NAUTILUS

Era il Sessantotto e la massaia indossò la minigonna

di BENIAMINO PLACIDO

La Repubblica, 8 marzo 1998, pag. 36

Nel marzo del 1991 - non ricorreva nessun decennale, nessun ventennale - il mensile francese Magazine Littéraire dedicò un numero monografico al filosofo Jacques Derrida. Ed alla sua "déconstruction de la philosophie".

Non ricorreva nessun decennale, nessun ventennale del '68 (di cui ricorre oggi invece - lo ricordo - il trentesimo anniversario): eppure, nell'intervista di apertura, la rivista chiese al filosofo che cosa ne pensasse di quell'anno. Che del resto aveva vissuto dall'interno - anche se con distacco - nell'Università parigina.

Più precisamente, gli chiesero se il maggio francese rappresentasse un evento filosofico ("un événement philosophique"). Jacques Derrida rispose che lui tanta simpatia per quel movimento - e per tutti i movimenti euforici, spontanei, di massa di quel tipo - in realtà non ne provava ("Je ne crois jamais à ces choses"...). E che tuttavia sì, un suo valore "filosofico" ce l'aveva, ce l'aveva avuto.

Sembrava forse eccessivo (certamente lo era) però altrettanto eccessivo ci sembra oggi l' atteggiamento di spocchiosa sicumera, di sprezzante indifferenza che da varie parti investe quell' anno singolare. Quel singolare fenomeno che è esploso tutto insieme, in tutto il mondo. E i cui effetti non si sono ancora esauriti. Non pare. Anche se facciamo un'enorme, irritata fatica a vederci chiaro. Nelle sue motivazioni vere.

Il "Maggio francese", continuava Derrida, è uno di quei momenti rari, irrefrenabili, probabilmente inspiegabili in cui l'umanità si rende conto all'improvviso del carattere convenzionale delle nostre istituzioni. Di tutte le nostre istituzioni. Professori e studenti si danno del lei: ma è una convenzione, una convenzione soltanto. Chirurghi e portantini si danno del lei anche loro, negli ospedali. Ma non è una convenzione anche questa? Perché non cambiarla? Perché non cambiarle tutte le nostre regole istituzionali: cosa stiamo aspettando?

Salvo ad accorgersi, dopo aver fatto anche un solo passo, che tutte (tutte) le nostre regole di condotta convenzionali sono. Non possono mica essere altro. Dal cielo non vengono. E tuttavia siamo portati a viverle come se avessero un valore assoluto. Proprio per poterle utilizzare con tranquillità.

Perché si verificò proprio allora, la rottura? Ancora Derrida: queste rotture si verificano quando le nostre cose, le nostre istituzioni - le nostre convenzioni, suvvia - si inceppano, vanno in "panne". Allora si scende dall'automobile, si guarda dentro il cofano e si esclama: ma come è messa male questa molla. Come è sistemata male questa leva. Qui bisogna fare (rifare) tutto daccapo.

Chi è capace di interrogare ancora la memoria di quegli anni (se ne ha una) si sorprende a trovarvi una sensazione strana. Anche sfuggente. Ma incombente. Ma ingombrante. Un'imperiosa, oltre che improvvisa ondata di giovinezza. Il mondo si era rifatto giovane. E offriva a tutti la possibilità di rifarsi giovani, a loro volta.

Che ci voleva? Bastava negare la "convenzione" che separava il destino di un ventenne da quello di un venticinquenne, da quello di un quarantenne. Ed ecco il burocrate, il manager quarantenne che d'improvviso ringiovaniva e si metteva a suonare la chitarra. Ecco la madre di famiglia quarantenne che si scrollava di dosso - d'un colpo - il peso delle faticose abitudini familiari e provava le minigonne. Con quel che alle minigonne in quel periodo si accompagnava: in termini di spregiudicatezza e di disinvoltura.

Se si guarda all'ossessione giovanilistica di oggi, che si avvale anche di espedienti cosmetico-chirurgici, e ci si chiede di dove viene fuori, ci si deve rispondere che viene fuori di lì - da quell'anno, da quel movimento - anche se non si ha nessuna voglia di confessarselo.

Se si va a spiare nel cinema americano di quegli anni si scopre che c'era già sta to qualche segnale premonitore. Nel 1966 era uscito Operazione diabolica di John Frankensheimer. Dove si incontra un uomo d'affari newyorchese di mezz'età che si fa cambiare la faccia, si fa cambiare l'identità, si fa passare per giovane (molto più giovane di quel che è) e va a vivere mescolandosi con i giovani - già scatenati - del tempo. Con loro improvvisa orge al grido (grottesco, invero) di "Bacco, Evohé!". Un film non riuscitissimo, ma che è stato (e rimane) un oggetto di culto per i consumatori della televisione notturna.

Chi fruga nella letteratura americana minore di quegli anni vi trova un romanzo come The Arrangement di Elia Kazan (assai più noto come regista cinematografico) che è un lungo, irrisolto, disperato spasimo messo sul dorso di un banale businessman che però vuole, disperatamente vuole cambiare vita, città, donna. Affrontare un'esistenza più nuova e più vera (chissà se poi c'è, da qualche parte).

Tanti tentativi, e poi la stanchezza. Nel 1981 esce in America Gli amici di Georgia di Arthur Penn. Georgia è una tipica ragazza Anni '60. Intorno a lei di continuo riecheggia la canzone Georgia on my mind di Hoagy Carmichael (quello di Polvere di stelle, per intenderci). Dopo tante tensioni, dopo tante emozioni è proprio lei Georgia a dire: "Sono così stanca di essere giovane; tutti, tutti vogliono essere giovani, oggi".

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www.media68.com | febbraio 1998