RECENSIONI 1968-1998


    Goffredo Fofi (a cura di), Il '68 senza Lenin. Ovvero: la politica ridefinita, Roma, e/o, 1998, pp. 188, lire 10.000

Uno dei cavalli di battaglia di questa rivista, forse la ragione principale per cui essa è nata diversi anni or sono - inizialmente come un semplice bollettino di critica -, è senza dubbio l'insofferenza per la tendenza a leggere il '68 come un evento a sé, in qualche modo "puro", cioè privo di legami fondanti con le culture politiche della sinistra che si erano espresse, a livello internazionale, a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Tendenza che aveva innervato, in larga parte, il dibattito pubblico in occasione del "ventennale", nel 1988; e che aveva avuto una sua legittimazione sul piano storiografico con un'opera come il Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, di Peppino Ortoleva.
Un'opera di valore, riccamente documentata, che giustamente viene considera ancora oggi uno dei frutti migliori della ricerca sull'argomento, ma i cui limiti di impostazione nascevano proprio dal tentativo di "isolare" intellettualmente i movimenti studenteschi e giovanili degli anni Sessanta, e in questo modo di accreditarli in assoluto come una svolta epocale, con effetti radicali di innovazione dei linguaggi e delle pratiche politiche e sociali.
Su questo nodo interpretativo (il '68 come rottura della tradizione politica, per certi versi addirittura come anticipazione della crisi della politica tout-court, quale si sarebbe manifestata più ampiamente a partire dagli anni Ottanta) il dibattito è ovviamente ancora aperto. Se per un verso, infatti, è impossibile negare il valore innovativo dei movimenti, almeno a partire dalla rivolta di Berkeley del 1964, molti dubbi sono legittimi per un altro verso sull'utilità - per la riflessione storica - di studiarli come fenomeni "puri", astraendo cioè ampiamente dalle loro radici nella cultura politica delle sinistre, sia di stampo democratico, sia di stampo socialista e comunista. Soprattutto, sembra impossibile - proprio sul piano dell'efficacia per la comprensione storica - fissare una cesura netta tra i fatti degli anni Sessanta, la contestazione studentesca e la nascita di un nuovo universo culturale giovanile, e i successivi sviluppi dei movimenti di protesta; non convince affatto, per esempio, una periodizzazione che pretenda di far finire il '68 europeo dopo pochi mesi, come se tutto ciò che è venuto dopo fosse una semplice degenerazione politica, un pervertimento dei loro motivi più originali a favore di un ritorno nell'alveo della più cupa tradizione politica. D'altra parte, si direbbe che qualche dubbio in questo senso abbia avuto, nel frattempo, lo stesso Ortoleva, a giudicare da alcune riflessioni che ha creduto di dover premettere alla recente ristampa, dieci anni dopo, del suo Saggio del 1988.
Dubbi non sembra averne affatto, invece, Goffredo Fofi, che è stato - insieme a Michele Colucci - il curatore di questa raccolta documentaria pubblicata dalle edizioni e/o di Roma. La sua introduzione, infatti, è interamente costruita sulla tesi di un '68 originale e dirompente, ma purtroppo fagocitato, troppo presto, dalle logiche dei "partitini" dell'estrema sinistra (peraltro questa introduzione non è che la ristampa di un articolo pubblicato sul "Sole 24 ore" nel dicembre 1997, con il titolo - appunto - Un sessantotto di pochi mesi). Tesi sviluppata, per la verità, con piglio essenzialmente giornalistico (cioè di quello che, purtroppo, il giornalismo è diventato anche nel campo della critica culturale): nel '68, a leggere Fofi (pag. 5), vi sarebbe stata persino l'Autonomia, proprio quella di Toni Negri e di Oreste Scalzone! E tutto il dramma del movimento, in ultima analisi (pag. 7), sarebbe riassumibile nel fatto di aver scelto come "maestri" Marx, Mao e Togliatti (?!), invece di don Milani, Aldo Capitini, Ada Gobetti e Raniero Panzieri, oppure Bobbio e Vittorio Foa (di quest'ultimo, peraltro, Fofi dimentica disinvoltamente la carica di dirigente del PSIUP, cioè di uno dei principali soggetti politici del '68-'69).
Tra l'introduzione e la selezione dei brani, raccolti nell'antologia, non c'è quasi alcun rapporto (se non, forse, per l'articolo di Carlo Donolo ripreso dal n. 35 dei "Quaderni piacentini", che in alcune parti suona in effetti come una conferma della tesi di Fofi, laddove - per esempio - l'autore denunciava tra i limiti maggiori del "movimento", già nel 1968, "il sopravvivere di concezioni tradizionali della politicizzazione, riprese dal movimento operaio o dalla prassi dei gruppetti"). Il sospetto che si sia trattato di un'operazione di puro e semplice collage è piuttosto forte, confermata anche dal fatto che non uno di questi testi sia presentato criticamente, neppure con una breve nota a pie' di pagina (la "Nota bibliografica" di pag. 185 si limita a elencare le opere da cui sono stati tratti i brani). Si presuppone, forse, un lettore già informato di suo, che sappia chi era Jerry Rubin e che cosa significano le diverse sigle citate, perché qui nessuno gli spiega nulla: Port Huron (tanto per fare un esempio) potrebbe essere una località in qualunque parte del mondo, dove a qualcuno è venuto in mente - per ragioni misteriose - di stendere un non meglio specificato "manifesto" (per la cronaca: Port Huron è nello Stato del Michigan, USA, ed è la località dove nel giugno 1962 una cinquantina di militanti dell'organizzazione Students for a Democratic Society discussero e approvarono il famoso documento - scritto dal presidente Tom Hayden - che negli anni seguenti divenne uno dei testi ispiratori anche delle rivolte nei campus).
È davvero un peccato che si sia scelta una presentazione così anodina (o per meglio dire: una non-presentazione). Perché, in sé, l'idea di pubblicare "testi e documenti" dei movimenti studenteschi era ottima. In Italia, se si esclude ancora una volta il volume di Ortoleva, non esistono opere che presentino criticamente i materiali dell'epoca; e si è fermi, in buona sostanza, alle raccolte - per lo più opera dello stesso Movimento studentesco - che comparvero a tamburo battente sull'onda delle lotte. Né in Italia fu realizzato qualcosa di analogo a quanto fecero in Francia, già nel 1969, due storici di professione (e di una certa fama, come Pierre Vidal-Naquet e Alain Schnapp) con la raccolta intitolata: Journal de la Commune étudiante. Textes et documents. Novembre 1967 - juin 1968: non una documentazione "militante", ma una vera raccolta documentaria, criticamente curata, non a caso considerata ancora oggi uno dei riferimenti d'obbligo sul movimento francese (ne è uscita una nuova edizione nel 1988).
Niente di tutto ciò, purtroppo, in questo volumetto, che si salva solo per il prezzo davvero basso: uno lo compra senza difficoltà e poi, quando lo legge, non si arrabbia neppure troppo, pensando che comunque non ci ha speso una gran cifra. Un'occasione mancata, in un certo senso, per offrire davvero una raccolta utile di documenti, contestualizzati e criticamente curati. Ma non era questo, evidentemente, che interessava a Fofi, impegnato ormai da tempo in una battaglia giornalistica contro i "cattivi maestri" del '68 e contro l'intera esperienza dell'estrema sinistra di quegli anni (cioè, in altre parole, contro il progetto stesso - velleitario e perdente fin che si vuole, ma storicamente non privo di una sua grandezza - di modificare, cambiare, rivoluzionare dall'interno l'universo politico e culturale della sinistra).
Nella sua introduzione, Fofi dà un consiglio al lettore e avanza un dubbio: "guai - scrive a pag. 10 - a giudicare il '68 da coloro che nel '68 hanno trovato il primo trampolino verso il successo. Parleranno molto, nel '98, costoro, e sarà bene non prenderli troppo sul serio: nuova classe dirigente, colonne della società, come può conciliarsi il loro oggi con il loro ieri?". Ecco, qui siamo d'accordo: la memoria (interessata) dei protagonisti di un tempo che fa premio sulla ricerca storica, e riempie pagine e pagine di ricordi personali (non sempre precisi) spacciati per giudizio universale, non è una bella cosa. Ma sembra legittimo, in questo caso, domandarsi con un po' di malizia: caro Fofi, non sarà che in qualche modo quel ragionamento può essere applicato anche a te? Come si diceva una volta: "de te fabula narratur".

Marco Scavino

 
       

www.media68.com | febbraio 1998