Il Sessantotto? di DANIELA PASTI
La Repubblica, 12 febbraio 1998 pag. 25
L'ex leader milanese si lancia nella rischiosa operazione di fare la storia degli avvenimenti di cui è stato testimone e di dipanare il filo dell'intricata matassa.
Si ha un bel dire, ad ogni rievocazione, che del Sessantotto non se ne può più. La verità è che sotto uno strato di cenere le braci di quegli avvenimenti ancora bruciano. L'epica del '68, sia quella che lo vede in chiave tutta positiva, sia quella che lo condanna totalmente, non è legata solo all'amarcord di chi vi partecipò, magari da antagonista. Trova alimento anche e soprattutto nel fatto che non sono chiusi i conti con la lunga stagione di conflittualità che dal movimento degli studenti prese avvio, come una miccia prende fuoco da una scintilla.
Non è solo la vicenda giudiziaria di Sofri, Bompressi e Pietrostefani che impedisce ai tizzoni di raffreddarsi, in modo da poter essere esaminati con l'occhio non partecipe dello storico; le rivelazioni sullo stupro subìto da Franca Rame, con la probabile collusione addirittura dei carabinieri della divisione Pastrengo, scottano le sensibilità di oggi, ravvivano le emozioni e le passioni di ieri, riaprono il capitolo mai chiarito della violenza delle istituzioni dello Stato in risposta non tanto alla violenza espressa dal movimento studentesco e da quello operaio quanto alla domanda di cambiamento radicale nata da loro.
Così, a trent'anni di distanza, possono non essere un puro esercizio di nostalgia, di malinconico reducismo, le iniziative editoriali dedicate all'argomento: come il cd rom 1968, una rivoluzione mondiale prodotto da Media68 che istituisce anche un sito Internet (www.media68.com) per raccogliere e consultare materiali. E può non essere un lungo addio, anche se non manca il compianto per il grande freddo nel quale saremmo caduti dopo quegli anni formidabili, la Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna, (Rizzoli, pagg.170, lire 20.000), che porta in exergo una citazione da Seneca: "Che cosa, dunque, è il bene? E' la conoscenza della realtà. E il male? L'ignoranza".
E' un libro che, scrive l'autore, nasce da un piccolo episodio: la maglietta extralarge con 68 stampigliato sul davanti a lettere cubitali e circondato da un intrico di scritte minute che ricordano i principali avvenimenti di quell'anno. Mario Capanna, che l'ha avuta in regalo, non osa indossarla e la regala al figlio, che invece la mette con grande successo perché tutti i suoi giovani amici gli si affollano intorno per leggere e commentare le scritte. E' per loro, che non hanno vissuto quegli avvenimenti ma ne hanno sentito parlare, magari in maniera distorta, che Capanna racconta il '68: non quindi in chiave autobiografica, anche se non mancano i riferimenti autobiografici, ma lanciandosi in quella rischiosa operazione di fare la storia di avvenimenti di cui è stato testimone e in parte attore e nell'ancora più rischiosa operazione di dipanare l'intricata matassa sessantottina.
L'autobiografia è soprattutto all'inizio, quando, nella contesa fra Torino (palazzo Campana) e Milano (l'università cattolica) come culla della rivolta studentesca, Capanna sceglie decisamente Milano e le rivolte che lo hanno visto protagonista: "Il 27 ottobre 1967 viene ritenuto concordemente dai più la data di nascita del movimento studentesco italiano. Demmo vita, quel giorno, ad una assemblea affollatissima degli studenti, che si concluse decidendo di proclamare lo stato di agitazione all'interno dell' università". Dal capitolo che racconta gli scontri alla Cattolica fra il movimento degli studenti, i fascisti e il senato accademico, all'autunno caldo, al Viet-Nam, ai miti di quella generazione, alla repressione, il libro spazia a volo d'uccello sulla complicata trama di idee, di spinte, di soggetti che fecero il '68 in Italia e nel mondo. Semplificando, legando in un unico filo rosso il popolo vietnamita e le guardie rosse cinesi, gli studenti cecoslovacchi e quelli di Berkeley, in una difesa a oltranza dell' innocenza del movimento (come quando scrive che la reazione degli studenti agli sgomberi delle università operati dalla polizia era di "ingenua meraviglia"), non rinunciando a punte di lirismo: "In realtà il Sessantotto è il mondo che per la prima volta riesce a guardarsi. E a vedersi. Nell'immenso groviglio di ingiustizie e di contraddizioni laceranti che lo attanagliano. Insieme alle possibilità di superarle".
Alla fine la matassa sembra un po' meno intricata: avvenimenti, idee, luoghi, azioni e reazioni rientrano in una specie di ordine di causa-effetto. Era nelle intenzioni di una lettera destinata dall'autore ai giovani, ma forse anche un po' a se stesso, se è vero che, come scrive Eric Hobsbawm: "Tutti sono storici del proprio vissuto cosciente nella misura in cui cercano di venirne intellettualmente a capo" (L'età degli imperi 1875-1914, Laterza). Quanto alla violenza che ha finito per contrassegnare in modo negativo l'eredità del Sessantotto, il libro giunge a proposito per ricordare lo stillicidio di assalti di parte fascista che si susseguirono, fino alla strage di piazza Fontana e alla strategia della tensione: "Sarebbe di estremo interesse", scrive Mario Capanna, "una storia del Sessantotto visto dall'altra parte, una storia dei comportamenti delle istituzioni, tutte e ai diversi livelli, in quel periodo e magari anche un po' dopo. Dubito che sarà scritta: per parte mia ci ho provato, ma ho trovato sbarrate le porte degli archivi".
www.media68.com | febbraio 1998
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Un cd rom e un libro di memorie di Mario Capanna
Una T shirt extralarge
La verità è che non sono chiusi i conti con la lunga stagione di conflittualità che dal movimento studentesco prese avvio, come una miccia prende fuoco da una scintilla.
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