Capanna: ma il '68 non visse di solo Marx
di CESARE MEDAIL il Corriere della Sera, 24 febbraio 1998, pag. 31
Anche se oggi la parola suona male (apologia di fascismo, di reato) nel mondo antico l'apologia era arte nobile e meritoria: da quella di Platone in difesa di Socrate a quella di Apuleio accusato di magia, agli apologisti cristiani Giustino, Aristide, Tertulliano che nei primi secoli difesero la fede dalle accuse dei pagani. Così, quando dice che scrivendo Lettera a mio figlio sul '68 (Rizzoli), era suo intento «liberare il '68 dalla massa enorme di versioni false», Mario Capanna si cala nella veste dell'apologista laico: senza tessere l'elogio tribunizio degli «anni formidabili», si affida agli argomenti per dare il vero senso di un '68 oscurato da calunnie. Qualcuno obietterà che su 166 pagine, una soltanto, la 128, è dedicata a «errori e limiti del '68», ma sarebbe come chiedere a Giustino e Tertulliano di fare le pulci alle Scritture di fronte ai centurioni.
Trent'anni dopo, dunque, Mario Capanna (53 anni, ora fa l'ambientalista-pacifista) usa un genere letterario, la lettera al figlio, che lo mette al riparo dalla retorica dei reduci. Così può riflettere senza furori sulla dimensione epocale dell'evento; e ne coglie il senso nella rivoluzione prodotta nei rapporti umani dall'irreversibile spallata inferta all'autoritarismo. Infine, Capanna proietta il '68 nel Terzo Millennio, cercando di volgere in positivo, in tensione libertaria e costruttiva, la spinta antagonista della contestazione.
«Prima di allora, la ragazza che avesse tardato mezz'ora per cena si sarebbe presa come minimo due schiaffi», dice l'ex leader del Movimento studentesco, e aggiunge: «Ho cercato di far affiorare l'anima autentica di quel che accadde: l'insorgere di una spinta antagonista rispetto alle ideologie dominanti, insieme allo sforzo di produrre una propria visione del mondo che superasse le divisioni planetarie». Per esempio tra Est e Ovest. Chi, ai tempi, vedeva in Capanna un nipotino di Lenin, si stupirà nel leggere le molte pagine dedicate a Praga, al dissenso nell'Urss, alla Polonia; oppure che «'68 e '89 appaiono come qualcosa di ben più della semplice trasposizione rovesciata di due numeri», come a stabilire un nesso tra i ribelli di allora e il crollo del Muro. Si dirà che nei cortei c'erano miriadi di cartelli per Lenin o Mao e nessuno per Dubcek, ma Capanna è deciso: «Non è affatto vero, come vorrebbe un certo cliché, che l'orrizzonte ideale dei movimenti fosse caratterizzato da una prevalente ispirazione marxista. Questa era senz'altro presente, ma conviveva e si fondeva con altro».
Tra i frutti del '68 c'è anche la famosa «crisi delle ideologie»? «Intanto la crisi è relativa. C'è un'ideologia che avvolge la terra: quella dell'Occidente liberista, contro la quale ormai parla quasi soltanto un Papa conservatore sui temi sessuali, ma capace di denunciare il neocapitalismo selvaggio, il dramma dell'alimentazione o della guerra. Questo per dire che la spinta contestatrice non deve arenarsi in un mondo dove la logica del profitto ha triplicato in 30 anni il divario fra paesi ricchi e poveri».
Anche la crisi dell'ideologia comunista è cominciata allora? «Il '68 ha innescato a livello mondiale quello spirito critico che ha portato a rimettere in discussione tutto, partendo dalle ideologie a sostegno di strutture autoritarie».
Ma alla fine, il '68 ha vinto o perso? «Sul piano culturale ha vinto, entrando nelle vene della società: la febbre antipaternalista dilagò per contagio dalle famiglie agli uffici, fra donne, medici, magistrati, militari. Nessuno avrebbe più dato per scontata l'autorità senza consenso: statuto dei lavoratori e diritti civili furono gli effetti più concreti della scossa. Ma sul piano politico, il '68 non ha vinto, ancora...».
Davanti alla foresta di bandiere rosse, agli slogan che davano ai «borghesi ancora pochi mesi», qualcuno vide imminente la presa del Palazzo d'Inverno; ma se l'avessero preso, i contestatori avrebbero saputo cosa farne? «Non si lottava per conquistare il potere ma per contestare tutte le forme in cui esso era andato strutturandosi per dominare il mondo».
Nella pagina degli «errori», Capanna ammette «la preferenza per lo slogan duro», «atteggiamenti guerreschi» e «rivalità rissosa» fra gruppi. Quel «guerresco» rimanda alla violenza, alle spranghe, alle brutalità dei servizi d'ordine. L'ex leader non nega tutto ciò, ma rivendica l'origine non violenta e il comportamento pacifico del Movimento, che mutò solo dopo l'azione degli apparati dello Stato: «Nei primi mesi, gli attacchi sistematici a scuole, università occupate, cortei, destavano solo ingenua meraviglia. Fu solo dopo l'attacco poliziesco di Valle Giulia a Roma (1 marzo '68) che cominciò l'autodifesa. Mai, negli anni '68 e '69, i movimenti si sono organizzati per uccidere qualcuno».
Dopo qualcuno è stato ucciso, ma ormai era finita la stagione del Movimento ('68-'69) ed era iniziata quella dei gruppi. Capanna indica la data della svolta, 12 dicembre '69, strage di Piazza Fontana: «Fu la perdita dell'innocenza, per tutti. Per lo Stato che gettava la maschera, e anche per i vari movimenti presi dall'ansia di essere non tanto la "nuova sinistra", quanto la "vera" sinistra cercando le radici in quella storica. Questo mettere vino nuovo in botti vecchie non giovò al '68: lo spirito critico fece un passo indietro e la spinta si irrigidì. Fu un errore, nato però dalla necessità dei gruppi di durare di fronte all'opera di annientamento orchestrata dal Potere».
Tra i frutti del '68, Capanna annovera le vittorie elettorali delle sinistre nel '75 e nel '76, ma quando parla degli anni '90 con l'Ulivo al potere, il tono cambia: «Oggi la sinistra - accusa Capanna - si occupa di tutto, dalla rottamazione delle auto al ritorno dei Savoia, tranne che di mettere in piedi movimenti collettivi: quando le idee camminano sulle gambe delle persone si strappano risultati e conquiste. Quando gambe e idee stanno ferme, vi è passività, rassegnazione, conformismo, mentre oggi occorre concepire valori alti di trasformazione per rimettere in moto gambe, idee, speranze». Insomma, c'è un terzo millennio alle porte, buono per ricominciare; magari con nuovi sogni e altre bandiere.
www.media68.com | febbraio 1998
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AMARCORD. Il leader della contestazione studentesca ha scritto un libro in forma di lettera al filio. Con l'augurio di ricominciare nel 2000
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