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RECENSIONI 1968-1998
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Robert Lumley, Dal '68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana, Firenze, Giunti, 1998, pp. 335, lire 30000.
Sessantotto durato pochi mesi o sessantotto lungo? Sessantotto come evento o come processo? Il dibattito è aperto alla luce di questi due interrogativi che si pongono gli studiosi e gli esperti in celebrazioni anniversalistiche del mitico sessantotto.
Certo è che, come scrive Luisa Passerini nella prefazione al libro di Lumley, "il '68 è difficile da pensarsi storicamente; è un oggetto che tende a dissolversi".
Contro questo rischio di dissoluzione dell'evento in un etereo momento magico sospeso sopra la storia, senza un prima e un dopo, il libro dello storico inglese rappresenta un ottimo deterrente.
Perlomeno nel nostro paese il sessantotto risulta incomprensibile se non lo si pone in relazione ai mutamenti della società negli anni Cinquanta e Sessanta, all'emergere di nuove culture politiche nell'ambito della nuova sinistra marxista che si confrontano sia con le eresie critiche del movimento operaio e sia con quanto di meglio producevano all'epoca le cosiddette "scienze borghesi": sociologia, linguistica, psicanalisi, antropologia. Lumley fa bene a ricordare a tanti "ex" che la "tradizione marxista fu senza dubbio l'ideologia che più di ogni altra alimentò l'idea della trasformazione sociale"; una trasformazione sociale che aveva caratteri e obiettivi anticapitalistici e che si combinava con la rivoluzione dei costumi, delle identità e dei ruoli sociali messa in atto dall'irrompere del movimento studentesco sulla scena della politica italiana.
Un altro aspetto che caratterizza il sessantotto italiano e che l'autore sottolinea è quello della processualità. La rivolta innescata dal movimento studentesco incontrandosi con le lotte operaie del '69, di cui egli ne richiama l'importanza, sia per gli obiettivi rivendicativi, sia per la loro radicalità ed estensione, determina una situazione di gramsciana "crisi organica" in quanto "i movimenti sociali spaccarono la crosta della politica istituzionale e lo stato di agitazione della società civile mise in discussione l'autorità del blocco dominante".
Altro che sessantotto di pochi mesi, come dicono alcuni studiosi. Lumley non lo considera un breve attimo fuggente che afferrò la vita di una ristretta generazione di giovani universitari, anzi, dopo l'autunno caldo si può dire che il sessantotto era appena iniziato e che esso si apprestava ad attraversare la società italiana per tutto il decennio degli anni Settanta.
E questi anni, colti nella loro ricchezza di protagonismo di massa e di partecipazione diretta ai movimenti sociali e anti-istituzionali, con particolare attenzione a quello femminista, rappresentano un fertile terreno di ricerca e di misurazione della capacità interpretativa di una storia che vuole essere innanzi tutto storia sociale, delle culture, delle mentalità.
Una vicenda, quella narrata in questo libro, che si conclude attorno a due date simboliche: la sconfitta del movimento del '77 e il rapimento Moro segnano la fine dei movimenti scesi in campo nel corso del decennio.
La sconfitta degli operai della Fiat nell'autunno del 1980 rappresenta, emblematicamente, la conclusione di quel ciclo di lotte i cui primi sintomi sono rintracciabili in alcune lotte di fabbrica degli anni Sessanta e che si sono successivamente dispiegate nell'autunno caldo del '69.
Tutto questo cosa ha a che fare col terrorismo delle Brigate Rosse? Poco o niente e l'autore dedica una puntuale analisi a dimostrare lo scarsissimo legame tra i movimenti di quegli anni e il progetto dei gruppi armati di sinistra.
Da questo punto di vista la scelta del titolo penalizza l'opera, dà un'immagine distorta e non veritiera non solo del contenuto del libro, ma anche della vicenda italiana.
Gli anni Settanta non possono essere chiusi nella bara degli anni di piombo, una bara che, per di più, la si vorrebbe costruita nei cantieri del sessantotto. Ma di questo non è colpevole l'autore; per altro il titolo originario dell'opera uscita in Inghilterra era diverso.
Un libro interessante dunque, che merita di essere letto al quale vogliamo però sollevare alcuni appunti critici. L'eccessiva esemplificazione della realtà milanese, quella considerata nel libro, al resto della società italiana.
La sufficienza, che emerge nella parte conclusiva, con la quale si è portati a guardare alle lotte operaie, quasi quello fosse comunque un movimento destinato alla sconfitta perché vecchio e residuale. E' giusto fare la storia delle mentalità, facendo però attenzione a non confondere le mentalità coi luoghi comuni. E' un luogo comune affermare che le donne erano gli "angeli del ciclostile" (secondo lo stereotipo i maschi discutevano e decidevano e le donne stampavano i volantini) e che nel corso delle occupazioni le compagne erano relegate in cucina a preparare succulenti pranzi per gli occupanti maschi. Un altro luogo comune è che gli operai si avvicinarono ai gruppi degli studenti davanti alle fabbriche attratti dalle giovani e belle studentesse in minigonna.
Infine Lumley ci pare sfornito di categorie interpretative capaci di cogliere la dinamica che portò alla nascita delle principali organizzazioni della nuova sinistra.
I gruppi extraparlamentari appaiono come qualcosa di estraneo al movimento, che gli piove addosso non si sa bene da dove e perché; da questo punto di vista il rischio di cadere nella sterile contrapposizione tra movimenti "buoni" e organizzazioni "cattive" non è affatto evitato.
Diego Giachetti
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www.media68.com | febbraio 1998