Francia e Italia divise dal SESSANTOTTO
di STEFANO CINGOLANI
Con questo dialogo paradossale, registrato da un solerte funzionario di polizia, comincia la contestazione studentesca che, in un crescendo impressionante, porterà al «maggio '68». Un movimento esso stesso pieno di paradossi: «La falsa rivoluzione che ha cambiato tutto», titola in copertina «Le Nouvel Observateur». In Francia, infatti, quella rottura generazionale è servita per rigenerare il sistema che sognava di abbattere; in Italia, al contrario, ha innescato una paludosa agonia politica e un vero collasso economico. Perché? La domanda torna d'attualità in questa primavera di celebrazioni (qui sono usciti ben 45 libri).
Daniel Cohn-Bendit ha oggi una risposta che affonda nella storia: «Il terrorismo è attecchito nei Paesi che hanno conosciuto il fascismo: l'Italia, appunto, la Germania e il Giappone», cioè dove le radici democratiche sono meno solide e la classe dirigente ha faticato di più a trovare una nuova legittimazione. A trent'anni di distanza, dunque, è meglio ragionare sulla «risposta del capitale» che non su una mitologia rivoluzionaria apparsa ben presto caduca. «Per noi la Cina maoista, il Vietnam, Cuba erano dei meri simboli da gettare in faccia al potere; il socialismo, l'anti-imperialismo, l'anarchia, ideologie di ricambio, risposte anti-autoritarie, non modelli per l'Occidente», insiste ancora Cohn-Bendit, i capelli rossicci che si diradano, il volto appesantito d'eterno ragazzo, gli occhi che scattano febbrili ancora divorati dall'ansia di cogliere tutto.
Laurent Joffrin, ex sessantottino, direttore del quotidiano di sinistra «Libération», è convinto che i giovani ribelli del maggio «non volevano rovesciare, ma democratizzare il sistema. Non è caduto un regime - insiste -. Sono le vecchie strettoie della società patriarcale e rurale, minata dall'industrializzazione rapida del Paese, a saltare d'un colpo. E' un potere politico troppo identificato con un padre severo, che sprofonda all'improvviso». Dunque, è stata una scossa modernizzatrice, non un fremito rivoluzionario. Forse anche per questo «al contrario dell'Italia, la Francia non pende mai verso il terrorismo e la violenza dei gruppuscoli, anche se ne tocca il limite».
Ma è davvero qui la differenza di fondo? Isabelle Sommier, della facoltà di Scienze politiche alla Sorbona, ha condotto una ricerca certosina («La violence politique et son deuil», la violenza politica e il suo lutto) per spiegare nel dettaglio le «divergenze parallele».
Al di qua e al di là delle Alpi c'era un forte partito comunista; c'era un potere politico sfuggito all'alternanza proprio a causa del «fattore K», come venne chiamato da Alberto Ronchey; c'era a sinistra un mito della Resistenza tradita e della rivoluzione incompiuta che alimentava le utopie di giovani intellettuali educati da un marxismo esistenzialista. Persino il gioco internazionale era simile: in entrambi i Paesi l'Unione Sovietica sospettava del '68, spingeva i comunisti a frenare, non voleva disturbare né de Gaulle né la Democrazia cristiana (come mostrano i documenti e le memorie di protagonisti quali Yuri Dobrynin, l'uomo di Mosca nell'Europa latina).
Non è del tutto esatto nemmeno che l'uso della violenza e del terrore fossero estranei al gauchisme francese, come pretende André Glucksman rievocando il passato maoista di Gauche prolétarienne. Fu quel gruppo a rapire un quadro della Renault teorizzando un salto di qualità nella lotta rivoluzionaria. Il sequestro durò solo due giorni. E il «salto nel buio» non avvenne mai.
Ciò che separa davvero i due percorsi è la diversa reazione dello Stato e della classe dirigente. «In Francia fu un capolavoro, in Italia un disastro», spiega Michele Salvati che per primo nel lontano 1980 studiò in modo comparato quelle vicende alle quali da studente aveva partecipato. Ne nacque un saggio pubblicato dal Mulino, «Il maggio francese e l'autunno caldo italiano: la risposta di due borghesie», che oggi l'economista, diventato deputato del Pds, si sente di condividere pienamente. «A Parigi - insiste - comandava una destra democratica, sia pure dura e autoritaria, che mise in atto una politica riformista: le concessioni sociali con gli accordi di Grenelle, poi il piano di modernizzazione del presidente Georges Pompidou; la "nuova società" lanciata dal primo ministro Jacques Chaban Delmas e ispirata dal suo consigliere Jacques Delors. Il Paese compì il suo grande balzo in avanti». Gli aumenti salariali provocarono una fiammata inflazionistica molto breve, subito riassorbita perché il sindacato non ebbe lo spazio di radicarsi nelle fabbriche e sottrarre al padronato il controllo delle condizioni di lavoro. L'aumento di produttività fu tale da compensare immediatamente il rincaro del costo del lavoro.
In Italia, al contrario, la classe dirigente si mostrò debole e tentennante. «La Dc era divisa - ricorda Salvati -, il Psi che si trovava al governo non sapeva con chi stare. Carlo Donat Cattin diceva che non era il ministro del lavoro, ma dei lavoratori. Questo vuoto politico fu aggravato dalla debolezza del capitalismo».
Non solo. In Francia il potere non flirtò con il '68 né cadde in tentazioni antidemocratiche (un altro segno di forza e coerenza). I verbali della polizia, rivelati dal settimanale «Express», confermano che il rischio esisteva, però le autorità hanno tenuto i nervi a posto. «Non ho mai avuto paura di essere sormontato dagli avvenimenti - giura Maurice Grimaud, 84 anni, che, come prefetto di polizia, era il braccio armato del governo -. In fondo avevamo di fronte degli studenti universitari. Ma la vera paura era quella di una provocazione. Sono sempre cominciate così le crisi sanguinose». Decisivo fu l'atteggiamento di Pompidou: contro la pressione del generale de Gaulle che voleva un intervento energico e immediato, l'allora primo ministro preferì temporeggiare, anche a costo di essere considerato un debole. «Si fece guidare - racconta Grimaud - da un semplice principio: attendere che i francesi, all'inizio sedotti e divertiti, si stancassero del disordine».
La controffensiva cominciò domenica 26 maggio. Ricorda ancora il prefetto: «Venimmo convocati all'Eliseo Pompidou, Fouchet, Gorse e me: il generale sembrava molto irritato, il viso rosso e il piede che batteva sotto il tavolo. Ci diede l'ordine di evacuare la Sorbona e l'Odéon senza indugi». Per il 30 maggio era stata indetta dal Comitato di difesa della Repubblica una manifestazione della «maggioranza silenziosa». De Gaulle venne avvisato il 28. Il giorno dopo scomparve. E' l'episodio più misterioso di tutta la vicenda, quello che ha fatto parlare di collasso del regime. Si seppe poi che era andato a trovare il generale Massu, suo vecchio compagno, comandante supremo delle forze francesi in Germania. Una fuga da 8 settembre, un momento di riflessione o la tentazione di un colpo di mano? Pompidou aveva già scritto la lettera di dimissioni, ma il 30 all'ora di pranzo, tornato all'Eliseo, il Generale sfoderò la sua strategia d'attacco: conferma del primo ministro, rimpasto del governo, elezioni anticipate, minaccia di prendere i pieni poteri. Gli Champs Elysées, intanto, si tingevano di bianco, rosso e blu. «Il maggio '68 - spiega Grimaud - assomigliava alle guerre della antica Cina. Si disponevano le truppe e si designava un arbitro per stabilire chi aveva vinto, prima di combattere. Il successo era valutato in base al numero dei soldati. Il 13 maggio gli studenti portarono in piazza 100 mila persone, il 29 la Cgt e il Pcf 200 mila; il 30 i gollisti ne mobilitarono 400 mila: de Gaulle aveva vinto».
www.media68.com | febbraio 1998
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MAGGIO. Perché le due classi dirigenti reagirono in maniera opposta alla contestazione.
Joffrin: "La nostra borghesia seppe cogliere l'occasione".
Salvati: "Per noi fu un disastro"
Cohn-Bendit: "Il terrorismo attecchì nelle nazioni che conobbero il fascismo". L'ex prefetto Grimaud: "Non avemmo paura perché erano solo studenti"
Una finta rivoluzione che mise i Paesi di fronte alla sfida della modernità
Ieri 8 gennaio dalle 17 e 20 alle 17 e 40, Monsieur Missoffle, ministro della gioventù e dello sport, ha visitato il nuovo centro sportivo della facoltà al 2 rue de Rouen a Nanterre. Il ministro ha posto delle questioni tecniche all'architetto, soprattutto sulle installazioni del riscaldamento e della ventilazione, così come sul sistema di purificazione dell'acqua. All'uscita di M. Missofle, una cinquantina di studenti che l'attendevano hanno lanciato grida ostili. Il ministro ha voluto aprire un dialogo. Uno studente d'origine tedesca, M. Marc Daniel Cohn-Bendit (sic) ha preso allora la parola per chiedergli di discutere dei problemi sessuali. Il ministro ha creduto che si trattasse di una burla. Tuttavia, lo studente ha insistito e ha dichiarato che "la costruzione di un centro sportivo era un metodo hitleriano, destinato a indirizzare la gioventù verso lo sport, per deviarla dai problemi reali, mentre bisognava innanzitutto assicurare l'equilibrio sessuale degli studenti"».
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