la reciprocità e l'assistenza.
Questo settore autorganizzato, che già esiste in forme diverse in quasi tutte le economie
capitalistiche, sfugge alle regole dell'economia di mercato e alla monetarizzazione dei servizi sociali.
Per il momento sono attività basate sul lavoro dequalificato, ma non è detto che in futuro non
possano coinvolgere anche mansioni ad alta qualificazione. Non so però dire come si possa
organizzare una robusta economia solidale, ma bisogna riconoscere che uno degli aspetti delle attuali
società capitaliste è proprio la crescita di una economia solidale.
L'attuale modello capitalistico non garantisce la piena occupazione. Come si è sviluppata in
Germania la discussione sul reddito di cittadinanza e sulla riduzione dell'orario di lavoro?
Quello che accade in Germania non è molto diverso da quello che accade negli altri paesi europei.
Non sempre la forza-lavoro guarda con favore all'eventualità di una riduzione dell'orario di lavoro
accompagnata da una riduzione del salario. Questo vale per chi è occupato stabilmente. Diverso è il
caso di chi è disoccupato o di chi svolge lavori saltuari. L'attuale produzione capitalista è flessibile,
anche nei confronti della forza-lavoro di cui ha bisogno. Inoltre, chi conclude gli studi superiori o
l'università spesso deve attendere anni prima di entrare nel mercato del lavoro. Per questo sostengo
che deve essere garantito a tutti un reddito per dieci anni dal conseguimento della maggiore età.
Durante questo periodo si possono frequentare corsi di specilizzazione, viaggiare, imparare altre
lingue, senza nessun vincolo o prescrizione. Ovviamente è una misura che mira a combattere
l'esclusione sociale, anche se non è risolutiva del problema visto che le moderne società capitalistiche
sono società che hanno sempre bisogno di meno lavoro, ma nelle quali la partecipazione al mercato
del lavoro è la misura dell'inclusione. L'esclusione si può combattere partecipando alle attività di un
club o di una associazione di mutuo impegno, ma tutto resterebbe vano se non si disponesse di
reddito. Va altresì specificato che il reddito di cittadinanza non può essere erogato alle famiglie, ma a
singoli/e. Non so dire quali possano essere le misure fiscali per finanziare il reddito di cittadinanza,
ma il reddito di cittadinanza è il primo passo per affrontare il problema della disoccupazione in una
società dove il pieno impiego è solo un bel ricordo.
www.media68.com | febbraio 1998
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'68, letture incrociate di un terremoto mondiale
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