SESSANTOTTO, il ritmo della contestazione
di MARIO LUZZATTO FEGIZ
Da «Contessa» a «Mio caro padrone», una colonna sonora per le barricate
il Corriere della Sera, 5 febbraio 1998
Nel '57 i primi testi «impegnati»
con l'appoggio del Pci.
La musica leggera italiana del dopoguerra si sviluppò, sull'onda della tradizione canzonettistica napoletana, come spettacolo di evasione per eccellenza. Non si trattava di una tendenza solo italiana, ma internazionale, basti pensare ai grandi musical americani o agli show radiofonici e televisivi di Bing Crosby e Frank Sinatra, o agli chansonnier francesi. È nella seconda metà degli anni Cinquanta che la canzone popolare comincia il suo graduale avvicinamento alla realtà, che si compirà con il trionfo sulla scena internazionale di personaggi come la Baez, Dylan e in Italia con l'arrivo dei De André, dei Guccini, dei Vecchioni e dei cantautori in generale.
Ma la canzone politica propriamente detta, quella concepita come strumento di aggregazione e propaganda sotto una bandiera (generalmente rossa) ha una data di nascita precisa. Michele Straniero, uno dei fondatori del gruppo «Cantacronache», ricorda: «Era l'estate del 1957. Liberovici era andato a Berlino con Pestalozza (da sempre la massima autorità del Pci sulla musica, ndr) e Sergio Segre. Avevano visto al lavoro i Berliner Ensemble. Ci chiedemmo: perché non tentare di lanciare canzoni politiche anche noi? I primi tentativi furono fatti ascoltare a Mila, Einaudi e vari funzionari del partito a Torino. Piacquero. Così il Pci mise a disposizione una casa editrice, Italia Canta».
Alla lunga l'idea si rivelò tutt'altro che brillante: le case discografiche tradizionali erano più potenti che mai e il circuito alternativo, sia a livello di vendita militante di dischi che a livello di concerto, non funzionava un granché (come racconta Giovanna Marini in un libro «cult» intitolato Italia mia, quanto sei lunga). In più il Partito comunista, che da una parte aveva favorito la nascita della canzone politica, si comportava nei suoi festival da perfetto imprenditore: nessuna corsia preferenziale per i «suoi» artisti, ponti d'oro invece ai cantanti che avevano successo «di cassetta».
Pestalozza, al seminario nazionale sui festival dell'«Unità» di Ariccia nel marzo 1976, confessa: «Per decenni abbiamo avuto un rapporto subalterno con la musica di successo consumistico, che era l'unica presente ai nostri festival, con la sola attenzione, non sempre osservata, di rivolgerci a personaggi vicini a noi, o magari addirittura compagni. Per intenderci gente come Villa, Endrigo o Morandi». Si noti che nell'elenco di Pestalozza mancano completamente i «veri» cantautori politici, vale a dire Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, Ivan Della Mea.
Pietrangeli, oggi regista del Maurizio Costanzo Show, scrisse le canzoni politiche più violente, memorabili e orecchiabili del filone politico come «Contessa», o «Mio caro padrone, domani ti sparo» (che fanno parte della prima raccolta lanciata da Hobby and Work, intitolata «Avanti popolo»). Voce baritonale, arrangiamenti un po' alla Brecht-Weill con uso di bombardino, Pietrangeli era il più divertente dei super-allineati. In un periodo nel quale le canzoni nella sinistra grondavano di passione e di militanza, lui riusciva già a distinguersi per un certo gusto ironico che spaziava dal privato al politico.
Le sue canzoni, più che barricadere, avevano toni cabarettistici con i quali Pietrangeli ben comunicava, nascosto da una gran barba nera su una faccia paciosa. Faceva parte del «Nuovo canzoniere Italiano» (con Giovanna Marini, Michele Straniero, Liberovici, Ivan Della Mea e altri). Due soli artisti di questa sinistra musicale sono rimasti alla ribalta: la Marini, che ha approfondito il gusto estetico e virtuoso dell'uso della voce in tutte le sue forme, in un progressivo distacco dal realismo socialista delle origini, raggiungendo risultati sublimi oggi apprezzati soprattutto all'estero, e Paolo Pietrangeli.
Pietrangeli è noto fra i militanti soprattutto per canzoni di lotta quali «Caro padrone, domani ti sparo» o «Contessa», che si apre con la contestazione operaia vista dalla parte dei padroni («Che roba, contessa, all'industria di Aldo, han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti, volevano avere i salari aumentati, gridavano, pensi, di essere sfruttati. E quando è arrivata la polizia quei quattro straccioni han gridato più forte, di sangue han sporcato il cortile e le porte, chissà quanto tempo ci vorrà per pulire»). Il verso passato alla storia è «compagni dai campi e dalle officine, prendete la falce, portate il martello, scendiamo giù in piazza, picchiamo con quello, scendiamo giù in piazza, affossiamo il sistema».
I brani più recenti di Pietrangeli, meno noti, raccolti nello spettacolo «Canti e contesse», si staccano nettamente dallo stile naïf degli anni ruggenti, e propongono un minimalismo straordinariamente attuale come «Lo stracchino», sogno solitario d'un uomo che frequenta un negozio solo per il «panorama» offerto dalla droghiera sulla scala a pioli, o «Però il paese tiene», sintesi surreale di luoghi comuni e nefandezze varie in un fuoco d'artificio di giochi fonetici: «Non ci si impegola con chi si scaccola al bar, con chi si crogiola al sol, con chi si sventola al mar... Dice l'oracolo che serve un miracolo per fare il mio muscolo dur, fammi una coccola amor».
Il rock e la pop music non trovarono particolari ostilità da parte dell'establishment e dell'industria discografica e della radiotelevisione, perché, più che esprimere precise istanze politiche, riferivano in maniera mediata il nuovo modo di essere dei giovani, attraverso ritmi e sensazioni che spesso privilegiavano l'analisi estetica a quella politica.
Per i cantautori politici, come Gualtiero Bertelli, Fausto Amodei, Alfredo Bandelli, Pino Masi, Ivan Della Mea e altri presenti nel primo numero della raccolta di Hobby and Work, intitolata «Compagni dai campi e dalle officine», la vita fu molto più dura: ostracismo ufficiale dalla radio di Stato, dalla tv di Bernabei, totale disinteresse della case discografiche. E poi la concorrenza dei cantautori, che erano anche loro di sinistra, ma decisamente più divertenti, anche perché avevano celermente abbandonato la formula menestrellesca canto-chitarra in favore di forme spettacolari più sofisticate con tanto di band e luci.
Oggi la canzone che nasce come messaggio politico di lotta e di rivolta sopravvive solo nel rap formato centri sociali dei 99 Posse, con testi che non hanno nulla da invidiare al «Caro padrone, domani ti sparo», come «Curre curre guaglio'», che così recita: «'A dda passà 'nu guaio chi ce tocca, 'a vita è a nost' e a vita nun se tocca, ì dda passà nu guaio addò o sole nun coce, ì avita è a nost'ì e chi a tocca s'abbrucia» (passerà un guaio chi ci tocca, la vita è nostra e la vita non si tocca, finirà dove il sole non batte, la vita è nostra e chi la tocca si brucia...».
Con una differenza: i 99 Posse, pur effettuando la vendita militante dei dischi, hanno anche alle spalle una grossa casa discografica, la BMG Ricordi.
www.media68.com | febbraio 1998
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MUSICA RIBELLE. Trent'anni dopo vengono riproposte
le canzoni violente con cui una generazione celebrò il mito rivoluzionario
Ma le case discografiche tradizionali li respinsero.
Poi fu Pietrangeli a incitare: «Affossiamo il sistema».
Un'eredità raccolta oggi dal rap dei 99 Posse.
Da «Contessa» a «Mio caro padrone», una colonna sonora per le barricate.
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