Nel suo nuovo libro, il giornalista-scrittore rievoca il decennio della «contestazione selvaggia». E accusa di «camaleontismo» il vecchio giornalismo italiano

BETTIZA
I fantasmi degli anni Settanta

di DARIO FERTILIO

il Corriere della Sera, 3 aprile 1998, pag. 31

L'ombra rossa
Enzo Bettiza
Mondadori
pp. 339, L. 32.000


Ci fu un tempo in cui il fantasma del comunismo si aggirava per l'Europa: oggi ne resta solo un'ombra. Rossa sì, però assai meno minacciosa, tanto che Enzo Bettiza ne ha tratto materia per un libro autobiografico. In cui il pericolo rosso è ormai un residuo del passato. Ma le ferite che ha provocato restano aperte, e si intrecciano con la sua vita di anticomunista, oltre che con la storia stessa del giornalismo italiano.

C'è un filo che collega, nel libro di saggi intitolato significativamente L'ombra rossa (Mondadori, 339 pagine, 32.000 lire), la fondazione del Giornale, che vide Bettiza al fianco di Montanelli, la pesante cappa di conformismo scesa in quegli anni sul nostro Paese, e i cupi avvenimenti europei incubati dal Sessantotto, esplosi con il terrorismo, favoriti dal minaccioso potere della gerontocrazia sovietica. E ancora una volta Bettiza riesce in uno di quegli ibridi letterari in cui è maestro: collega cioè le vicende private a quelle ideologiche e mondiali, spiega le une alla luce delle altre nello stile sulfureo che è solo suo. Anche L'ombra rossa, infatti, si presenta come un libro di ricordi che ha la cadenza del romanzo, o come un saggio ideologico che non disdegna l'aneddotica d'attualità.

L'ombra di cui parla, insomma, è quella che gravò sugli anni Settanta in Italia e in Europa, coprendo il decennio che va dalla «contestazione selvaggia» fino al '78, l'uccisione di Moro. «Fu allora - spiega Bettiza - che noi liberali ci disamorammo del vecchio giornalismo italiano camaleontico, e allo stesso tempo del clima generale fatto di assalti, scioperi, gambizzazioni e intimidazioni varie, simboleggiate dal ferimento di Montanelli. L'ombra rossa comincia dunque a distendersi nel '68 e culmina con il delitto di via Caetani, ma le sue propaggini si estendono fino all'attentato contro il Papa, al colpo di Stato polacco ordito da Jaruzelski, all'invasione dell'Afghanistan. L'esecutore testamentario di tutto alla fine sarebbe stato Gorbaciov».

Dalla nascita di quel Giornale d'opposizione, dunque, da quella piccola roccaforte di irriducibili al compromesso storico, Bettiza trae alimento per narrazioni e descrizioni di scontri e scaramucce: come, nel capitolo intitolato «Il duello», la trasmissione televisiva di cui fu protagonista in difesa del dissidente russo Sinjavskij, vergognosamente censurato dalla Rai di regime. Sullo sfondo, l'esperimento ambizioso e ambiguo di Enrico Berlinguer, volto a stabilire una egemonia morbida in Italia e a imporle una chimerica «terza via», temuta e osteggiata dal Cremlino, che tuttavia sarebbe stato pronto a trarne tutti i vantaggi.

E oggi? Molta acqua è passata sotto i ponti. Dice: «L'ombra rossa sul Corriere che avevo descritta in Via Solferino è svanita. E con essa il mio approccio critico di allora, da "corrierista" dissidente. No, via Solferino oggi è completamente diversa da quella che noi, futuri fondatori del Giornale, abbandonammo. Questo mi appare attualmente uno dei giornali italiani più equilibrati, pubblica interventi di grande incisività anticonformistica che, mutatis mutandis, avremmo potuto pubblicare anche noi al Giornale negli anni Settanta, in quel clima di violento conformismo». C'è poi un motivo in più che avvicina il Bettiza de L'ombra rossa al giornale «nemico» di allora: «Anzitutto il fatto che io, cofondatore e condirettore del Giornale, sia ritornato al Corriere per tre anni, dall'85 all'87. Poi che ci sia ritornato Montanelli, ormai in pianta stabile. L'idea che Indro scriva articoli di fondo in via Solferino - aggiunge - per me evoca quasi, nel microcosmo del giornalismo italiano, la caduta del Muro e la riunificazione delle due Germanie. Si potrebbe dire, in termini un po' paradossali, che anche per Montanelli e per me ci sia stato una sorta di 1989. Sintomatico è il fatto che, nel quadro storico più ampio della nostra riconciliazione con il Corriere, sia avvenuta anche, quasi in parallelo, la riconciliazione personale fra me e Montanelli, dopo un periodo di freddezza reciproca».

Gli amici ritrovati di oggi, vent'anni fa sul piede di guerra, sono protagonisti de L'ombra rossa, soprattutto quando Bettiza racconta l'inizio della sua avventura politica nelle scarne file del partito liberale: scelta che Montanelli non approvò, preferendo contrapporle la tradizionale etica professionale dell'indipendenza, e opponendole nel '76 la famosa scelta filodemocristiana «con il naso turato». Ma tutto ciò nel libro assume carattere più letterario che politico, filtrato e come nobilitato attraverso le tante esperienze successive. Nel caso di Bettiza, la scelta di vita è stata soprattutto quella di scrittore: a volte oggettivo e descrittivo, come ne La campagna elettorale, Il fantasma di Trieste, Il mistero di Lenin, I fantasmi di Mosca; altre volte autobiografico e personale, idealmente vicino al grande Canetti, come nel Diario di Mosca, in Via Solferino e nello stesso Esilio, un libro che ha conquistato sia il Premio Campiello che il successo editoriale. A questo secondo filone appartiene L'ombra rossa: uno scritto per una metà pacificatore, per l'altra inquietante e apocalittico. Perché Bettiza vede nella decomposizione dei regimi comunisti europei una pericolosa «sindrome di Frankenstein»: la trasmutazione genetica verso le «democrature», sistemi che tentano di combinare certi residui ideologici del nazismo morto da tempo con quelli del marxismo-leninismo appena deceduto. «Di esempi ce ne sono parecchi - spiega Bettiza -, anche se il più vistoso e paradigmatico è quello serbo: la combinazione tra un potere gestito da comunisti e un revival fascista, monarchico e cetnico. Ma i cloni di queste creature ibride sono ormai dapertutto, dalla Bielorussia alla Slovacchia alla Duma russa, dove l'opposizione è rappresentata da un fronte comunista e fascista. E le minacciose ombre rosso-nere, o rosso-brune, sembrano prolungarsi nel prossimo secolo».

Ma il Bettiza di oggi non vuol essere profeta di sventure né vede attualmente ombre rosse sull'Italia. O per lo meno queste gli appaiono «fortemente attenuate, simili piuttosto a ombre rosa, cangianti e spesso contraddittorie. Il grande pericolo, insomma, per l'Italia è alle spalle». E dopo L'ombra rossa? Già se ne profila un'altra, sia pure differente come colore: il titolo del prossimo libro sarà L'ombra blu. Però Berlusconi non ha nulla da temere: il blu che turba i sonni di Bettiza è quello dell'Europa a venire.

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www.media68.com | febbraio 1998