RECENSIONI 1968-1998


    Marie-Claire Lavabre, Henry Rey, Il '68. Una generazione in rivolta, Firenze, Giunti, 1998, pp. 127, lire14.000

Per chi voglia avere una buona informazione di base, sui movimenti internazionali del '68, questo libro è forse il migliore fra quanti sono stati pubblicati in Italia nell'epoca.
Un'informazione fatta necessariamente di date, di nomi, di fatti precisi, ma al tempo stesso non priva di spessore critico e interpretativo, seppure nei limiti di un volumetto a basso costo.
D'altra parte, questa collana dell'editore Giunti ("XX secolo") si segnala proprio per la capacità di coniugare divulgazione e serietà storiografica, offrendo a prezzi contenuti opere che contengono anche riferimenti bibliografici, brevi antologie di testi, ampi apparati fotografici e indici dei nomi.
A dimostrazione che può esistere anche una saggistica agile ma non per questo sciatta e superficiale.
In questo libro si possono trovare gli elementi di fondo per capire Berkeley e il movimento dei diritti civili negli USA, il mitico maggio parigino e lo Zangakuren giapponese, l'Università libera di Berlino e le Guardie Rosse cinesi.
Il tutto, però, all'interno di un tentativo generale di comprendere le radici di fondo di questo "esplodere" internazionale di movimenti, e dunque richiamando tanto i fattori economico-sociali (la lunga fase di sviluppo seguita alla seconda guerra mondiale), quanto quelli politici (la contrapposizione fra i blocchi, la guerra in Vietnam) e culturali (i giovani come nuovo soggetto dell'arte, della moda, del costume).
Gli autori sono molto cauti nel presentare le possibili interpretazioni di quella che, già all'epoca, si presentò come un formidabile intreccio di fenomeni simili (o comunque comunicanti) in contesti sociali e politici assai differenziati.
Non sposano spavaldamente una tesi, ma si sforzano piuttosto di dare conto di come la cultura dell'epoca e la riflessione storica successiva abbiano cercato di spiegare quell'intreccio: dalla presenza (almeno nei paesi industriali più avanzati) di nuovi soggetti sociali, al carattere internazionale della protesta contro la guerra in Vietnam, alla coincidenza storica di più fattori tra loro indipendenti (in questo senso, va detto che il titolo italiano risulta forse un po' arbitrario, perché rimanda unilateralmente a una tesi - quella "generazionale" - che gli autori non fanno del tutto propria. Tant'è vero che il titolo francese era, più genericamente, Le mouvements de 1968).
Il pregio maggiore del libro è proprio l'estrema attenzione ai diversi contesti, sociali e politici, nei quali nacquero e si espressero i più significativi tra i movimenti del '68. Ciò vale in particolare - come comprensibile - per l'esperienza francese, ricostruita in maniera molto dettagliata, ma è vero anche per altre realtà, come quelle statunitensi, giapponesi, tedesche, italiane. Anche le brevi sezioni dedicate alla "primavera di Praga" e alla rivoluzione culturale cinese risultano molto ben fatte, seppure con un carattere necessariamente molto sintetico.
Decisamente interessanti, inoltre, sono le fotografie che corredano i testi: non solo per il numero elevatissimo (quasi ogni pagina del libro contiene un'immagine), ma anche per la pertinenza storica e per le brevi note che le accompagnano.
Il capitolo conclusivo, intitolato "Le eredità del '68", tenta infine di avanzare alcune considerazioni sugli effetti dei movimenti nei confronti degli equilibri generali della società.
E qui, necessariamente, il discorso si fa più generico e indeterminato, poiché non esistono ancora - sull'argomento - tesi di interpretazione storica sufficientemente approfondite (esistono piuttosto delle tesi politiche, sul '68 e sugli anni '70, ma questo è un altro discorso: importante e da affrontare, anche per le sue ricadute sul lavoro più strettamente di ricerca storica, ma obiettivamente differente).
Gli autori esprimono qualche perplessità sull'idea - peraltro alquanto diffusa, quasi un luogo comune - che "l'eredità del '68 [sia] rappresentata soprattutto dai cambiamenti nei modi di vita e negli atteggiamenti culturali", sostenendo invece che "le conseguenze di quei movimenti, diverse a seconda dei paesi e delle situazioni, non possono essere ridotte a quest'unica dimensione" (pag. 113). Tuttavia, nelle pagine che seguono, essi stessi non possono andare oltre una elencazione, molto frettolosa, di temi come l'intreccio fra '68 e lotte operaie, lo sviluppo della conflittualità operaia lungo tutti gli anni '70, la nascita di nuovi movimenti come il femminismo, lo sviluppo del terrorismo in alcuni paesi occidentali (con il controverso problema della continuità o della rottura fra movimento e scelta della lotta armata).
Temi che certo non potevano essere approfonditi, nei limiti di un'opera come questa, ma che pure non possono che essere al centro di ogni riflessione storica su cosa abbia rappresentato veramente il '68 nella lunga vicenda di questo secolo: ultima espressione ideologica della tradizione, o anticipazione di scenari futuri della società? Fattore di sviluppo o di freno della modernizzazione? Gli autori preferiscono non esprimersi troppo nettamente; ma le frasi con cui chiudono il libro lasciano trasparire un'opinione piuttosto precisa: "Così concludono la svalutazione o il sarcasmo, che accompagna talvolta le interpretazioni retrospettive delle generose utopie del 1968 e delle forme iconoclaste dell'azione rivendicativa e politica allora emerse, non può nascondere che il bilancio dei movimenti del '68 resta rilevante.
Il Maggio francese ha potuto essere analizzato come un evento di passaggio, un'anticamera della modernità, collocato fra il rinvio simbolico alla storia del movimento operaio e le aperture ideologiche e culturali al XXI secolo.
E in effetti, da molti punti di vista, i movimenti del '68, ovunque radicati nei mutamenti sociali, economici e politici del dopoguerra, sono stati anche anticipatori delle trasformazioni future" (pag.123).
E' una tesi ormai piuttosto diffusa, anche questa; naturalmente aspettiamo che studi e ricerche più specifici la sviluppino e la sostanzino. Intanto, teniamo presente questo volumetto, che non solo offre una buona panoramica dei fatti del '68, ma solleva anche problemi e ci dice che bisognerà rifletterci ancora.
Qui e là purtroppo affiorano alcune imprecisioni (capita, per esempio, a pag. 61, di leggere che lo stabilimento Pirelli Bicocca sarebbe a Pisa e che lì sarebbero nati i CUB; oppure, a pag. 48, che gli hippies americani erano i membri dello Youth International Party!), ma si tratta di piccole sbavature in una struttura narrativa che nel complesso può essere definita rigorosa.

Marco Scavino

 
       

www.media68.com | febbraio 1998