RECENSIONI 1968-1998


    Giampiero Mughini, Il grande disordine. I nostri indimenticabili anni Settanta, Mondadori, Milano 1998,
pp. 329, lire 30.000

Quasi tutti conoscono il personaggio Mughini, la sua flemmatica presenza 'svaccata' in talk show calcistici, la sua indisponenza, l'antipatia che emana dalla sua figura. Mughini però non è sempre stato questo; può sembrare strano a chi ne conosce solamente la versione da 'bar sport', ma Mughini ha diretto, prima del '68, una importante rivista "Giovane Critica", nata per iniziativa dei Centri universitari cinematografici di Catania e trasformatasi da rivista di critica cinematografica in un periodico di cultura critica di importanza non secondaria nel panorama delle 'riviste del dissenso' che contribuirono a fecondare il terreno prima della grande esplosione sessantottesca. Non è quindi completamente fuor di luogo che Mughini decida di affrontare il tema degli anni caldi della prima Repubblica. Certo, lo fa da giornalista e in un libro di confine fra la memorialistica e la riflessione; lo fa inoltre con una scelta coraggiosa, anche dal punto di vista editoriale, centrando la sua attenzione sugli anni '70, quelli rimossi totalmente e ingabbiati nella formula degli anni di piombo, invece che sul mitico '68.

Il problema, dopo una paziente e faticosa lettura, è che il Mughini che scrive questo libro è l'ospite del processo di Biscardi o di altre trasmissioni simili e non certo‚ il direttore di "Giovane Critica", né il redattore di una delle stagioni d'oro di "Mondo operaio", quella tra la fine degli anni '70 e i primissimi anni '80. Quello che quindi rimane alla fine della lettura è la sgradevole sensazione della storia vista dal buco della serratura, la riflessione, in alcuni casi anche interessante, sommersa dagli stupidi e insignificanti aneddoti, il pressapochismo in alcuni casi assoluto, l'evidente incapacità di verificare i propri ricordi sulle fonti, leggere e studiare i libri prodotti al di fuori della cerchia dei propri amici e sodali.

Può sembrare un giudizio troppo duro, influenzato dalla radicale antipatia che suscita il personaggio e il suo modo assertivo e privo di dubbi nell'argomentare i suoi discorsi, ma ora cercherò di dare alcune dimostrazioni rispetto alle mie affermazioni. Una prima annotazione riguarda la casa editrice e la sciatteria dei suoi redattori: il libro ha in copertina una foto di Parco Lambro, datata nel risvolto “agosto 1977”. Per un libro che si occupa di un decennio non è male cominciare subito sbagliando di un anno la data dell'immagine sulla copertina. Il volume non segue un percorso cronologico attraverso gli anni '70, riassunti in fondo al volume da una breve e quanto meno discutibile cronologia, ma ogni capitolo affronta un avvenimento oppure un tema specifico, capaci di parlare nel loro particolare dell'intero decennio: l'omicidio Calabresi e l'attuale processo a Bompressi, Pietrostefani e Sofri; le 'gesta' di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro; il culto per le armi; il femminismo; l'eurocomunismo; film, libri, oggetti 'simbolo' del decennio; il '77 a Bologna; il rapimento Moro e il ruolo degli intellettuali. La tesi di fondo di Mughini, per molti versi condivisibile, è che gli anni '70, che per alcune generazioni “avevano fecondato ogni molecola del nostro stare al mondo” sono stati gli “anni delle scelte” (p. 290).

Scelte impegnative, in alcuni casi drammatiche, sicuramente laceranti: quello che manca assolutamente nel libro è qualsiasi rapporto, qualsiasi interazione fra le vicende dei movimenti di quegli anni, i protagonisti del libro, e la storia nazionale, il resto della società. Uno sguardo, profondamente autobiografico, di chi ha seguito di fianco, come spettatore interessato, ma esterno, quella storia, assolutizzandone il carattere generazionale e quindi non comprendendo assolutamente il rapporto, in alcuni casi fecondo, in altri distruttivo, tra quei comportamenti e il resto della società italiana. Quelle volte che la narrazione esce dallo specifico di alcune vicende, abbondano i luoghi comuni, per molti versi simili a quelli utilizzati a proposito del '68: l'ideologia politica che comprime e marginalizza completamente le spinte alla trasformazione del costume; la dittatura comunista sul mondo dell'editoria e sulla cultura più in generale, simbolicamente rappresentati dal 'linciaggio' nei confronti dello storico Renzo De Felice o dalla trasformazione del «Corriere della sera», durante la direzione di Piero Ottone in un giornale di sinistra, nel quale “premevano gli inviati e i commentatori più giovani, tutta gente di sinistra quando non di estrema sinistra, i Giuliano Zincone, gli Alfonso Madeo, i Massimo Riva, i Maurizio Chierici, quelli che volevano scalzare politicamente e professionalmente la generazione dei 'senatori' del giornale” (p. 238).

In questo stanco alternarsi di banalità da salotto, condite se possibile da retroscena piccanti a sfondo sessuale, oltre che da numerosi strafalcioni dettati dalla scarsa consuetudine con libri di storia, repertori sugli avvenimenti e tutto ciò che non sia la propria memoria o quella degli amici, alcune intuizioni interessanti si perdono nel 'boato' della chiacchiera. E' il caso, ad esempio, delle riflessioni sulla nascita in quegli anni di un nuovo filone di pensiero democratico, anticomunista, ma non conservatore. Mughini, in qualche modo accecato dall'autoreferenzialità, riconosce in questo percorso solamente se stesso, e pochi suoi amici, non comprendendo che proprio nella radicalità dei movimenti degli anni '70 erano visibilmente presenti, nonostante l'egemonia apparente e di facciata della vulgata marxista, spunti e indizi di un percorso che avrebbe portato molti dei partecipanti ai movimenti lontano dalla sponda del pensiero comunista. E' il percorso, fra l'altro accelerato dal dramma della scelta della lotta armata da parte di alcuni settori di ex militanti dei movimenti, che conduce verso un tentativo, per molti versi fallito da un punto di vista esplicitamente politico, di rinnovamento della cultura laica e liberale con forme di radicalismo democratico. E' un percorso ancora poco studiato, un esito sostanzialmente rimosso, delle volte con imbarazzo, anche perché condusse settori di quei 'militanti' per un breve periodo verso il partito socialista di Craxi e Martelli, quel partito che a cavallo tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 sembrava offrire uno spazio praticabile a un pensiero democratico e conflittuale, non costretto nella camicia di forza del pensiero totalitario comunista. Ma come dire, l'argomento mi sembra molto più serio di quello che può offrire il libro di Mughini e forse su questo tema potrebbe essere interessante aprire una riflessione e una discussione sulla nostra rivista.

Marco Grispigni

 
       

www.media68.com | febbraio 1998