REPORTAGE
«Ricordatemi come generale di pace»

Giap, l'eroe dell'epopea del Vietnam, racconta la sua vita da rivoluzionario

di ETTORE MO

Il Corriere della Sera, 16 febbraio 1998 pag. 9


«Non sono un mito: il solo mito è il popolo. E io sono un suo figlio»

«La vittoria ad ogni costo? Ho pianto per i soldati che morivano a migliaia»

LE INTERVISTE
CON LA STORIA

HANOI - Dovrebbero bastargli le medaglie. Dovrebbero bastargli i ricordi. Dovrebbe bastargli il nome, quel nome, Giap, generale Vo Nguyen Giap. Dietro ci sono trent'anni di guerre, le vittorie clamorose contro i francesi e gli americani, le battaglie di Dien Bien Phu e Khesanh, l'offensiva del T-et, la riunificazione del Paese. Invece, no. Il gran vecchio non si è adagiato sugli allori. Sta combattendo una sua guerra privata, pacifica, per il bene del Paese: ma senza galloni, senza investiture ufficiali. Da anni, infatti, non fa più parte della Nomenklatura, il regime lo ha - come dire? - accantonato, messo in naftalina. C'è un tempo per tutti, nella vita, anche per gli eroi: e quello del generale è il Passato.

Incontrarlo, nonostante lo speciale rapporto che la collega Milena Gabanelli (della terza rete Rai) ha instaurato con lui e con la sua famiglia da qualche anno, non è stato facile: e dobbiamo molto all'interessamento e alla garbata insistenza della nostra ambasciata in Vietnam se è stato possibile, alla fine, varcare la soglia della bella casa coloniale, nel cuore di Hanoi, dove il generale abita, con la moglie.

Il prossimo 25 agosto compirà 87 anni: che sono tanti, soprattutto per uno che ne abbia trascorsi quasi la metà in trincea nella giungla, nelle caverne, nei tunnel. Ma rimane deluso chi, osservandolo da vicino, presume di trovare nei gesti, nel passo, nella voce la conferma di un avanzato torpore senile: al contrario, è vivacissimo e nessuno riesce più a frenarlo se si addentra negli argomenti che più gli stanno a cuore, la guerra, la politica, l'economia, in una parola, il Vietnam, con tutte le lettere maiuscole.

«È instancabile - dice la moglie, Bich Ha, che non è mai riuscita a infilargli le pantofole - il suo ardore intellettuale, la voglia di sapere, di approfondire ogni cosa sono quelli di un ragazzo. Attualmente si sta occupando della situazione economica, che è molto difficile, molto brutta. Ma sarà lui a dirvelo».

Non è mai stato arrendevole, il gran vecchio, con la stampa, anche se da giovane (verso la fine del '40) firmò articoli su fogli rivoluzionari marxisti, ispirati dall'insegnamento di Ho Chi Minh, e venne «decorato» ad Hanoi dall'Unione Giornalisti. Una naturale ritrosia a parlare di sé e delle sue campagne è certamente alla base di questa riluttanza a concedersi: ma essa è stata anche incoraggiata negli ultimi tempi dai tentativi del regime di isolarlo e dal fatto che ogni intervista deve essere ora autorizzata dal Comitato Centrale. Come in Urss prima del crollo del Muro. Una procedura piuttosto umiliante per un uomo che, non meno di Ho Chi Minh, ha contribuito alla liberazione e riunificazione del Paese. Mentre la prima parte del nostro colloquio si è svolta nella sua abitazione, per la seconda si è deciso che gli uffici del Press Centre fossero una sede più idonea. Che il Partito non si fidi più del suo Eroe? Per carità, per carità, ci tranquillizzano i funzionari più a gesti che a parole, leggendo il sospetto nei nostri occhi...

Sono anni che Giap non ha più incarichi ufficiali a livello del suo prestigio e sarebbe assurdo pensare che l'accantonamento sia dovuto all'età, se si tiene conto dei dati anagrafici al vertice del regime. «Io adesso partecipo - dice il generale, senza lasciar trapelare alcun disagio - studio l'ideologia nazionale e internazionale, la situazione politica, militare, economica, un po' tutto... Quando bisogna prendere delle decisioni, il governo invita anche i veterani, per conoscere il loro parere».

Sa di essere un leader e di aver avuto un ruolo importante nella storia del suo Paese, ma sembra sincero quando, con un gesto rapido della mano, disperde una parola che non vuol sentire: «No - ci apostrofa - je ne veux pas... non voglio sentir parlare di mito. Il solo mito è il popolo vietnamita e io sono figlio di quel popolo. Sono come tutti gli altri. Sono stato comandante in capo e tale ruolo mi ha imposto di fare piani di grande portata, è stato quindi un compito più pesante. Ma il soldato che affronta il nemico e mette a repentaglio e perde la vita è pari a me.

«Sono stato rivoluzionario - racconta - fin da bambino. Ad An Xa, il piccolo villaggio dove abitavamo, mio padre mi leggeva i poemi eroici e mia madre mi parlava delle lotte contro i francesi che il nonno aveva combattuto. Poi, a 14 anni mi spedirono a Huè, al liceo franco-vietnamita di Quoc Hoc, una fucina di teste calde, dove conobbi Phan Boi Chau, ne avete mai sentito parlare? Grande patriota, era allora agli arresti domiciliari e aveva rischiato l'ergastolo. Sobillati dalla sua oratoria anti-colonialista, organizzammo il primo movimento studentesco del Paese con tanto di sciopero... Dopo un paio d'anni fui espulso, insieme ad altri. Mi misero in prigione la prima volta nel '30. Ero poco più di un ragazzo».

Ma saranno soprattutto le tragedie familiari che accompagnano la sua giovinezza a forgiarlo. Le enumera una ad una senza enfasi, quasi senza emozione: la prima moglie che muore in carcere dopo avergli dato una figlia (oggi 57enne) mentre lui è fuggiasco in Cina, senza che si sappia mai se si sia tolta la vita o l'abbiano ammazzata con le torture nella terribile Maison Centrale di Hanoi; la sorella maggiore di lei, Nilkian, processata e fucilata dai francesi; il padre che non esce vivo di prigione.

Con questo retaggio, il giovane Giap non ha bisogno d'altro per convincersi che la convivenza coi francesi è intollerabile, lo scaldano i versi di Phan Boi Chau (Bisogna alzarsi alzarsi alzarsi / ma non sentiamo il canto degli uccelli perché afflitti dalla schiavitù), ma è soprattutto affascinato dai saggi di Ho Chi Minh che ha analizzato la struttura del sistema comunista in Europa, a Mosca, a Pechino. Ed eccolo, nei primi anni Quaranta, a Pac Bo, nell'estremo nord del Paese, a pochi chilometri dal confine con la Cina, dove con Ho Chi Minh organizza la lotta armata.

«Il Vietnam - spiega il generale, che non sembra aver titubanze nella sua fede marxista - ha subito molte occupazioni durante questo millennio. Gengis Khan ha invaso tre volte Hanoi e noi siamo l'unico Paese ad aver respinto i cino-mongoli. Poi, verso la metà del XIX secolo sono arrivati i francesi in Indocina. Ma questa volta la guerra per l'indipendenza assume caratteristiche nuove, particolari, perché Ho Chi Minh è riuscito a creare un'alleanza fra nazionalismo e movimento operaio e contadino. Prima si lottava per l'indipendenza ma anche, e soprattutto, per i re: oggi si lotta o si è lottato per il popolo e la nostra, dal '40 in poi, è stata una guerra del popolo, diretta dal popolo. Nel nostro Paese convivono 54 nazionalità diverse, ma in quel momento si sono fuse in un'unica nazionalità e si sono battute per la stessa causa. Ricordo che nelle grotte di Pac Bo, dove ci nascondavamo, spesso mi lamentavo: "Non abbiamo armi", dicevo, "come si fa a battere i francesi?". Ho Chi Minh ci rincuorava: più del novanta per cento della gente è con noi, diceva, ed è questa la nostra arma. Aveva ragione. È stato dimostrato a Dien Bien Phu e poi contro i 600 mila marines e il loro favoloso, sofisticato arsenale».

Non sono pochi gli esperti militari che hanno cercato di ridimensionare la leggenda Giap: sarebbe stato sopravvalutato il suo talento di stratega, mentre gli si riconoscono straordinarie qualità come «genio logistico». Meticolosissimo, nei preparativi di un piano di battaglia come ha dimostrato nel '68, durante l'offensiva del T-et, quando ha «posizionato» migliaia di uomini a sud del diciassettesimo parallelo per un attacco simultaneo (riuscitissimo) su 35 grossi centri urbani. In alcune operazioni si è mostrato eccessivamente cauto, in altre audace e spericolato.

Laureato in legge ad Hanoi, non ha mai messo piede in un'accademia militare: ma fra le sue letture preferite figuravano ampiamente le campagne napoleoniche e qualcuno sostiene che non dispiaceva del tutto alla sua vanità di essere paragonato, qualche volta, al grande còrso: «Quand'ero a I'ac Bo - ammette ora - non pensavo di intraprendere la carriera militare. Ma le cose hanno preso una certa piega. Con lo pseudonimo di Van, ho cominciato a organizzare cellule e unità paramilitari nei paesi del circondario. Poi, il 22 dicembre del '44, abbiamo fatto la cerimonia di fondazione dell'esercito, con l'alza bandiera. Il nostro primo attacco fu contro una caserma franco-vietnamita, dove entrammo travestiti con l'uniforme coloniale e svuotammo l'arsenale. Il nostro servizio di spionaggio era costituito da un ragazzino di 13 anni che comprava sigarette e dolci per i francesi».

La teoria che questo giovane comandante applicava sul campo di battaglia faceva a pugni con quella appresa dai cadetti di Saint-Cyr, nelle aule e nei cortili della famosa accademia, e poi ufficiali del Corpo di Spedizione in Vietnam. Dice Giap: «Nei testi militari, gli strateghi sostengono che: 1) si attacca, quando si è superiori in numero o si ritiene di esserlo; 2) quando si è pari, si tenta di circondare e assediare lentamente il nemico; 3) quando si è inferiori, non bisogna dare battaglia. Noi facciamo il contrario, da sempre: perché il piccolo numero può vincere il grande numero e le armi meno moderne possono avere la meglio su quelle più sofisticate dell'ultimo grido. Ciò che conta è lo spirito creativo, l'inventività dell'uomo, quali si incontrano nel nostro popolo. Occorrono certamente decisione e disciplina e anche - lasciatemelo dire - la sorpresa, il fattore sorpresa».

Difficile dargli torto: per quanto sbilenca, la sua strategia ha funzionato, a danno dei sostenitori dell'ortodossia militare. Dove il rimprovero si fa pesante è la tendenza del generale ad esporre i suoi uomini a qualsiasi rischio e all'eventualità di uno sterminio, pur di assicurarsi il successo: gli 8.000 morti a Dien Bien Phu, i 10.000 a Khesanh. In due parole, la vittoria ad ogni costo, refrain che gli è stato spesso attribuito. È così?

Il gran vecchio si stringe nelle spalle, ma non sembra disorientato: «Vedete - si giustifica - il presidente diceva sempre: "meglio morire che vivere nella schiavitù", un sacrificio, suggeriva, che ogni uomo libero dovrebbe essere disposto a fare. Ma ciò non significa restare indifferenti davanti alla morte dei propri uomini. Io ricordo che spesso si combatteva di notte e verso le tre o le quattro del mattino arrivavano sul mio tavolo i rapporti degli ufficiali: se annunciavano sconfitte o grandi perdite umane, allora io non riuscivo più a dormire, piangevo tutta la notte, fino all'alba. Scrivete pure che Giap è un generale molto energico, ma che ha pianto molto per i suoi soldati. E che molto li ha amati. Il cordoglio vale anche per i nemici. È il rispetto per la morte. Mi ha detto un giorno il presidente Ho Chi Minh, dopo una battaglia eccezionalmente cruenta: "Una goccia di sangue di un francese o di un americano è come la goccia di sangue di un giovane vietnamita". Ecco perché è necessario essere accorti, cercare di ridurre al minimo indispensabile il numero delle vittime. A un marine fatto prigioniero è sfuggita una volta questa terribile frase: "Ci hanno istruito, educato, addestrato e, alla fine, trasformato in macchine per uccidere"».

Se gli chiedete come ha festeggiato le sue vittorie, Dien Bien Phu, Khesanh, il T-et, il gran vecchio si rituffa nella giovinezza: «Sotto la dominazione francese - racconta - si era persa l'abitudine di celebrare il capodanno lunare. Eh, anni tristi. Ma quel giorno che ho incontrato il presidente Ho Chi Minh, francesi o non francesi, oh sì che abbiamo festeggiato. C'era la gente dei villaggi intorno, stava per sorgere un'organizzazione giovanile per l'indipendenza, c'era il profumo della carne di maiale... Il secondo, grande T-et della mia vita è stato il giorno della liberazione, il 30 aprile del '75, e nessuno si preoccupava che il capodanno fosse già passato da due mesi... Io ero ad Hanoi e fui informato via radio da Saigon che il governo del Sud era prigioniero e la nostra bandiera sventolava sul Palazzo dell'Indipendenza. Il presidente Ho Chi Minh non c'era più, scomparso nel '69, e noi eravamo felici fino alle lacrime. Sono andato a piedi al comando, impossibile andarci in macchina. La gente era tutta per strada, ti travolgeva, ti schiacciava per la felicità, una baraonda di hurrà, di grida, di petardi».

Dal '75 ad oggi è stato difficile «costruire» la pace: l'economia non ha completamente decollato, contrariamente alle previsioni degli artefici della doi moi, la politica di rinnovamento lanciata nell'86 che avrebbe dovuto avviare il Paese sulla strada del libero mercato: «Vede - lamenta il generale - subito dopo la liberazione, abbiamo adottato sistemi economici d'altri Paesi non adatti al nostro. Il pensiero di Ho Chi Minh resta ancorato all'ideologia marxista, ma la politica di rinnovamento, se si vuole che funzioni, deve adattarsi alla realtà vietnamita. Il libero mercato deve consentire aperture che finora non ci sono state.

«Lo sviluppo è frenato da una burocrazia viziata, e bisogna combattere la concussione e la corruzione, che dilagano. Tra i 6 punti enunciati da Ho Chi Minh nella carta dell'indipendenza (3 settembre '45) c'erano la lotta contro la fame e contro l'ignoranza: e la lotta contro la miseria è più dura di quella contro gl'invasori. Non siamo ancora un Paese prospero, siamo tra i più poveri del Terzo Mondo, con un reddito pro capite di 200-300 dollari l'anno... L'altro giorno ho fatto visita al mausoleo del presidente. Molte cose sono cambiate dopo la sua morte. La gente si lamenta e nelle campagne è anche peggio».

Si deve presumibilmente a queste divergenze, appena bisbigliate, col Potere, se l'Eroe è stato escluso dalla nomenklatura di un regime rigorosamente ricalcato su quello (ex) sovietico. E non stupisce che al termine di un colloquio non condizionato, ma in qualche modo afflitto, nella sua spontaneità, dalla presenza di piccoli funzionari di partito, il generale abbia fatto sapere che questa doveva essere considerata la sua ultima intervista alla stampa.

Le guerre, dice accomiatandosi, sono ormai alle spalle: d'ora in poi vuol essere ricordato solo e per sempre come Giap, «il generale della pace».

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www.media68.com | febbraio 1998