Dal 16 febbraio sarà in commercio il Cd Rom sul 1968. Una iniziativa del Manifesto

Sessantotto, mon amour

di F. C.

il manifesto, 4 febbraio 1998

Scanditi dal sistema numerico decimale, siamo incalzati dagli anniversari, oramai divenuti un genere giornalistico. Non solo il giro di secolo e di millennio dunque, ma anche tutto quanto sia divisibile per dieci. E' un artificio dei numeri, ovviamente, ma è anche un'occasione del pensiero. Così il "manifesto" e la sua casa editrice, la "manifestolibri", hanno deciso di affrontare i trent'anni dall'anno 1968.

Trent'anni non sono poca cosa: ne passarono meno tra la fine della Prima Guerra Mondiale e la seconda. E i giovani studenti che nel '68 interrogavano i partigiani, si trovarono di fronte spesso a dei quarantacinquenni, che pure a loro apparivano così vecchi e distanti.

Per questo giornale, che negli anni immediatamente successivi al 1968 cercò anche di essere movimento politico e partito parlamentare (per fortuna senza successo), quell'anno è, alla lettera, fondativo. Senza gli studenti e gli operai, i pugni alzati di Smith e Carlos a città del Messico, il Vietnam e la Cina, non ci sarebbe stato probabilmente il manifesto. E l'invasione di Praga da parte dei carri armati sovietici diede la spinta decisiva all'uscita (all'espulsione, alla radiazione) dal Partito Comunista.

Ma non del "manifesto" si tratta di discutere. Semmai di che cosa il '68 rappresentò allora e dopo. Già l'anno scorso è capitato infatti che innocenti e abbastanza fedeli fedeli ricostruzioni di quegli anni facessero saltare i nervi agli editorialisti del "Corriere della Sera", senza che il suo sessantottino direttore si scomponesse. Prima un filmato televisivo, poi la videocassetta dell'"Unità", fecero gridare allo scandalo perché non si prende abbastanza le distanze, perché non si critica abbastanza lo «stalinismo della democrazia di base».

Così facendo questi intellettuali non fanno un buon servizio alla storia, ma soltanto piegano le proprie parole alle esigenze dello schierarsi politico nell'oggi. C'è bisogno invece di rimettersele davanti, quelle parole e quelle idee, quei suoni e quelle immagini, prima per capire che per giudicare. Prima per leggere dentro la società italiana che per dichiararsi tutti liberal-democratici.

Ecco dunque la nuova impresa editoriale - e dunque politica - del "manifesto": un archivio del '68 a scala internazionale, fatto appunto di testi, quelli che non sono andati persi, ma anche dei filmati e delle foto, dei suoni e delle voci di quell'anno.

Si tratterà di una molteplicità di prodotti, poiché fortunatamente l'evolversi dei mezzi di comunicazione mette a disposizione anche altri linguaggi che non siano solo la pur preziosa parola scritta.

Dunque articoli, certo, e libri, senza dubbio. Ma anche un disco digitale, un Cd Rom che sta andando in distribuzione in questi giorni e che sarà disponibile a partire dal 16 febbraio.

Ma anche un insieme di pagine elettroniche depositate su di un computer collegato alla rete Internet: un sito Web in evoluzione continua, nucleo di un archivio online cui hanno aderito diversi centri di ricerca storica europei,

L'opera è a più mani e più voci. Ci sono quelle del consorzio europeo che l'ha progettata e ci saranno soprattutto quelle delle donne e degli uomini che vorranno depositare i loro materiali di allora, oppure anche e soltanto i loro ricordi: di come quell'anno cambiò la propria vita, o di come li rese degli sbandati inguaribili perché irrimediabilmente ammalati di politica, nel senso migliore della parola.

Ci si confronterà dunque, con tutta la calma e la processualità del caso, con le ipotesi storiografiche correnti. Due soprattutto, che schematicamente si possono indicare come la rivoluzione mancata e come la grande modernizzazione.

La prima, che ha una versione di sinistra e una reazionaria, parla dell'ultima rivoluzione possibile del '900, che fu anche l'unica a scala incredibilmente mondiale.

La seconda benevolmente riconosce ai protagonisti di quegli anni, il merito, loro malgrado, di aver realizzato non già una rivoluzione, ma uno svecchiamento importante delle società occidentali. Non per caso alcuni di quei protagonisti stanno oggi nei posti importanti della politica e del giornalismo. O addirittura sono presidenti degli Stati Uniti. O dirigono importanti aziende di software come Real Networks.

Che un 'idea editoriale di questo tipo sia stata riconosciuta meritevole di (parziale) finanziamento dall'Unione europea, all'interno dei progetti che vogliono valorizzare il "patrimonio culturale" europeo, è in fondo è la testimonianza anche di questo: il 1968 fa da radice e substrato non solo al "manifesto" - che sarebbe poca cosa, se non per noi e per i nostri lettori - ma alla società occidentale d'oggi.

Vale dunque la pena di capire meglio e di pensarci su.

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www.media68.com | febbraio 1998