SAGGI.
Da Tommaso Moro alle tragedie del Novecento. Perché non possiamo rinunciare a un sogno

E se rivalutassimo l'Utopia?

di ARTURO COLOMBO

il Corriere della Sera, 8 marzo 1998, pag. 32

L'utopia.
Rifondazione di un'idea e di una storia.

Arrigo Colombo
Edizioni Dedalo
pp. 452, L. 45.000


Utopista, nel linguaggio comune, è sinonimo di visionario, di acchiappanuvole: insomma, uno che insegue l'impossibile, che si illude di poter costruire il paradiso in terra. E invece, a rivalutare il termine «utopia» (che risale ai primi del '500, neologismo inventato allora da Tommaso Moro per descrivere la straordinaria isola chiamata Utopia, ossia «non luogo», dove si viveva davvero uguali, liberi e felici), insiste da tempo uno studioso dell'Università di Lecce, il professor Arrigo Colombo, fondatore e direttore di un singolare «Centro di ricerca sull'utopia» e autore di un libro-manifesto dal titolo didascalico e perentorio, L'utopia. Rifondazione di un'idea e di una storia.

La tesi, che Colombo argomenta e sviluppa attraverso un percorso storico e intellettuale, che parte dal messianismo ebraico, chiama in causa Platone, prosegue col messaggio cristiano e si dipana, via via, fino ai giorni nostri, è molto semplice e, insieme, altrettanto ambiziosa.

Anche se molti, troppi, arricciano il naso o fanno addirittura gli scongiuri, appena ripensano alle conseguenze, degeneri e perverse, di certe sedicenti «utopie realizzate», come il comunismo di staliniana memoria o il nazismo del Terzo Reich, Colombo replica convinto che «l'utopia è il grande tema del nostro tempo», perché finora ogni sistema politico, economico e sociale non è stato in grado di togliere di mezzo le grandi vergogne della discriminazione, del totalitarismo e della repressione, che continuano a dominare in tanti Paesi del mondo, non solo nelle regioni povere e sottosviluppate dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina, ma anche in varie zone nel cosiddetto Occidente opulento.

Rimedi? Serve poco esaltare l'attuale modello capitalistico, e meno ancora contrapporgli il revival di un neo-comunismo riveduto e corretto; occorre scegliere una «terza via» e impegnarsi a costruire insieme quello che Colombo definisce «il progetto della società di giustizia», che impone - o almeno presuppone - di mettere da parte le gelosie nazionalistiche, i separatismi, i particolarismi, in vista di quella comune «grande impresa umana» che per diventare operante esige si diffonda e si applichi dovunque la pratica dell'uguaglianza di diritti, l'esercizio delle pari libertà, e un fertile spirito di collaborazione, al di là delle differenze di razza, di sesso, di classe, di ideologia, di credo religioso e politico.

Certo, se verifichiamo attorno a noi, attraverso l'occhio implacabile di certi mass media, lo spettacolo continuo di lotte fratricide, di violenze diffuse, di miseria, fame e degrado, ci sembra francamente impossibile che una simile «utopia del benessere e della giustizia» abbia qualche probabilità di successo. Eppure il coraggio e il pathos, con cui Colombo non rinuncia a indicarci nel «processo di umanizzazione» la difficile via del rinnovamento, impongono a ciascuno di noi di riflettere sul «come uscire» dalla contraddizione e dagli squilibri di cui è pieno questo inquietante mondo contemporaneo. E del resto, già negli anni '20 Giovanni Amendola non ci aveva ricordato che spesso l'ora più buia della notte è la più vicina all'alba?

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www.media68.com | febbraio 1998