I giovani e gli altri 30 anni dopo
di MARIO DEAGLIO
La Stampa, 9 marzo 1998, pag. 1
Di questi
geroglifici sono state imbrattate, con danni di miliardi, alcune tra le più belle strade
di Torino; è successo la settimana scorsa nel cuore della notte dopo un concerto
al termine di un corteo non autorizzato di migliaia di persone. E sempre a Torino,
altri giovani sono stati coinvolti venerdì in scontri con la polizia con arresti e
vetrine infrante.
L'incomprensibilità delle scritte sui muri è indice di quanto sia ampio il fossato che
si è creato tra le generazioni. Nel Sessantotto, padri e figli erano in completo
disaccordo ma almeno si intendevano. "L'immaginazione al potere" e "Fascisti e
borghesi, ancora pochi mesi" erano slogan chiarissimi; e c'erano modelli, come la
Cina di Mao, e capi riconosciuti e carismatici.
Il malessere di oggi è invece senza
capi, senza slogan, senza obiettivo apparente, senza dialogo politico.
Del resto, basta scorrere le cronache politiche, osservare i diffusi balbettii di
quanti, non più giovani, vogliono fondare partiti o dar vita a movimenti per
rendersi conto di come i giovani siano del tutto scomparsi, al di là di qualche
frettoloso accenno di maniera, dai discorsi di maggioranza e opposizione; o fare il
conto di quanto spazio sia stato dedicato dai mezzi di informazione ai problemi
delle pensioni e ai problemi dei giovani.
Non c'è poi troppo da stupirsi se questi
tirano le pietre dai cavalcavia delle autostrade, sporcano i muri o abbracciano
talora forme estreme di qualche culto.
Alla base di tutto questo c'è, per i giovani, la scarsità di lavoro e la mancanza di
prospettive di vita. Al boom economico degli Anni Ottanta, basato sull'effimero,
sono seguiti anni grami di ristrutturazione e scarsissima crescita in cui i padri
hanno ferocemente sbarrato le strade ai figli.
Un giovane laureato in Economia
che voglia svolgere la professione di dottore commercialista deve affrontare tre
anni di tirocinio, sostanzialmente non pagato, mentre fino ancora all'inizio degli
Anni Novanta poteva affrontare subito l'esame professionale; un giovane medico,
dopo sei duri anni di studio, deve metterne in cantiere almeno altri tre per una
specializzazione divenuta indispensabile, e poi comincia la ricerca di un posto di
lavoro che non c'è; la corsa a creare nuovi albi professionali non è altro che
un'accanita difesa dei privilegi per lasciare i giovani fuori dalla porta.
Se queste vicende riguardano la ristretta fascia a istruzione elevata, gli altri hanno
di fronte, puramente e semplicemente, la perdita delle certezze, dei normali
parametri su cui questa società ha costruito da sempre famiglie, piani personali,
impegno civico e politico. E' del tutto inutile, in questo contesto, creare una
manciata di posti di lavoro precari, travestiti da "lavori socialmente utili", tra
l'assistito e il clientelare; e serve a poco anche organizzare dei corsi per insegnare
qualche tecnica nuova, il tutto con risorse pubbliche scarsissime e spesso con
beneficio degli insegnanti più che con vantaggio degli allievi.
L'altra faccia della
crisi della finanza pubblica è una crisi morale e intellettuale che scuote il Paese fino
alle radici.
La crisi finanziaria è stata, per lo meno, tamponata. C'è qualche speranza che si
riesca ad affrontare gli altri aspetti del malessere italiano, ma più generalmente
europeo? In realtà, la vera ricetta è sviluppo, sviluppo e ancora sviluppo. Se
l'Italia dei prossimi anni avrà crescita economica risicata e occupazione scarsa
non salverà né le sue finanze, né il suo ruolo nell'economia e nella società
mondiale, né forse, la sua stessa identità.
Attorno alle cifre della crescita
economica si gioca quindi una partita molto più generale.
La Gran Bretagna di Blair e gli Stati Uniti di Clinton si sono avviati, in vario
modo, lungo questa strada di sviluppo. Oggi sono intenti a creare una società
nuova ed espansiva con giganteschi progetti industriali e mutamenti di regole,
ampio spazio per quanti vogliono lavorare. Riusciranno a muoversi lungo questa
strada la Germania di Kohl e l'Italia di Prodi?
I segnali sono ancora scarsi. In Italia qualche passo è stato fatto, ma è ancora
poca cosa. Come ha dichiarato di recente il governatore della Banca d'Italia, per
crescere sono necessarie minori imposte e minori spese pubbliche; occorre
lasciar fare alla gente, e soprattutto ai giovani i quali molto presto scoprono
invece che a loro non è permesso fare quasi nulla. Siamo una società blindata,
dove, come mostrano i recenti episodi delle Ferrovie, la sola idea di penalizzare
chi sbaglia suscita scandalo. Se però non si penalizza chi sbaglia, non si può
promuovere chi se lo merita. E i giovani restano immancabilmente fuori, a
imbrattar muri e a tirar sassi dai cavalcavia.
www.media68.com | febbraio 1998
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SCONTRI GENERAZIONALI
A una generazione di distanza dal '68 si ripropone in Italia uno scontro, intenso
e disperato, tra i giovani e gli altri. Lo testimoniano i chilometri di muri, le centinaia
di vagoni ferroviari imbrattati con geroglifici, spesso di elaborata fattura ma
totalmente incomprensibili a chi è al di fuori dei "culti" musicali moderni.
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