RECENSIONI 1968-1998


    Diego Giachetti, Oltre il Sessantotto. Prima, durante e dopo il movimento, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1998, pagg. 192, lire 25.000

Nel panorama degli studi (recenti e non) dedicati al Sessantotto italiano, questo libro si distingue per il tentativo di inserire il fenomeno del "movimento" in più vasto orizzonte politico e sociale. Legandolo strettamente, per un verso, al tema del rapporto con le lotte operaie (in particolare con quelle del '69) e ricostruendone minuziosamente, per un altro, la dimensione organizzativa, cioè il dibattito che coinvolse i diversi gruppi dell'estrema sinistra dell'epoca.
Tesi centrale della ricerca di Giachetti, infatti, è che lo studio del '68 italiano non possa in alcun modo essere separato dalla storia delle formazioni politiche minoritarie che ne furono l'espressione sul piano organizzativo e - per molti versi - ne costituirono anche il presupposto, o quantomeno l'imprescindibile retroterra. Controcorrente rispetto alla tendenza (piuttosto diffusa soprattutto negli ultimi anni) a isolare il "fenomeno" dell'esplosione studentesca, o addirittura a ridurre il '68 a un arco di pochi mesi, come un evento tanto ricco di potenzialità quanto effimero e soffocato ben presto da una crescente pervasività della sfera politica e ideologica, egli tenta infatti di risalire ai presupposti del fenomeno stesso (la sua "incubazione politica e culturale", secondo l'espressione che dà il titolo al primo capitolo) e rifiuta ogni netta soluzione di continuità nel passaggio "Dal movimento ai gruppi" (titolo di un altro capitolo).
Questa impostazione, fortemente critica verso le interpretazioni correnti soprattutto a livello di opinione pubblica (ricostruzioni giornalistiche, inchieste, uso pubblico della memoria dei protagonisti), è chiarita e argomentata, con una brillante vis polemica, nell'introduzione. E si collega direttamente a tutto il lavoro che, nella stessa direzione, svolge da alcuni anni la rivista "Per il Sessantotto" (édita dal Centro di documentazione di Pistoia), di cui Giachetti è uno dei principali animatori.
L'insofferenza per il credito assegnato dalla stampa alla pura e semplice "opinionistica" dei vecchi leaders (veri o presunti) e la convinzione che questi temi possano e debbano, invece, essere affrontati con tutti gli strumenti della ricerca storica (a partire dall'uso delle fonti disponibili presso i numerosi archivi dedicati ai movimenti degli anni '60 e '70) ne sono gli ingredienti principali. Insieme a una evidente ripulsa (di natura etica, si potrebbe dire) per la recente conversione di tanti ex protagonisti di quegli anni alle ragioni dell'avversario di classe, fenomeno per il quale egli rispolvera il concetto di "trasformismo" e che stigmatizza utilizzando quanto scrissero già alcuni anni or sono Piero Bernocchi e Raoul Mordenti: "una parte dell'intellettualità […] ha davvero esagerato. Non si è limitata a cambiare idea, per gusto o per banale necessità, ha voluto fare della sua conversione un'arma per trovare lavoro, ruolo, potere, successo. E della sua nuova fede anticomunista, del suo nuovo doroteismo e craxismo, del suo entusiasmo da neofita per il mercato, le merci, la società così com'è, ha fatto degli oggetti contundenti per colpire spietatamente chi, più o meno, si è "attardato" all'opposizione allo stato di cose presenti. Così si è scatenata una muta di accaniti pasdaran del mercato, di astiosi preti rossi spretati" (da un articolo del 1990 di "Marx Centouno", qui a pag. 8).
Forse questa polemica (condivisibile nelle sue linee di fondo) corre il rischio di non di vedere, o di sottovalutare, altri elementi che forse hanno contribuito al fenomeno e che meriterebbero di essere chiariti. È sufficiente, infatti, ridurre il tutto a un problema di opportunismo e di arrivismo individuali? O non esistono invece anche radici culturali di tutto ciò, ragioni obiettive - non strettamente legate alla personalità di questo o quell'esponente della nuova sinistra, diventato giornalista o manager - che abbiano portato una fetta dei vecchi militanti dell'estrema a riconoscersi in visioni neoliberali del conflitto e dello sviluppo sociale? Tema senz'altro spinoso, difficile (e fors'anche doloroso) da sviscerare, ma che costituisce un nodo inevitabile per una critica attuale delle esperienze politiche e sociali della cosiddetta "stagione dei movimenti".
Si tratta, comunque, di riflessioni polemiche legate all'attualità che, giustamente, in questo libro rimangono confinate nell'introduzione; meritevoli, senza dubbio, di ulteriori approfondimenti ma che qui non pesano affatto sullo sviluppo narrativo del libro stesso, che è sino in fondo un'opera di ricostruzione storica. Attraverso un uso rigoroso delle fonti a stampa dell'epoca (riviste e pubblicazioni varie, sia di cultura sia di carattere più strettamente politico), vengono infatti illustrate le diverse posizioni che convivevano all'interno del "movimento", nonché la loro vivace dialettica - non di rado conflittuale - su questioni come il rapporto con le lotte operaie, con il movimento operaio ufficiale e con la tradizione del pensiero comunista. Ne deriva un'immagine del dibattito politico e ideologico dell'epoca assai più vivace e meno stereotipata di quanto comunemente non si creda; a riprova del fatto che su questi temi rimane ancora da fare un enorme lavoro di scavo documentario e di contestualizzazione storica, per comprendere (al di là del semplicismo di tanti commenti odierni) come potessero coesistere positivamente tendenze tra loro anche così diverse, dal libertarismo anarchico al maoismo, dalla tradizione della sinistra comunista alle influenze del "movement" e della controcultura americani.
Questo taglio generale, che pone al centro dell'attenzione proprio l'intreccio tra "movimenti" e formazioni politiche minoritarie, offre lungo tutto l'arco del libro spunti molto interessanti per la riflessione (molto stimolante, per esempio, è il capitolo dedicato a una "Sociologia dei gruppi della nuova sinistra"). Il titolo del libro, in un certo senso, può risultare addirittura fuorviante, perché qui non si tratta solo del "Sessantotto", ma di un fenomeno molto più ampio, come Giachetti chiarisce fin dall'inizio, dichiarando a pagina 17 di riferirsi "a un arco temporale ben preciso, quello che comprende tutti gli anni Sessanta e tutti gli anni Settanta". Certo, così facendo alcuni nodi, alcuni aspetti della complessa trama dei movimenti finiscono inevitabilmente per rimanere un po' in ombra; così, per esempio, il problema delle effettive dimensioni del '68 studentesco italiano sembra nel libro un po' sottovalutato: se è giusto, infatti, denunciare l'abbaglio di quanti vorrebbero ridurre il '68 a un evento breve ed effimero, e rivendicare per contro le caratteristiche essenzialmente operaie del ciclo di protesta aperto dal '68-'69 (qui Giachetti si rifà, opportunamente, alla nota tesi di Sidney Tarrow in Democrazia e disordine. Movimenti e protesta politica in Italia. 1965-1975, Roma-Bari, Laterza, 1990), non per questo si può sottovalutare - come problema, che la critica storica deve cercare di spiegare - il fatto che, obiettivamente, le vere e proprie agitazioni universitarie in Italia durarono nel complesso abbastanza poco. Il che non appare privo di conseguenze per le vicende successive del "movimento", per la formazione dei quadri che le lotte avevano espresso, per il rapporto che un'intera generazione di militanti cercò da allora in poi di instaurare con le avanguardie di fabbrica.
D' altra parte, la stessa ipotesi di periodizzazione proposta da Giachetti ("tutti gli anni Sessanta e tutti gli anni Settanta") avrebbe bisogno d'essere articolata e specificata maggiormente, al di là dei limiti che un solo libro, come questo, necessariamente poneva. Così, è inevitabile che tutta una parte dell'argomentazione ne esca un po' sacrificata: in particolare l'ultima parte dell'opera ("Dal '68 al '77"), che offre un quadro sintetico della crisi degli ultimi anni Settanta e della dissoluzione della 'nuova sinistra' italiana, stretta fra l'ipotesi del compromesso storico e l'accelerazione dello scontro con lo Stato imposta dalle formazioni armate (non a caso, la ricostruzione di Giachetti si conclude con le giornate del rapimento di Aldo Moro).
Sono molto interessanti, infine, le considerazioni che mettono a confronto i due movimenti (il '68 e il '77) e che tentano di capire quale sia stato il lascito, nella società italiana, di quella crisi conclusiva (e convulsiva) della sinistra rivoluzionaria. Anche qui, in chiusura del libro, riaffiora (come nella introduzione, ma sotto forme diverse, attraverso una lunga citazione di Bifo) lo spettro del rapporto tra l'ideologia libertaria, antidogmatica, per molti versi ostile alla politica, del movimento (in questo caso quello del '77), e la 'rivoluzione' neoliberale degli anni Ottanta e seguenti. Tesi che Giachetti non condivide affatto e alla quale, anzi, sembra voler contrapporre proprio il frutto del proprio lavoro di ricerca e di contestualizzazione storica. Ma non c'è dubbio, a mio parere, che - se è vero il detto che la lingua batte dove il dente duole - si tratta di un nodo da riprendere e da discutere, nel dibattito non solo storiografico ma anche politico.

Marco Scavino

 
       

www.media68.com | febbraio 1998