Un presunto killer per neutralizzare un leader nero
di PAOLO BERTELLA FARNETTI
il manifesto, 25 aprile 1998, pag. 23
James Earl Ray, presunto assassino di Martin Luther King, è morto due giorni fa di cirrosi epatica in un ospedale di Nashville, mentre stava scontando una condanna a 99 anni di reclusione. Dopo essere stato catturato a Londra nel giugno del 1968, a due mesi dal delitto, aveva confessato di avere organizzato ed eseguito da solo l'omicidio del leader del movimento per i diritti civili. King era stato colpito a morte dal proiettile di un cecchino su un balcone del Lorraine Motel di Memphis, dove era andato a portare la sua solidarietà ai lavoratori della nettezza urbana in sciopero per ottenere un migliore trattamento economico. Ray, dopo solo tre giorni, ritrattò la sua confessione affermando che si era dichiarato colpevole su pressione del suo difensore, per evitare una sicura condanna a morte. Da allora aveva continuato a proclamare la sua innocenza e a chiedere un nuovo processo che gli è sempre stato negato. Ray sostenne di essere stato il capro espiatorio di un complotto per uccidere King e scrisse due libri a sostegno delle sue affermazioni, rafforzate anche da altri testi pubblicati da alcuni dei suoi difensori legali. L'ultimo di questi, William Pepper, nel suo libro Orders to Kill ha parlato esplicitamente di una cospirazione per uccidere King con la partecipazione della Cia, del Fbi e del dipartimento di polizia di Memphis.
Nel corso di tre decadi, le numerose inchieste a livello federale e locale, come nel caso dell'omicidio di Kennedy, hanno prodotto un'enorme mole di documenti ma nessuna chiarezza. Un'indagine del congresso, condotta poco dopo il fatto, aveva ammesso che molto probabilmente Ray aveva dei complici ma contemporaneamente aveva respinto l'ipotesi di un coinvolgimento governativo. I risultati dell'ultima investigazione condotta dai magistrati del Tennessee, conclusasi poco tempo fa dopo quattro anni di lavoro, hanno ribadito che James Earl Ray è l'esecutore di un delitto senza complici. In realtà non sono molti a credere a questa tesi: un recente sondaggio indica che solo un americano su dieci crede che Ray abbia agito da solo. La "Washington Post" di ieri riferisce il commento di Jesse Jackson, che era a fianco di King quando questi venne assassinato: "Resta il problema inquietante di sapere fino a che punto il nostro governo era coinvolto nell'uccisione di King". Per gli abitanti dei ghetti non c'è mai stato dubbio sulla matrice politica dell'assassinio, fin dal momento in cui ne ebbero notizia. In quel quattro aprile del 1968 la rabbia degli afroamericani scoppiò in più di cento città con disordini che portarono all'intervento massiccio di truppe federali e della Guardia nazionale, col pesante bilancio di 46 morti. Con quella protesta spontanea e disperata le masse nere tentarono di dare la loro risposta politica, espressero il loro giudizio sull'accaduto. E il tempo non ha fatto altro che confermare la loro convinzione. Un mese prima dell'omicidio di King il direttore del Fbi, J. Edgar Hoover, inviava ai suoi agenti gli obiettivi del suo programma segreto di "neutralizzazione" del movimento nero; al punto due si leggeva: "Impedire il sorgere di un Messia che potrebbe unificare ed elettrizzare il movimento dei militanti nazionalisti neri".
Un programma che ha avuto il suo lugubre successo: il movimento di liberazione nero venne letteralmente decapitato dei suoi possibili Messia. Dopo Malcolm X e Martin Luther King vennero uccisi i giovani dirigenti più promettenti del "Black Panther Party": Alprentice "Bunchy" Carter, John Jerome Huggins, Fred Hampton; George Jackson venne assassinato in prigione. Altri potenziali Messia vennero costretti all'esilio come Stokeley Carmichael, o messi in carcere per lungo tempo come Rap Brown, Bobby Seale, Geronimo Pratt, Huey P. Newton e molti ancora. In realtà tutti i leader "scomodi" vennero neutralizzati. E anche se non sempre le responsabilità delle istituzioni sono state provate, come è avvenuto in alcuni casi relativi alle Pantere nere, la maggioranza degli afroamericani è convinta di sapere bene chi sono i responsabili di quella "neutralizzazione". Così, nonostante la scomparsa di Ray, il caso dell'omicidio di King è da considerarsi tutt'altro che chiuso. Il presunto assassino è morto con la consolazione di essere ritenuto innocente dalla moglie e dai figli di King, che ora avanzano richieste per una nuova investigazione federale. Con l'avallo del presidente Clinton, Coretta King ha potuto portare la sua richiesta a Janet Reno, responsabile del Dipartimento di giustizia e probabilmente l'inchiesta partirà. I familiari di King, all'inizio di questo aprile, avevano convocato una conferenza-stampa per annunciare una serie di nuove prove a favore dell'innocenza di Ray, chiedendo la riapertura del suo processo. Fra le nuove testimonianze spicca quella di Loyd Jowers, proprietario di un ristorante di Memphis, che avrebbe ricevuto centomila dollari per collaborare all'uccisione di Martin Luther King. Jowers è disposto a ripetere la sua storia in un tribunale, se gli verrà concessa l'immunità. La storia, naturalmente, non finisce qui.
www.media68.com | febbraio 1998
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Luther King
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