Intervista a Daniel Cohn-Bendit

Il mio '68 era nato di maggio

di ANDREA TARQUINI

La Repubblica, 19 aprile 1998, pag. 35

FRANCOFORTE
"Trent'anni sono lunghi, ma ricordo ancora quei giorni di primavera a Parigi come fosse ieri: l'occupazione di Sociologia di Nanterre, da cui cominciò tutto, l'entusiasmo della sfida lanciata tutti insieme, tutti a scandire "ce n'est qu'un debut" o "jeunes filles rouges, toujours plus belles" sfilando sui boulevards... e poi il riflusso, le delusioni che spinsero alcuni al suicidio, la discesa agli inferi di altri nel terrorismo... ma sì, parliamone. Senza rimpianti, ma senza nascondersi davanti alle responsabilità". E' un grigio mattino nella Casa dell'Ecologia di Francoforte: notiziari radio e tv aprono con i giudizi della Bundesbank sull'Euro e con i sondaggi sul declino di Kohl, mentre ascolto Daniel Cohn Bendit, allora eroe del Movimento, oggi eurodeputato verde e coscienza critica della sinistra tedesca. Cinquantatré anni che sembrano molti di meno, infaticabile come allora ma oggi con la foto del figlioletto Bela sulla scrivania, "Dany-le-rouge" ha voluto riparlare con Repubblica di quel Maggio di trent'anni fa.

Come ricorda l'inizio del '68? Quale fu la scintilla?

"Studiavo a Sociologia a Nanterre, il nuovo ateneo alla periferia di Parigi, e là il movimento cominciò per caso. Partì con richieste di migliorare le nostre condizioni di vita e di studio, ma dalla rivolta morale contro la guerra in Vietnam e dalla ribellione contro lo stile di vita di allora vennero le grandi spinte".

Come e quando decideste di passare dalla protesta alla lotta?

"La brutalità della polizia, e un'ondata di arresti dopo una manifestazione per il Vietnam, furono le scintille. L'occupazione a Nanterre fu il primo passo, e con una velocità che sorprese noi per primi, il movimento si cristallizzò e si diffuse, fino ad arrivare, passo dopo passo, allo sciopero generale di maggio".

Lei dice ancora oggi "Il Movimento". Ma cos'era il Movimento, rivisto ora? Per cosa si batteva?

"Fu tante cose diverse assieme: fu la voglia di una democrazia diretta, migliore di quella reale; fu il desiderio di cambiare il linguaggio e lo stile di vita; fu la voglia di liberazione nel costume e nel linguaggio, l'entusiasmo della solidarietà, la gioia del superamento dell'egoismo. Ma fu anche nostalgia per i miti rivoluzionari del passato, dalla Comune alla Guerra di Spagna, e l'infatuazione per i miti del presente di allora, dalla Cina, al Vietnam, a Cuba. Miti che esaltavano violente dittature totalitarie. Male facemmo a non vederlo. Male fece il movimento libertario e anticomunista del '68, che pure fu vivo, eccome, a non fare chiarezza subito sul comunismo".

Quali sono per Lei i ricordi più belli?

"L'emozione di lottare e discutere insieme, i grandi cortei che la tv trasmetteva in diretta prima che l'èra della diretta sistematica nascesse, il clima di calore umano delle assemblee. Non sognavamo tanto il potere, non pensavamo ad abbattere la Quinta Repubblica con l'ostinazione e la lucidità che l'apparato dello Stato ci attribuì. Ci fece sognare e ci emozionò piuttosto quel modo nuovo di vivere così diverso dalla società tradizionale di allora e dal suo individualismo piccoloborghese. E non poche di quelle espressioni emozionali, di quei nuovi comportamenti, hanno cambiato a fondo alcuni aspetti delle nostre società".

E i ricordi più brutti?

"Da un lato, gli scontri più duri con poliziotti e gendarmi: per molti, all'inizio, non fu facile accettare la violenza. E dall'altro lato, il muro che ci fu eretto contro dal partito comunista francese e dal sindacato comunista Cgt, la loro ostinazione nello stroncare sul nascere ogni dialogo tra studenti e operai. Non dimenticherò mai quel giorno in cui andammo a decine di migliaia in corteo verso la Renault di Billancourt, la mitica roccaforte della classe operaia francese, sperando nel grande, storico abbraccio con gli operai. L'abbraccio non ci fu: davanti ai nostri occhi, trovammo solo i cancelli della fabbrica chiusi, sprangati. Non dalla direzione aziendale, ma dai militanti del Pcf e della Cgt, per ordine dall'alto. Loro che adoravano senza riserve l'Urss credettero di difendere l'ordine, e caddero nella trappola tesa loro da quel genio di de Gaulle".

Rivaluta l'avversario?

"Dico che de Gaulle fu un grande avversario. Era un democratico autoritario dal grande intuito: seppe parlare ai francesi dicendo non "o me o gli studenti", ma "o me o il Partito comunista". Al dunque del voto, molta gente che simpatizzava per noi, anche alcuni dei giovani scesi in piazza, scelsero non lui contro di noi entusiasti libertari ma lui contro il Pcf stalinista e filosovietico. In questo senso, cominciò allora in Francia il declino del comunismo".

Ma prima di tutto cominciò il riflusso del movimento...

"Sì, e fu dura. Volevamo cambiare il mondo, e invece la normalità tornò al suo posto, in forze. Ci fu chi si tolse la vita, altri imboccarono la strada dell'estremismo".

Lei fu espulso. Come ricorda questa dura sanzione?

"A ripensarci oggi, per me l'espulsione fu una fortuna: mi salvò dal divismo a 23 anni, mi obbligò a ricominciare da zero. In Germania ebbi la gioia d'innamorarmi. E ricominciai con l'impegno nelle comunità abitative e nei centri sociali".

Come si trovò nel Movimento tedesco?

"Non sempre bene. Era a tratti molto più ideologico, e allora, tra i due Stati tedeschi, preferiva ancora la Ddr rispetto a Bonn".

Ma non è forse lo stesso errore di fondo del '68?

"Sì. Questa è la responsabilità storica della nostra generazione. Anche perché, tra chi imboccò la via dell'estremismo politico, ci fu chi portò questo sviluppo fino alla violenza, al terrorismo. Perché mancò nel '68 una mediazione culturale, e una riflessione con chiarezze di fondo sulle rivoluzioni totalitarie che per troppi divennero un mito. Chiudemmo gli occhi davanti al fatto che la violenza era sbocco ed essenza di quelle rivoluzioni, da Mosca a Pechino, da Hanoi all'Avana. Nel culto della rivoluzione c'è sempre un momento totalitario, e nel nostro Movimento ci fu anche un nocciolo totalitario. Da questa responsabilità non possiamo assolverci, così come non si può dire che responsabili dell'ascesa al potere di Hitler furono i soli partiti borghesi, dimenticando le responsabilità dei comunisti e di Stalin".

Eppure per lei Sofri è innocente...

"Sì, ritengo ingiuste le accuse contro di lui per il caso Calabresi. E ritengo che in Italia - ricordando anche che, dal 1968-69 agli anni Settanta, lo Stato e i suoi poteri non furono liberi da colpe - ci voglia un'amnistia per riaprire il dialogo".

Foste sconfitti o vincitori?

"Fummo sconfitti dal riflusso, ma vincitori alla lunga, con i grandi mutamenti nel costume e nella cultura delle nostre società che dal '68 presero le mosse".

Qual è l'eredità del '68?

"Sia le nostre responsabilità storiche, sia il senso del dovere di moralizzare la politica".

Ma ci fu anche un altro '68 oltre cortina: la rivolta studentesca di Varsavia, il Nuovo corso a Praga...

"Sì, anche se al momento ci pensammo troppo poco. Anche quello fu un '68 sconfitto sul momento dal potere - un potere totalitario e violento, ben diverso dalle democrazie conservatrici che piegarono noi - ma alla lunga vittorioso, con l'89. Merito anche del coraggio con cui i sessantottini come Adam Michnik scelsero il dialogo con chi, come Jaruzelski, li aveva incarcerati, in nome della salvezza del paese e della transizione non violenta alla democrazia. Anche quell'atto di coraggio è un messaggio morale del '68 che non muore".

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www.media68.com | febbraio 1998