Il mio '68 era nato di maggio
di ANDREA TARQUINI
La Repubblica, 19 aprile 1998, pag. 35
Come ricorda l'inizio del '68? Quale fu la scintilla?
"Studiavo a Sociologia a Nanterre, il nuovo ateneo alla
periferia di Parigi, e là il movimento cominciò per caso. Partì
con richieste di migliorare le nostre condizioni di vita e di
studio, ma dalla rivolta morale contro la guerra in Vietnam e
dalla ribellione contro lo stile di vita di allora vennero le grandi
spinte".
Come e quando decideste di passare dalla protesta alla lotta?
"La brutalità della polizia, e un'ondata di arresti dopo una
manifestazione per il Vietnam, furono le scintille.
L'occupazione a Nanterre fu il primo passo, e con una
velocità che sorprese noi per primi, il movimento si cristallizzò
e si diffuse, fino ad arrivare, passo dopo passo, allo sciopero
generale di maggio".
Lei dice ancora oggi "Il Movimento". Ma cos'era il
Movimento, rivisto ora? Per cosa si batteva?
"Fu tante cose diverse assieme: fu la voglia di una
democrazia diretta, migliore di quella reale; fu il desiderio di
cambiare il linguaggio e lo stile di vita; fu la voglia di
liberazione nel costume e nel linguaggio, l'entusiasmo della
solidarietà, la gioia del superamento dell'egoismo. Ma fu
anche nostalgia per i miti rivoluzionari del passato, dalla
Comune alla Guerra di Spagna, e l'infatuazione per i miti del
presente di allora, dalla Cina, al Vietnam, a Cuba. Miti che
esaltavano violente dittature totalitarie. Male facemmo a non
vederlo. Male fece il movimento libertario e anticomunista del
'68, che pure fu vivo, eccome, a non fare chiarezza subito sul
comunismo".
Quali sono per Lei i ricordi più belli?
"L'emozione di lottare e discutere insieme, i grandi cortei che
la tv trasmetteva in diretta prima che l'èra della diretta
sistematica nascesse, il clima di calore umano delle
assemblee. Non sognavamo tanto il potere, non pensavamo
ad abbattere la Quinta Repubblica con l'ostinazione e la
lucidità che l'apparato dello Stato ci attribuì. Ci fece sognare
e ci emozionò piuttosto quel modo nuovo di vivere così
diverso dalla società tradizionale di allora e dal suo
individualismo piccoloborghese. E non poche di quelle
espressioni emozionali, di quei nuovi comportamenti, hanno
cambiato a fondo alcuni aspetti delle nostre società".
E i ricordi più brutti?
"Da un lato, gli scontri più duri con poliziotti e gendarmi: per
molti, all'inizio, non fu facile accettare la violenza. E dall'altro
lato, il muro che ci fu eretto contro dal partito comunista
francese e dal sindacato comunista Cgt, la loro ostinazione
nello stroncare sul nascere ogni dialogo tra studenti e operai.
Non dimenticherò mai quel giorno in cui andammo a decine di
migliaia in corteo verso la Renault di Billancourt, la mitica
roccaforte della classe operaia francese, sperando nel
grande, storico abbraccio con gli operai. L'abbraccio non ci
fu: davanti ai nostri occhi, trovammo solo i cancelli della
fabbrica chiusi, sprangati. Non dalla direzione aziendale, ma
dai militanti del Pcf e della Cgt, per ordine dall'alto. Loro che
adoravano senza riserve l'Urss credettero di difendere
l'ordine, e caddero nella trappola tesa loro da quel genio di de
Gaulle".
Rivaluta l'avversario?
"Dico che de Gaulle fu un grande avversario. Era un
democratico autoritario dal grande intuito: seppe parlare ai
francesi dicendo non "o me o gli studenti", ma "o me o il
Partito comunista". Al dunque del voto, molta gente che
simpatizzava per noi, anche alcuni dei giovani scesi in piazza,
scelsero non lui contro di noi entusiasti libertari ma lui contro
il Pcf stalinista e filosovietico. In questo senso, cominciò
allora in Francia il declino del comunismo".
Ma prima di tutto cominciò il riflusso del movimento...
"Sì, e fu dura. Volevamo cambiare il mondo, e invece la
normalità tornò al suo posto, in forze. Ci fu chi si tolse la vita,
altri imboccarono la strada dell'estremismo".
Lei fu espulso. Come ricorda questa dura sanzione?
"A ripensarci oggi, per me l'espulsione fu una fortuna: mi
salvò dal divismo a 23 anni, mi obbligò a ricominciare da zero.
In Germania ebbi la gioia d'innamorarmi. E ricominciai con
l'impegno nelle comunità abitative e nei centri sociali".
Come si trovò nel Movimento tedesco?
"Non sempre bene. Era a tratti molto più ideologico, e allora,
tra i due Stati tedeschi, preferiva ancora la Ddr rispetto a
Bonn".
Ma non è forse lo stesso errore di fondo del '68?
"Sì. Questa è la responsabilità storica della nostra
generazione. Anche perché, tra chi imboccò la via
dell'estremismo politico, ci fu chi portò questo sviluppo fino
alla violenza, al terrorismo. Perché mancò nel '68 una
mediazione culturale, e una riflessione con chiarezze di fondo
sulle rivoluzioni totalitarie che per troppi divennero un mito.
Chiudemmo gli occhi davanti al fatto che la violenza era
sbocco ed essenza di quelle rivoluzioni, da Mosca a Pechino,
da Hanoi all'Avana. Nel culto della rivoluzione c'è sempre un
momento totalitario, e nel nostro Movimento ci fu anche un
nocciolo totalitario. Da questa responsabilità non possiamo
assolverci, così come non si può dire che responsabili
dell'ascesa al potere di Hitler furono i soli partiti borghesi,
dimenticando le responsabilità dei comunisti e di Stalin".
Eppure per lei Sofri è innocente...
"Sì, ritengo ingiuste le accuse contro di lui per il caso
Calabresi. E ritengo che in Italia - ricordando anche che, dal
1968-69 agli anni Settanta, lo Stato e i suoi poteri non furono
liberi da colpe - ci voglia un'amnistia per riaprire il dialogo".
Foste sconfitti o vincitori?
"Fummo sconfitti dal riflusso, ma vincitori alla lunga, con i
grandi mutamenti nel costume e nella cultura delle nostre
società che dal '68 presero le mosse".
Qual è l'eredità del '68?
"Sia le nostre responsabilità storiche, sia il senso del dovere di
moralizzare la politica".
Ma ci fu anche un altro '68 oltre cortina: la rivolta
studentesca di Varsavia, il Nuovo corso a Praga...
"Sì, anche se al momento ci pensammo troppo poco. Anche
quello fu un '68 sconfitto sul momento dal potere - un potere
totalitario e violento, ben diverso dalle democrazie
conservatrici che piegarono noi - ma alla lunga vittorioso, con
l'89. Merito anche del coraggio con cui i sessantottini come
Adam Michnik scelsero il dialogo con chi, come Jaruzelski, li
aveva incarcerati, in nome della salvezza del paese e della
transizione non violenta alla democrazia. Anche quell'atto di
coraggio è un messaggio morale del '68 che non muore".
www.media68.com | febbraio 1998
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Intervista a Daniel Cohn-Bendit
FRANCOFORTE
"Trent'anni sono lunghi, ma ricordo ancora quei giorni di
primavera a Parigi come fosse ieri: l'occupazione di
Sociologia di Nanterre, da cui cominciò tutto, l'entusiasmo
della sfida lanciata tutti insieme, tutti a scandire "ce n'est
qu'un debut" o "jeunes filles rouges, toujours plus belles"
sfilando sui boulevards... e poi il riflusso, le delusioni che
spinsero alcuni al suicidio, la discesa agli inferi di altri nel
terrorismo... ma sì, parliamone. Senza rimpianti, ma senza
nascondersi davanti alle responsabilità". E' un grigio mattino
nella Casa dell'Ecologia di Francoforte: notiziari radio e tv
aprono con i giudizi della Bundesbank sull'Euro e con i
sondaggi sul declino di Kohl, mentre ascolto Daniel Cohn
Bendit, allora eroe del Movimento, oggi eurodeputato verde e
coscienza critica della sinistra tedesca. Cinquantatré anni che
sembrano molti di meno, infaticabile come allora ma oggi con
la foto del figlioletto Bela sulla scrivania, "Dany-le-rouge" ha
voluto riparlare con Repubblica di quel Maggio di trent'anni
fa.
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