SOGNI INFRANTI
LA LIBERTA' SOFFOCATA DALLA POLITICA

SESSANTOTTO.
La vera ribellione finì sul nascere

di Giuliano Zincone

Sette, 24 dicembre 1997, pag. 44

"Cercavano la felicità, diedero vita al consumismo. Combattevano l'autoritarismo, furono schiacciati dalla repressione e da ottusi guerriglieri. Ecco cosa accadde a chi cercava di uccidere il padre, quando suo padre morì"

«A wither shade of pale. Una più bianca ombra di pallore. Si può immaginare niente di più surreale?». Così parlò il mio amico Henry (critico d'arte) con il suo perfetto accento anglomeneghino. Eh, sì. La canzone dei Procol Harum, con tutte quelle sfumature del color bianco sulle facce pallide, era piuttosto surreale. Specialmente per Henry, che era negro. Dopo qualche mese mi sposai, e chiesi al Maestro di Cappella di inserire anche i Procol Harum tra gli spifferi d'organo nuziali. Era il 1967, avevo 27 anni e (scimmiottando il solito Paul Nizan) Non permetterò a nessuno di negare che il Movimento degli anni Sessanta fu costretto al suicidio (o fu strangolato) proprio nel 1968.

Senza armi, senza elmetti e senza bastoni, le élite urbane (giovani e giovanissime) degli anni Sessanta stavano rovesciando (o raddrizzando?) i pilastri del pianeta occidentale e, forse, non lo sapevano. Nascevano musiche (surreali?) del tutto nuove, e nuovi profumi, nuovi vestiti, nuovi comportamenti.

Queste minoranze cercavano la propria felicità (e la propria identità) nel distacco, cioè nell'indifferenza o nel disprezzo per i valori e le Gerarchie esistenti. Ciò accadeva (non possiamo dimenticarlo) nel periodo in cui vigeva un autoritarismo diffuso e asfissiante. I giovani di allora chiedevano e conquistavano libertà che oggi sembrano banali: avere le chiavi di casa, stare insieme, far l'amore, disobbedire al babbo, al prete, al partito, a tutto un Sistema che esigeva discipline blindate.

Queste domande elementari erano accompagnate, oltretutto, dall'astuzia del consumismo, il quale non può svilupparsi in assenza di libertà. Se a una ragazza è vietato sedurre, come si può venderle cosmetici, camicette e minigonne? Se è proibito uscire di notte, muoversi e andare lontano, quando mai faranno affari le industrie delle discoteche, dei motorini, delle vacanze e dei viaggi? Nella loro battaglia antiautoritaria, le élite giovanile urbane si dichiaravano ostili al consumismo, ma, in realtà, lavoravano per il suo trionfo: per l'aggiornamento (o la modernizzazione) di una società che aveva un disperato bisogno (economico e politico) di lasciarsi alle spalle la frugale cultura contadina.

Ma nessuno capì, allora. Le modeste libertà liceali e/o universitarie vennero represse da tutti i reazionari che, per professione, non capivano niente, e se ne vantavano. Dai benpensanti che ridacchiavano con aria di superiorità di fronte a un quadro di Picasso ("Ma è arte, questa?"), delle brave persone che applaudivano le manganellate dei questurini contro un pacifico corteo, armato soltanto di mazzetti di ciclamini. Dalla cronaca del Corriere della Sera, che sbeffeggiava i "luridi capelloni", e incitava le Forze dell'Ordine a disinfestare col Ddt una pacifica comunità di ragazzi, ribattezzata "Nuova Barbonia".

Questa era la società di allora, questo era l'establishment demente che derideva i Beatles ("gli scarafaggi!"), mentre la loro musica conquistava il mondo, e mentre Elisabetta II li nominava Cavalieri dell'Impero Britannico.

Erano tempi in cui un magistrato milanese osò trascinare in tribunale tre ragazzi di un liceo, perché avevano distribuito questionari sui comportamenti sessuali degli alunni. Ribellarsi contro questa cultura era urgente, e utile per tutti. Ma i reazionari di tutto il mondo e di tutti i colori ebbero paura di questa rivoluzione libertaria e (certo!) elitaria. Negli Stati Uniti, Nixon bollò i contestatori come "figli del privilegio". In Italia, Pasolini fece apertamente il tifo per i poliziotti ("figli del popolo") che bastonavano i signorini ribelli.

Io, invece, stavo dalla loro parte. Facevo già il giornalista, era (allora come oggi) un liberale e la mia "simpatia per il diavolo" (è il titolo di una canzone dei Rolling Stones) ignorava del tutto le prediche marxleniniste. Il mio desiderio di "stare altrove" era alimentato, semmai, dalla confidenza di Antonin Artaud, teorico del "teatro della crudeltà": E sono sempre rimasto lì, insieme a quei vecchi ragazzi. "Tu vuoi fare il rivoluzionario con il culo nel burro", mi disse, un bel giorno, un manager del giornalismo, apprestandosi a licenziarmi. Touché. E' proprio vero, forse, che i ribelli degli anni sessanta avevano (anche loro) "il culo nel burro". Erano "figli del privilegio", erano tutto quello che un buon reazionario (da Nixon a Pasolini) può disprezzare. Ma avevano ragione, e non erano egoisti: chiedevano libertà e giustizia per tutte le donne, per i vecchi, gli operai, i matti, i diseredati, gli sfruttati, gli oppressi, i maltrattati.

Le loro ragioni furono incanalate e soffocate proprio nell'anno 1968, quando due opposti spaventi funzionarono come un'unica tenaglia. Da una parte, i conservatori benpensanti contestavano che i ragazzi (e, soprattutto, le ragazze) del Movimento, corrodevano i Valori tradizionali e rovesciavano le Gerarchie con i loro comportamenti quotidiani. Dall'altra parte, il Partito comunista vedeva minacciata la propria egemonia (burocratica e filosovietica) sui progetti di cambiamento, sulla Sinistra.

Questi opposti perbenismi adoperarono i "benedetti manganelli" dei poliziotti, e riuscirono (il che fu più astuto) a seminare rimorsi, ricatti, discipline e violenze all'interno del Movimento. Dove qualcuno incominciò a vergognarsi della propria innocenza e dei propri privilegi. Bisognava "omologarsi alle masse, organizzarsi, rispondere alle provocazioni": questo predicavano i provocatori. E così qualche studente andò a lavorare in fabbrica, per dimostrare ai compagni che non era un signorino. Qualche pittore abbandonò i pennelli, rinnegando le frivolezze "dell'arte borghese". Quattro anni dopo, Giangiacomo Feltrinelli sentì la necessità di rischiare la pelle su un traliccio. Morì, sbranato dalla sua bomba, e tutti capirono, finalmente, che il ricco editore faceva sul serio.

Queste erano le minoranze delle minoranze. L'anno 1968 non spostò le preferenze politiche ufficiali. Alle elezioni, i giovani (così estremisti nelle loro avanguardie) votarono come gli adulti: lo dimostra un saggio di Carlo Tullio Altan. Ma, nel frattempo, era avvenuta la catastrofe. Era nato (per autodifesa?) il culto dell'Organizzazione, amico di numerose violenze. Nacquero, insieme, molti piccoli partiti (variamente marxleninisti) innamorati di discipline velenose e di comportamenti militareschi, che erano la perfetta negazione (la feroce smentita) dello spirito dolce e libero della "generazione del distacco". Nell'anno 1968, il Movimento degli anni Sessanta incominciò a diventare cattivo, gerarchici, ottuso: una scimmia del komunismo che relegava in secondo piano le aspirazioni libertarie degli esordi, e le seppelliva sotto parole d'ordine secondo le quali "il potere nasce dalla canna del fucile".

Contro (contro!) questa cultura prepotente era nato il Movimento degli anni Sessanta. Per abolire ogni violenza, non per brandire le spranghe di fronte ai manganelli, non per arrivare a latrare slogan come "la Resistenza rossa ce l'ha insegnato/ogni fascista preso va massacrato". Il Movimento che io, forse, abbellisco nel ricordo aveva i capelli lunghi, faceva l'amore e non la guerra, inventava colori, film, spettacoli, fotografie, balli, linguaggi. Profumava di paciulì e (certo!) di marijuana, ignorando e disprezzando qualsiasi forma di Potere.

Quei ragazzi vennero sconfitti, e la loro rivoluzione fu soffocata dai buffi e ottusi guerriglieri che furono facilmente usati (infiltrati, strumentalizzati) dai professionisti della politica e dai servizi segreti d'ogni risma, come merce di scambio, come carne da macello. Della "generazione del distacco" (così denigrata, così criminalizzata) rimane, alto e forte, soltanto uno slogan, caro soprattutto alle femministe: "il personale è politico". E' proprio vero, secondo me.

E, quindi, concludo questa rievocazione così come l'ho cominciata: con una testimonianza personale. All'inizio del 1968, mentre molti giovani desideravano uccidere qualche Padre simbolico, mio padre morì davvero. E, alla fine di quello stesso anno, mentre molti giovani lottavano per qualche Nascita simbolica, nacque davvero mia figlia. Di questo, soprattutto, si nutrono i miei ricordi sessantotteschi. Mi sentivo molto lontano dalla politica dei partiti di ogni specie, e molto vicino ai giovani che, negli anni Sessanta, mettevano al primo posto i sentimenti personali, la fame di libertà estrema. La voglia di vivere, insomma.

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www.media68.com | febbraio 1998