Quel che bisogna sapere per difendersi dalla nostalgia dei reduci di Ruggero Guarini
Va da sé che il Novantotto sarà l'anno del Sessantotto. Lo esige la legge degli anniversari, che impone di onorare i trentennali con speciale solennità. E' dunque doveroso prepararsi a fronteggiare i copiosi frotti di ricordanze, rievocazioni, rivisitazioni, revisioni, reinterpretazioni, rielaborazioni, riesami, riepiloghi, riletture rimpianti e talvolta perfino rimorsi che per tutto l'anno inonderanno il Paese sprizzando impetuosi dagli inesauribili archivi della sempre spumeggiante memoria sessantottesca.
Sarà una memorabile alluvione. Più memorabile, forse, dell'evento da commemorare. Giacché oggi, in Italia e nel mondo, non c'è forse personaggio più ricordevole e produttivo di scritti e discorsi rimemorativi dell'ex sessantottino. E' dunque appunto a lui che diamo la parola in questa intervista immaginaria su quelli che furono allora, e spesso sono tuttora, i suoi principali miraggi.
Domanda. Quale fu, a tuo parere, l'aspetto più entusiasmante del Sessantotto?
Risposta. Direi senz'altro l'usanza, allora molto diffusa nei nostri gruppi, di stare tutti insieme dalla mattina alla sera e, nelle grandi occasioni, anche dalla sera alla mattina. Non ci ha ancora sfiorato l'idea che in quello stile di vita potesse esprimersi un possente anelito a un'esistenza di specie armentizia. Non ci ha ancora trafitto il dubbio che quel bisogno di scomparire in un branco potesse scaturire dall'incapacità di starsene ogni tanto solo soletto con sé stesso. Non ci ha ancora raggiunto il sospetto che un po'di allenamento alla vita solitaria possa essere indispensabile alla formazione di un carattere decente. Non abbiamo ancora capito, insomma, che chi da ragazzo non impara a sostenere, quando occorre, il peso della solitudine, non conquis6terà mai uno straccio di indipendenza intellettuale e morale.
Quel vostro ideale di vita fraterna non impedì, tuttavia, che nei vostri gruppi si sviluppassero lotte anche molto aspre per la conquista della leadership.
Ammetto che queste miserie si verificarono talvolta anche da noi. Ma più spesso ci furono risparmiate da una specie di armonia prestabilita fra l'eccezionale attitudine al comando di alcuni di noi e la meno speciale attitudine degli altri membri del branco a riconoscere quasi d'istinto i propri capi. Ecco perché non di rado, fra certi nostri leader e certi loro seguaci, germogliavano rapporti che a una mente grossolana potrebbero anche sembrare di specie, come soleva dire uno certo psicoanalista austriaco, Wilhelm Reich, gregaristica autoritaria. Essi erano invece rapporti di amore. E se alcuni gregari, col trascorrere degli anni, pieni di invidia e di risentimento, finirono per odiare quei leader che avevano un tempo idolatrato, ciò non fa che confermare, appunto, che li avevamo molto amati.
Quale fu il più nobile sogno, tuo e dei tuoi amici?
La produzione di massa della felicità per via politica e statale. Un nostro famoso "magister" annunciò appunto l'avvento di un'era basata su "un lavoro scientifico politicamente motivato e immediatamente collegato alla produzione di felicità per tutti" (Toni Negri, Il comunismo e la guerra). Seguiva questo appello appassionato: "Legare insieme la produzione, innovazione e amministrazione nella logica della liberazione dal lavoro. Nella speranza, nella felicità vicina. E' un passo: facciamolo". Certo non tutti noi ci mostrammo, nella teoria e nella prassi, all'altezza di questo progetto. Ma nemmeno cedemmo all'idea che la felicità, non essendo esattamente un articolo di consumo, non si sa mai bene quando arriva, da dove venga e perché venga, e che perciò la politica, non potendo fare proprio niente né per darcela né per togliercela, deve lasciarla perdere, e impicciarsi soltanto del nostro benessere.
Tu e i tuoi compagni vi siete sempre vantati di aver espresso "valori" e "ideali di un'intera generazione. Non è una pretesa eccessiva?
So bene che una generazione, in un Paese di oltre cinquanta milioni di anime, comprende almeno 15 milioni di individui. Di quell'immenso popolo di giovani, nella pentola del Sessantotto, si tuffarono invece3 soltanto alcuni drappelli d'avanguardia. Una frazione certo numerosa e rumorosa ma, come più volte da allora il sismografo elettorale si è incaricato di ricordarci, decisamente minoritaria. Da questo nostro impiego abusivamente esteso della parola "generazione" si può comunque dedurre che cosa pensiamo in cuor nostro di quei molti milioni di ragazzi che in quegli anni, per continuare a lavorare e a studiare, nonché a spassarsela un po', si mostrarono sordi all'appello della storia, che esortava anche loro alla contestazione globale: essi non sono che feccia.
"Contestazione globale": quale effetto ti fa oggi questa espressione, così celebre trent'anni fa?
Con lei rivelammo a noi stessi e al mondo il nostro destino di Angeli della Luce votati a un'impresa di rigenerazione universale, e per ciò steso pronti a cimentarci in una zuffa estrema e micidiale con gli Angeli delle Tenebre. Non ci scoraggiava l'idea che quello del Contestatore Globale sia il solo mestiere al mondo che non richieda, per poter essere esercitato con la necessaria audacia, alcuna conoscenza relativa ai mezzi idonei a conseguire gli obiettivi annunciati da chi lo pratica. Non ci turbava il pensiero che la vastità della nostra ambizione potesse sgorgare dall'onesto desiderio di non apprendere alcun mestiere. Non ci avviliva, insomma, la stolta e meschina malizia di chi osava insinuare che un così magnanimo progetto può venire in testa solo a chi, non sapendo far niente, vuole distruggere tutto.
Quali altre espressioni di quel tempo ti commuovono ancora oggi?
"proibito proibire". "L'immaginazione al potere". "Fate l'amore, non la guerra". "Siate realisti: chiedete l'impossibile".- "Vogliamo tutto". "L'assalto al cielo". "Brucia, ragazzo brucia". Ma questi slogan li ricordano tutti. Nessuno invece ricorda la frase che più mirabilmente riuscì a esprimere in quegli anni la nostra volontà di coniugare politica e poesia. Essa non fu concepita da uno d noi ma da un giovane filosofo che si sforzò di capirci. Vi si enuncia quanto segue: "Afferrare le stelle che come lacrime cadono dal firmamento mai sognato dall'umanità è il compito del comunismo" (Giorgio Agamben). Che cosa dicono queste soavi parole? A qualche mio rozzo compagno sembrò che non dicessero proprio niente. A me invece hanno sempre detto, e continuano a dire, che il compito del comunismo è di rendere tutti felici.
Quali erano i tuoi principi morali?
Nessuno ha mai colpa di niente. La colpa è sempre di qualcun altro. Anzi di qualcos'altro. Del sistema, della società, della fam9glia. Eravamo troppo colti e intelligenti per condividere il volgare pregiudizio secondo il quale ognuno, criminale o santo, sarebbe responsabile dei propri atti. Troppo sottili e profondi per immaginare che qualcuno, canaglia o galantuomo, possa essere colpevole, nonché di quello che fa, persino di quello che è. Eravamo, soprattutto, troppo umani e delicati per approvare l'oscena pretesa dei comuni consorzi umani di proteggere il proprio equilibrio segregando in appositi luoghi i soggetti proclivi a quei comportamenti che la maggioranza dei loro membri non ritiene di poter tollerare. Questa era ed è tuttora la mia Etica. Che è del resto perfettamente conforme allo spirito di un tempo che ci vuole tutti coscienziosamente incoscienti.
E le tue tesi storiche?
Sono piuttosto orgoglioso di aver demolito, già trent'anni fa, la sciocca leggenda secondo la quale la storia d'Italia , dal dopoguerra ad oggi, sarebbe stata il risultato di alcune libere scelte civili, politiche ed elettorali dei suoi cittadini. Noi fummo infatti i primi a scoprire che essa era invece, da cima a fondo, il prodotto di un interminabile complotto criminoso, e che perciò, sotto sotto, fummo a lungo governati dalle Multinazionali, dalla Mafia e dalla Cia. Proprio questa del resto è la tesi che, grazie ad alcuni plotoni di insigni magistrati, è diventata la piattaforma teorica della presente Repubblica Giudiziaria. Di questo inatteso successo delle mie idee presso le più apprezzate procure di oggi è giusto che io vada fiero. Io stesso perciò mi stupisco che nessuno di noi abbia ancora osato rivendicare, su questa teoria storiografica, i diritti d'autore.
Che rapporto credi che ci sia fra i sogni utopistici del Sessantotto e il successivo terrorismo degli anni di piombo?
Nacquero entrambi dalla cultura politica di quel tempo. Ho già dichiarato più volte che in quella cultura non mi riconosco più. Non però che essa mi sembri in se stessa insensata, ma perché so che oggi non ci sono più le condizioni oggettive che allora la resero sensata. Dal che devo dedurre che, se e quando quelle condizioni tornassero a presentarsi, potrei tornare a trovarla sensata. Sembra del resto che, in base allo stesso argomento, dovrei riconoscermi in tutte le atrocità della storia, giacché è evidente che, essendo ogni cosa il prodotto di condizioni oggettive, tutte dovettero comunque sembrare perfettamente sensate a coloro che le perpetrarono. So bene che questo modo di ragionare viene a volte definito, "giustificazionismo storico". Ma io non riesco a concepirne altri.
Parliamo infine delle tue grandi conquiste. Puoi ricordare quelle di cui sei più fiero?
La lista comprende il divorzio, la liberazione sessuale, il fermento studentesco, l'autunno caldo, la chiusura dei manicomi, la critica delle carceri, i successi del femminismo, il tramonto della famiglia patriarcale e, al limite, le trasformazioni del costume avvenute in quella felice stagione e in quella successiva. So bene che c'è chi pretende che queste nostre conquiste furono invcece altrettante vittorie del nostro astuto avversario. Cioè di quel Capitalismo che, tutto scuotendo e sovvertendo nella sua inarrestabile marcia, avrebbe mostrato di essere il solo soggetto davvero rivoluzionario del nostro tempo. Così rivoluzionario che, pur di incrementare il suo sviluppo, non esitò a incoraggiarci a sferrare un bel calcio asinino ad alcune istituzioni moribonde, che oramai costituivano un ostacolo alla sua espansione. Ma questa è una favola tendenziosa.
www.media68.com | febbraio 1998
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