A TRENT'ANNI DAL SESSANTOTTO
Il primo marzo avvenne all'improvviso il primo scontro tra studenti e poliziotti

Festa, fuoco e botte ricordando Valle Giulia

di LUCA VILLORESI

La Repubblica, 1 marzo 1998 pag. 32

Le idee dei ragazzi erano in realtà molto variegate. C'erano i maoisti, ma anche i cattolici o i socialisti.

I combattimenti furono cruenti ma ingenui. E un maresciallo gridava disperato «La Seicento, no!»

Era una gran bella giornata. Su questo non c'è dubbio. I testimoni sono tutti d'accordo. E a questo particolare riconducono quasi sempre l'avvio del proprio racconto, come se quella circostanza meteorologica, ancora così ben fissata nella memoria a trent'anni di distanza, potesse avere in qualche modo condizionato il corso degli eventi.

Chissà se il primo di marzo del 1968 a Roma fosse piovuto... Invece quel venerdì il sole splendeva e l' aria frizzava di tramontana. E la storia del Sessantotto, da qualsiasi parte la abbordiate, si ritrova a fare i conti con la cronaca di una giornata che l'epica rivoluzionaria ha celebrato con il nome di "battaglia di Valle Giulia".

Dunque, c'era il sole. Tutti d' accordo. E non è poco. Perché da questa constatazione in poi il resoconto dell'evento collettivo perde ogni parvenza di oggettività per frantumarsi in una miriade di rimembranze individuali, parziali e concitate come del resto, il giorno dopo, appariranno i verbali della questura e i rendiconti dei giornali.

Il fatto è che quell'esplosione prese tutti alla sprovvista. E questa, in fondo, resta l'essenza di quell'avvenimento: una battaglia, sì, ma totalmente improvvisata e scomposta nel caos di cento combattimenti corpo a corpo. Niente a che vedere con ciò che avverrà di lì a poco, con gli scontri preparati a tavolino dagli stati maggiori e guidati dai servizi d'ordine, con la violenza organizzata dello champagne molotov e della compagna P 38. Tanto che alla fine di quella sommossa, che pure conterà più di duecento feriti, la prognosi più grave non supererà i 35 giorni.

Non che il '68 non fosse già in marcia prima di quel primo marzo. Anzi. Il movimento che avrebbe scosso la società occidentale aveva dato abbondanti segni di sé nei mesi precedenti: un ribollire, espresso più dalla musica che dai testi del marxismo, che saldava le marce di protesta contro la guerra del Vietnam e la minaccia atomica alle prime contestazioni della famiglia e della morale "borghese".

Nei licei e nelle università i giovani, con la conquista dell' assemblea, avevano appena scoperto il diritto di parola. E la vera scintilla di Valle Giulia era scoccata il pomeriggio precedente, quando il rettore dell'ateneo romano aveva chiamato la polizia per ristabilire l'ordine minacciato dagli studenti che, occupate le aule, rifiutavano il voto e chiedevano di sostenere gli esami anche su argomenti diversi da quelli fissati dai programmi.

Proprio per protestare contro quell'intervento, la mattina dopo, quattro o cinquemila ragazzi, medi e universitari, si erano riuniti a piazza di Spagna e avevano deciso di raggiungere la facoltà di Architettura, presidiata da duecento uomini, tra polizia e carabinieri. Sia tra le forze dell'ordine, sia tra i giovani nessuno immagina quello che sta per accadere.

Nei giorni precedenti, sotto il Palazzo di Giustizia di piazza Cavour, gli studenti che chiedevano la liberazione di alcuni compagni arrestati erano stati manganellati. Ma tutto era finito lì, nello spazio di dieci minuti. Invece quando, poco prima delle undici, gli agenti caricano le prime file della manifestazione che è arrivata sotto Architettura lanciando un paio d'uova e gridando "Poliziotti andatevene a casa!", avviene qualcosa di totalmente nuovo. Gli studenti reagiscono. Con una rabbia sconosciuta.

E' un caos. Di cui, si diceva, ogni protagonista ricorderà confusamente un suo piccolo spicchio, filtrato dalle emozioni prima che dall'intelletto. E non solo perché certi punti di vista erano ovviamente opposti: basti pensare a quello dei "celerini", accanto ai quali nei giorni seguenti, scatenando una delle sue più celebri polemiche, si schiererà Pier Paolo Pasolini.

Il fatto è - e questa resta un'altra delle peculiarità fondamentali di quella giornata - che anche dalla parte dei ragazzi le idee , per quanto cementate da un invisibile collante, sono estremamente variegate. Nel corteo non ci sono solo i maoisti, i giovani del Pci, i cani sciolti della sinistra. Ci sono anche i cattolici, i liberali, i repubblicani, i socialisti, via via fino alla destra della Primula goliardica e di Caravella.

L'alchimia è arcana. Ma quella mattina, sarà per il vento di tramontana, la miscela esplode. Gli studenti all'inizio si difendono con tutto quello che hanno sottomano, roteano le cartelle, lanciano i libri. Poi divelgono il selciato e le panchine, si armano di bastoni e sampietrini, partono al contrattacco, riconquistano posizioni.

L'escalation è rapida. E il fronte della mischia, man mano che da una parte e dall'altra, dalle scuole e dalle caserme, affluiscono rinforzi, si allarga disperdendosi tra i prati di Villa Borghese, il viale delle Belle arti, le scalinate della Galleria nazionale d'arte moderna. Il fumo bianco dei lacrimogeni si confonde con quello, nero, delle camionette incendiate. E l'eco delle urla e delle sirene si allarga tutto attorno, per chilometri e chilometri.

I combattimenti sono cruenti. Eppure ingenui. Come il vecchio maresciallo, fedele servitore di uno Stato ancora parsimonioso, che implora disperato "No! La Seicento no! Ce l'hanno appena consegnata!" cercando di fermare il cerino (altro piccolo ricordo di un'Italia scomparsa) che sta per appiccare il fuoco alla benzina dell'auto blu nuova di zecca. O come gli studenti che, conquistato l'atrio di Architettura travolgono, sfiorando la tragedia, anche un poliziotto terrorizzato che spiana la pistola intimando inutilmente il suo "Fermi tutti o sparo".

Per chiudere la battaglia, che dura fino al pomeriggio, devono intervenire un migliaio di agenti, con decine di camionette e gli idranti che sparano acqua e ammoniaca. Alla fine si contano 144 feriti tra le forze dell'ordine, 47 tra gli studenti (ma la maggior parte dei giovani evita di farsi curare in ospedale). I fermati sono 228; di cui però - particolare che scatenerà altre polemiche - solo quattro vengono arrestati.

Il bilancio di quella giornata, tuttavia, non è certo riassumibile in questi dati. Né negli otto automezzi bruciati, o nelle cinque pistole rubate agli agenti, come in seguito vorranno ricordare le letture militari di quegli avvenimenti. Valle Giulia è sicuramente un passaggio cruciale nel rapporto del Sessantotto con la violenza. E, in un movimento ancora ampiamente venato di pacifismo e aperto alle posizioni più moderate, l'esaltazione di quello scontro contribuirà non poco a rafforzare le tendenze che spingono verso una radicalizzazione della lotta, vuoi in nome della costruzione di un partito di stampo leninista, vuoi, più semplicisticamente, in nome della teoria del ciclo "repressione-mobilitazione", secondo la quale a ogni azione violenta dello Stato corrisponde una reazione delle coscienze e quindi ben vengano gli arresti e le manganellate.

Valle Giulia, però, è davvero qualcosa di più. Un simbolo, che ognuno riempie di ciò che preferisce. E uno spartiacque. Basta riguardare le foto. Tra le immagini di quel primo marzo, rigidamente in bianco e nero, e quelle di tre o quattro anni dopo si direbbe esista una distanza maggiore di quella che corre, ad esempio, tra il '77 e l'oggi.

Si vedano i poliziotti, impastranati nei cappottoni e vestiti, noterà Pasolini, "come pagliacci, con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio, fureria e popolo". E si vedano i ragazzi. Il look, come l'eskimo, è una parola che ancora nessuno conosce. Quei giovani, che nessuno saprebbe ancora assegnare dal semplice aspetto alla destra o alla sinistra, hanno le sfumature alte, la giacca e la cravatta, le scarpe coi lacci; il massimo della trasgressione è un giubbotto, un montgomery, un giaccone blu alla marinara. Sono il Sessantotto; ma ancora non lo sanno.

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www.media68.com | febbraio 1998