DISCUSSIONE- Su «Panorama» Sofri accusa gli ex compagni sessantottini

Intellettuali, la viltà quotidiana
«Pusillanimi e delatori, come in una tirannide»

di MARIO BAUDINO

La Stampa, 28 febbraio 1998 pag. 24

E'una viltà nei tempi di pace e di benessere, una viltà "banale" che porta gli intellettuali, gli uomini di cultura e di comunicazione, a comportarsi come se agissero all'interno di un regime totalitario anziché di una democrazia. E' una viltà nascosta, che bisogna guardare in faccia con decisione: per esempio ora che si celebra il Sessantotto, ora che a 30 anni dalla rivolta giovanile è in corso la "cerimonia di commemorazione". Una commemorazione truccata, lascia intendere Adriano Sofri dal carcere, scrivendo la sua rubrica settimanale per Panorama.

L'ultimo "sessantottino" in galera (insieme con Bompressi e Pietrostefani) per una condanna che ritiene ingiusta e per un delitto, l'omicidio Calabresi, per il quale si è sempre dichiarato innocente, prende spunto dagli articoli che Paolo Mieli scrive sulla Stampa, la domenica, e li usa come tessere d'un mosaico. Ricorda quello su Ovidio, o l'altro sull'"ecumenica accoglienza fatta dal pci di Palmiro Togliatti, all'indomani della guerra, a un novero di esponenti fascisti e repubblichini", o ancora quello dedicato all'eccidio di ebrei pisani nel '44, per individuare in tutti il desiderio intanto di parlare anche del presente, e poi di mettere a fuoco il rapporto fra potere e pensiero, fra la cultura invisa al potere e le strategie che essa elabora per "enunciare la verità senza soccombere alla persecuzione".

Ma tutto questo vale in un regime totalitario, in una tirannide. Perché allora, si chiede Sofri, assistiamo spesso agli stessi stratagemmi nella nostra democrazia, dove "non si rischia la pelle né (salvo eccezioni) la galera, né il lastrico"? Che cosa nasconde "il mistero di pusillanimità e delazioni fini a se stesse - alla vanità, alla carriera, al denaro", insomma, la viltà spicciola? "Per dirne una, capiremmo poco, senza quella viltà spicciola, del Sessantotto, alla cerimonia di commemorazione". L'accusa è chiara, proprio nell'ultima riga dell'articolo. E investe una generazione, la sua, usando il "metodo Mieli" per rinfacciare agli intellettuali del '68 un comportamento comprensibile al più per intellettuali costretti ad agire in regimi totalitari.

Andando un passo oltre, si può leggere in questo scritto di Sofri il disagio per una "riscrizione" del '68 come fosse stato un lontano evento preparatorio all'oggi, al "regno dell'Ulivo" come appunto "cerimonia di commemorazione"? Una riscrizione fatta dai suoi stessi protagonisti? La risposta del politologo è cauta. Ernesto Galli della Loggia, ad esempio, ci fa osservare come in fondo il processo di semplificazione e selezione della memoria sia una costante storica. La verità, o un'altra verità, sarà pure nei dettagli, ma sono proprio questi a essere tagliati nella "ricostruzione".

La versione-standard del passato è forse un risultato inevitabile. Ma a questo meccanismo si aggiunge in Italia la particolare "dittatura della maggioranza", per usare una celebre espressione di Tocqueville, ovvero "una forte propensione a obbedire alle dittature delle maggioranze politiche e culturali, che stabiliscono quale sia la verità di un evento". E' questa la propensione a quella che Sofri definisce "viltà"?

Galli della Loggia vede il meccanismo, ma non, per ora, una sorta di riorganizzazione del '68 in funzione del nuovo assetto politico del Paese. O almeno, non ne coglie i segni, mentre Enrico Deaglio, dalla tolda del suo Diario, insiste nel leggere in Sofri la rivendicazione dell'atto di rottura costituito dal '68. "E ha ragione: fu una stagione breve e fu una rottura col vecchio mondo, la famiglia, l'autorità. Certo, in Italia alla fin fine non ha modernizzato un bel niente, a differenza che in altri Paesi. In Germania si può dire che da esso sono nati i Verdi, negli Stati Uniti c'è addirittura un Presidente come Clinton che rivendica la propria origine sessantottina, da noi invece c'è questa situazione assai ambigua in cui persone con un passato comune sono in tutti gli schieramenti e non hanno dato al Paese un'impronta appunto comune".

E c'è una "solitudine" di Sofri, che lancia una sorta di messa in guardia contro le "zone grigie" (per usare un'espressione di Primo Levi), quelle del compromesso col tiranno, che esistono anche in democrazia. Contro la "pappetta delle commemorazioni". "In fondo lui dice: io sono ancora qui, tengo la mia posizione, che non ho mai cambiato. Gli altri sono diventati una cosa diversa". Già, ma che cosa? Peppino Ortoleva, che sta per ripubblicare dagli Editori Riuniti - a maggio - una nuova edizione del suo libro sul '68, questa volta col titolo I movimenti del '68, non ha dubbi sui "comportamenti, più che pusillanimi, tutto sommato un po' irreggimentati". Ma il problema, sottolinea, è generazionale: "La nostra generazione è stata privilegiata, ha ottenuto incarichi e prebende che sono arrivate fino ai mediocri. A quelle successive non sono rimaste che le briciole. L'esempio è l'università: emblema assoluto dell'interiorizzazione di un sistema di regole ipocrita ma funzionale".

L'accusa di Ortoleva alla sua generazione è allora non tanto di viltà ma di "cinica accettazione dell'immobilità della situazione". Questo, spiega, vale per i concorsi universitari ma anche ad esempio per la Rai (lo ha scritto qualche settimana fa sul Diario).

Alla base di tutto c'è l'"accettare", per cinismo. Il risultato è una catastrofe: "Stiamo perdendo due generazioni". E se poi si devono fare i conti col '68, allora sono anche più complessi, perché quello italiano è durato di più e ha visto come attore molto importante sulla scena politica sociale il vecchio pci. "Che ha fatto da sponda, ha consentito il dialogo sociale. Poi, ha deciso di ''chiudere'' alla generazione della nuova sinistra, e ha provocato uno sconquasso senza precedenti. E infine ha 'riaperto'".

Il vecchio pci è anche il nuovo vincitore. Che forse ha riaperto e assorbito, riaperto e riscritto. "In qualche modo sì, però se guardiamo ad altre situazioni, per esempio nell'Europa del Nord, dove non è rimasto che qualche ghetto generazionale piuttosto invecchiato, magari misticheggiante, è meglio così". Professor Ortoleva, possibile che l'alternativa, a 30 anni dal '68, sia Ulivo o New Age? "Beh, mi sembra una semplificazione clamorosa. Però, se la mettiamo in questi termini, meglio l'Ulivo".

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www.media68.com | febbraio 1998