RECENSIONI 1968-1998


    Tano D'Amico, Gli anni ribelli 1968-1980, "Storia fotografica della società italiana", diretta da Giovanni De Luna e Diego Mormorio, Editori Riuniti, Roma 1998, lire 15.000

Il volume raccoglie numerose fotografie, non solo di Tano D'Amico, che rappresentano in modo estremamente significativo l'Italia durante la 'stagione dei movimenti'. Da questo punto di vista, quindi, ci troviamo di fronte a un volume di piacevole consultazione e a una vera e propria raccolta di fonti per narrare la storia di quegli anni.
A introduzione del volume un breve saggio di Giovanni De Luna "Interpretazioni della rivolta", affronta, in maniera stimolante, alcuni nodi storiografici. De Luna afferma che due aspetti fondamentali della generazione del '68 furono "la crucialità del conflitto come ambito della propria legittimazione, la definizione del proprio apparato concettuale esclusivamente sul terreno della pratica" (p. 5). A queste idee si lega la definizione della propria identità come "movimento permanente" e quindi in qualche modo il rinvio della propria identità compiuta al futuro. De Luna vede in questa concezione l'elemento positivo della critica feroce al comunismo sovietico (il fascino di Mao e della rivoluzione permanente), ma anche l'elemento negativo di un rifiuto radicale della crescita e dell'assunzione di responsabilità, l'identificazione fra conflitto sociale e conflitto adolescenziale.
De Luna ricordando due libri del 1978 che in qualche modo affrontavano il nodo dei 10 anni di lotte in chiave retrospettiva colloca il divenire di questa fase conflittuale nel quadro della trasformazione legata al manifestarsi della crisi della società fordista e all'affermarsi della società postmoderna teorizzata e descritta da Daniel Bell. All'interno di questa trasformazione De Luna vede la crisi dell'operaismo, l'esplosione del movimento femminista e dei circoli del proletariato giovanile come la declinazione, nel campo dei movimenti sociali e conflittuali, di questa trasformazione (è indubbiamente molto forte nell'analisi di De Luna il riferimento alla vicenda di Lotta continua).
Queste trasformazioni producono la crisi irreparabile dell'egualitarismo e un po' tutti gli anni '70 vengono letti come quelli che segnano il passaggio dalla solidarietà all'egoismo. "Le conseguenze immediate furono il silenzio di tutti i movimenti, la loro morte decretata da un sistema politico ansioso di trovare esclusivamente in se stesso gli strumenti di autoperpetuazione e di legittimazione" (p. 7). In questo contesto per De Luna è fondamentale la categoria della "sconfitta" dei movimenti.
Nel parte finale dell'introduzione De Luna affronta anche il nodo del nesso tra violenza e terrorismo, invitando a disancorare il tema della violenza "dai suoi riferimenti quantitativi, affrontando il tema della violenza come non isolato dal complesso dei tratti politici del movimento, studiandolo negli effetti qualitativi indotti sia rispetto alla concezione della politica sia rispetto alla pratica dell'organizzazione" (p. 9). "La violenza, gli studenti del '68 la incontrarono senza teorizzarla. La incontrarono nella forma consueta della "repressione", come allora si definiva l'intervento poliziesco dello stato, ad appena due mesi dall'inizio delle agitazioni" (p. 10).
De Luna sottolinea il problema della carenza di analisi da parte del movimento sulla dimensione della costruzione del consenso da parte del potere, condizionata secondo l'autore anche dalle tematiche antiautoritarie che privilegiarono l'analisi della violenza istituzionale piuttosto che quella del consenso. Questo limite (per altro confermato dalla fascinazione per le figure del ribelle perenne come il Che) produce però anche riflessioni positive come tutti gli interventi rivolti alla democratizzazione degli apparati repressivi (carceri, manicomi, magistratura, esercito) che rappresentano nella realtà la vera "marcia attraverso le istituzioni" del movimento italiano.
La riflessione sulla violenza istituzionale e sulla repressione provocò invece un chiaro indirizzo nell'organizzazione dei gruppi. D'altronde in questo caso, come afferma De Luna, il precedente teorico erano in qualche modo 'nobile': "la tesi della "continuità dello stato"" (e tutta la tradizione del movimento operaio e socialista, oltre che cattolico di estraneità allo stato). Il gobettismo e la Resistenza come "occasione mancata" alimentarono questa sensazione rafforzata dalla strategia golpista e assassina di settori consistenti degli apparati dello stato. Da questo punto di vista per De Luna alcune organizzazioni (in modo particolare Lotta continua) ebbero un comportamento fortemente contraddittorio tra una concezione della politica "per molti versi proiettata già in una dimensione postcomunista dell'"essere a sinistra"" e invece l'internità alla tradizione del movimento operaio sul terreno della.

Marco Grispigni

 
       

www.media68.com | febbraio 1998